Storie dal mondo nuovo: intervista a Daniele Rielli

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Daniele Rielli è uno degli autori più interessanti emersi negli ultimi tempi. Noto anche con lo pseudonimo che dà il nome al suo blog, Quit the Doner (riferimento all’abbandono della sua precedente attività e alla decisione di dedicarsi completamente alla scrittura), Rielli si è imposto in breve tempo all’attenzione dei lettori per il brillante piglio satirico della sua prosa, in cui concilia l’osservazione delle dinamiche sociali con la dote, squisitamente letteraria, di evocare atmosfere peculiari, come quelle che fanno da scenario ai suoi reportage.

Si può essere facilmente in disaccordo con le sue opinioni, sempre molto connotate e articolate, ma senza dubbio il punto di vista espresso nei suoi scritti (articoli e racconti) merita considerazione, sia per le ragionate argomentazioni, che per il modo non scontato di esporle.

Ora, Adelphi ha da poco pubblicato Storie dal mondo nuovo, raccolta di reportage (con due inediti) in cui si conferma il suo talento nel cosiddetto “giornalismo narrativo”.
Rielli si muove in una zona difficilmente catalogabile in generi ed etichette, la sua scrittura sfugge alle suddivisioni delle targhette sugli scaffali delle librerie. Questo, di per sé, lo rende interessante per (non) definizione.

Qual è stata la genesi di questo libro?

Quando circa tre anni fa il mio agente incominciò a fare girare il manoscritto del romanzo Lascia stare la gallina, il primo a richiamare fu un editor di Adelphi, Matteo Codignola, a cui era piaciuto molto e che non mi aveva mai letto prima.

Afghani, respinti due volte

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Kabul. «Dalla Turchia abbiamo tentato due volte di attraversare il confine con la Grecia, cinque con la Bulgaria. Alla fine abbiamo rinunciato. Ora rieccoci a casa». Abdul Hakim Mengal ha 19 anni. É nato e cresciuto a Kabul. Sguardo furbo e parlantina veloce, non si allontana mai dal miglior amico, Asatullah Ahmadi. Insieme hanno tentato di raggiungere l’Europa. Senza successo. «Fino a Teheran è filato tutto liscio», spiega Abdul. Un visto regolare, tremila dollari a testa pagati agli intermediari per il viaggio in aereo per Mashad e in treno fino alla capitale iraniana. «Ma da lì in poi le cose si sono fatte complicate». Asatullah e Abdul raccontano di un itinerario diventato comune.

«Nel 2015, circa duecentomila afghani hanno lasciato il paese per l’Europa. Il numero poi è sceso, a causa della chiusura della rotta balcanica, ma nei primi sei mesi del 2016 già si registrano 40.000 partenze», spiega al Venerdì Abdul Ghafoor, direttore dell’Afghanistan Migrants Advice and Support Organization (Amaso).

Matthews, Fidel e il New York Times

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«Fidel Castro, il ribelle, leader della gioventù di Cuba, è vivo e sta lottando duramente e con successo nell’aspra, quasi impenetrabile roccaforte della Sierra Maestra, nell’estremità meridionale dell’isola», recita l’incipit dell’articolo di Herbert Matthews, pubblicato dal New York Times il 24 febbraio 1957, che smentiva in modo clamoroso la morte di Castro e ne delineava la lotta.

Nel dicembre 1956, al contrario, si supponeva che Castro fosse stato ucciso insieme al fratello Raúl, colpiti subito allo sbarco sulla costa, e che i militari avessero i loro corpi. Almeno così riportava un dispaccio di United Press sul quale la corrispondente Phillips tentennò molto, e si spese invano per non farlo finire in pagina sul New York Times.

La passione di Herbert Lionel Matthews, uno dei corrispondenti esteri più influenti e controversi del XX secolo con alle spalle i campi di battaglia in Africa ed Europa, si era riaccesa per quello che stava avvenendo nell’isola caraibica. Aveva l’urgenza di andare a vedere con i propri occhi laggiù, oltre i 144 chilometri che separano Cuba dagli Usa, muovendosi dall’ufficio spazioso al decimo piano del Times Building a New York. Molto vicino e coccolato dall’editore Arthur Hays Sulzberger, dopo una vita al fronte, dal 1950 ricopriva il ruolo di editorialista, e ne approfittava per viaggiare e scrivere senza fretta. Nei diciassette anni successivi si occupò soltanto del Centro e dell’America Latina.

Il ritorno di al-Qaeda

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Da oggi fino al primo novembre lo spazio Porta Futuro di Roma ospiterà il Salone dell’editoria sociale, giunto all’ottava edizione. Qui una sintesi degli incontri in programma. Di seguito pubblichiamo un articolo di Giuliano Battiston, curatore del programma della rassegna, apparso sull’Espresso, che ringraziamo.

«Geronimo E-KIA, enemy killed in action». È la notte tra l’1 e il 2 maggio 2011. La voce del vice ammiraglio William Harry McRaven, a capo del Joint Special Operations Command degli Stati Uniti, arriva ovattata nella Situation Room della Casa Bianca, riempita dall’attesa incerta dei più alti membri dell’amministrazione americana. Con asciutto linguaggio burocratico, McRaven annuncia la morte di Geronimo, nome in codice per Osama bin Laden.

Scovato dagli uomini del Navy Seals nel suo compound di Abbottabad, cuore dell’establishment militare pachistano, il 2 maggio 2011 il nemico pubblico numero uno degli Stati Uniti è ufficialmente morto: «giustizia è fatta», afferma con orgoglio il presidente Obama rivolgendosi al popolo statunitense. Si volta pagina, pensano in molti. L’operazione delle forze speciali chiude per sempre una storia durata fin troppo a lungo. Quella di al-Qaeda, l’organizzazione responsabile degli attentati dell’11 settembre.

La rotta dei profughi antichi — Terza parte

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Pubblichiamo la terza e ultima parte del reportage di Matteo Nucci uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. Qui la prima puntata, qui la seconda.

GIARDINI NAXOS (Sicilia). “E già rosseggiava l’Aurora, fugate le stelle, / quando vediamo lontano oscuri colli e bassa / l’Italia. Italia!, grida per primo Acate, / Italia!, salutano i compagni con lieto clamore. / Allora il padre Anchise pose una corona su un grande / cratere, e lo colmò di vino puro, e invocò gli dei, / eretto sulla regia poppa:/ O dei, signori del mare e della terra e delle tempeste, / date un’agevole via con il vento, e spirate favorevoli!”.

Quando Enea racconta a Didone del viaggio che ha portato i profughi da Troia alle prime sponde italiane l’entusiasmo e la felicità coronano un lungo itinerario che Virgilio descrive minuziosamente. Dall’Egeo cicladico a Creta, poi a sud del Peloponneso, alle isole Strofadi e alle più celebri delle Ionie, fino a Butroto sulle coste dell’Epiro (oggi Butrinto in Albania) dove è vive la moglie di Ettore, Andromaca. L’ultimo tratto di mare vede il timoniere Palinuro intento a evitare le coste sud dell’Italia dove eroi achei sono venuti a insediarsi, anch’essi dopo la lunghissima e distruttiva guerra di Troia.

The big carnival. L’asso del giornalismo

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“Le cattive notizie vendono, quelle buone non sono notizie”. È solo un assaggio del cinismo con cui Billy Wilder costruisce il personaggio di Charles Tatum, Kirk Douglas in Ace in the hole, L’asso nella manica.

È il 1951, Tatum è un tipo di giornalista arrogante, spregiudicato, che dopo avere scritto per le migliori testate, si ritrova nella redazione di un piccolo giornale nel nulla del deserto di Albuquerque, New Mexico, dove la cosa più eccitante è la fiera dei serpenti (spunto per una sua memorabile “lezione” di giornalismo) edove ciò che conta, almeno per il direttore del giornale, è ciò che si legge appeso al muro nel suo ufficio: Tell the truth, il motto, o meglio, il monito di chiunque faccia informazione: Dite la verità.

La rotta dei profughi antichi — seconda parte

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Di seguito la seconda puntata del reportage di Matteo Nucci uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. Qui la prima parte.

CHIOS (Grecia). Accadde in una mattina di quasi tremila anni fa. Sul mare, sotto alle rocce dove aveva insegnato per anni, e che oggi hanno dato il nome alla località (Daskalopetra, ossia “roccia dell’insegnante”), Omero incontrò ragazzi che sbarcavano di ritorno dalla pesca. Si avvicinò. “Quello che abbiamo preso lo lasciamo” gli dissero “Quello che non abbiamo preso lo portiamo”. A cosa alludevano  i giovani? Erano ignari della maestria sapienziale dell’uomo a cui avevano proposto l’enigma? Omero si sedette.

Rivolto verso il mare, pensò alla penisola di Eritre davanti a sé, oltre le isole Inousses. Da lì era tornato dopo anni lontano dalla sua isola madre. Da lì arrivavano i ragazzi che gli portavano la morte. Perché quel che spetta a un sapiente incapace di risolvere un enigma è la morte. Dibattendosi per giorni sulla frase incomprensibile, Omero si lasciò morire. Il suo fallimento avrebbe appassionato i posteri, tutti concordi nel ritenere che, nonostante fosse cieco e la sua sapienza agisse attraverso gli occhi della mente, avrebbe fatto bene a non guardare lontano. Anni più tardi Eraclito “l’Oscuro” lo scrisse in maniera sorprendentemente chiara: “Gli uomini s’ingannano sulla conoscenza delle cose manifeste come Omero che pure era il più sapiente di tutti i Greci. Lo ingannarono infatti quei ragazzi che schiacciavano pidocchi quando gli dissero…”.

Il fumo nero di Marcinelle

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A sessant’anni dalla catastrofe di Marcinelle Maria Di Valerio, vedova del minatore Camillo Iezzi, un bel ragazzo di Manoppello all’epoca appena ventiseienne, racconta che nessuna immagine è stata cancellata dalla memoria, le grida di dolore davanti ai cancelli della miniera le rimbombano ancora nell’anima.

L’8 agosto del 1956 l’incendio nella miniera, a – 975 metri, del Bois du Cazier di Marcinelle, concepito nel 1882 e mai modernizzato, presentò alle famiglie di 262 lavoratori di dodici nazionalità, fra i quali 136 italiani, il prezzo della politica europea che senza alcuna tutela sociale scambiava con accordi bilaterali fra Stati braccia per il carbone. L’economia belga necessitava della manodopera italiana, ma il carbone belga, a Marcinelle estratto soprattutto da minatori abruzzesi, raramente è arrivato.

In ricordo di Attilio Giordano, giornalista generoso

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Qualche giorno fa, il primo luglio, ci ha lasciato Attilio Giordano. Per la prima volta dal 1993, domani il venerdì di Repubblica sarà in edicola senza la sua firma, come inviato, caporedattore e infine direttore, dal 2010. Da lettori di minima&moralia spesso avete letto su queste pagine articoli e reportage usciti originariamente sul Venerdì. Se questo accade è anche per la generosità e per l’amicizia dimostrata da Giordano nei nostri confronti: diversi autori di minima&moralia hanno lavorato e sono cresciuti con lui. Anche per questo, oltre che per le sue qualità umane e professionali, lo ricordiamo con grande affetto. La foto è di Matteo Nucci.

“Ehi buliccio, vieni a pranzo?” Attila si alzava dalla poltrona spellata, raccattava la pipa e il tabacco, dava un’occhiata alla scrivania zeppa di roba e si muoveva. I quotidiani del giorno coprivano libri, appunti, prove di copertina, disegni, libri da leggere o da assegnare, libri da buttare via o da deridere. New York Times, El Pais, Die Zeit, Times, Economist.

Chincaglieria, regaletti, massime del suo lavoro di direttore del miglior settimanale italiano scritte a caratteri cubitali dalla figlia Maria. Rituali di controllo. Un movimento del collo per sciogliere la cervicale. Via. Mi faceva segno di uscire. Occhieggiava sulla soglia della grande stanza dei grafici e su quella del suo alleato, Gianni Mascolo, l’art director con cui sognava copertine e cercava immagini pulite forti vere. Mascolo ne imitava la voce un po’ nasale e un po’ compunta e lui rideva.

Processo agli scorpioni

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Un anno fa ci lasciava Luca Rastello, giornalista e scrittore italiano tra i più decisivi e incisivi degli ultimi tempi. Di seguito pubblichiamo un capitolo dal libro Il presente come storia, uscito per le Edizioni dell’Asino, che ringraziamo (fonte immagine).

di Luca Rastello

Sarebbe bello se ogni catastrofe si annunciasse tra fiamme e squilli di tromba, con i segni distintivi dell’eccezionalità e dell’unicità. Ma non è così. Quando arriva, la catastofe, di solito si insinua senza farsi notare fra le pieghe della vita quotidiana, fra un battibecco sull’adeguatezza o meno degli abiti che indossi e il disagio per una battuta infelice pronunciata da una persona di cui avevi fiducia.

Così è la guerra: una cosa che scoppia mentre vai al mercato, mentre pensi a un datore di lavoro insensibile o a una frase memorabile da dire a un partner in amore, una cosa che cambierà la tua vita, l’idea stessa che hai di te stesso, i concetti fondamentali su cui hai basato la tua esistenza: cittadinanza, diritti, o cose più assurde come “Europa” o “Giustizia”, cambierà magari anche la geografia, le mappe del tuo continente, cancellerà città e vite umane, ma intanto si annuncia mimetizzata in un groviglio di eventi quotidiani e banali da cui è così difficile distinguerla. Eppure in quel momento inavvertito è segnato un punto di non ritorno per un’intera civiltà.