Christian Raimo e Nicola Lagioia al Festival del Giornalismo Culturale di Urbino

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Oggi e domani (3 e 4 maggio), a cura di Lella Mazzoli e Giorgio Zanchini, si tiene a Urbino la prima edizione del Festival del Giornalismo Culturale. Due giorni di lezioni, dibattiti e confronti in cui giornalisti, scrittori e accademici saranno chiamati a discutere di informazione e cultura.
Si parlerà del rapporto tra l’informazione mainstream e web, del giornalismo culturale italiano e di quello internazionale, dell’importanza degli inserti culturali.

Sede Vagante – I media e il Vaticano/2

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Qui la prima parte. (Fonte immagine: PontifEX (2013), documentario di Emiliano Sacchetti, prodotto da Federico Schiavi.)

Nei discorsi che hanno accompagnato il cammino verso la recente elezione del nuovo pontefice è stato inevitabile che si facessero paragoni con “l’altra volta”. Magari meglio circostanziato nei dibattiti televisivi, ma spesso per le strade chiamato semplicemente “l’altra volta”, il lungo calvario di Giovanni Paolo II e la successiva elezione di Benedetto XVI rappresentano l’eterno paradigma dell’evento epocale per eccellenza. I numeri possono dare un’idea delle differenze tra le due successioni: Wojtyla fu ricoverato una prima volta il 1 febbraio 2005 e morì il 2 aprile successivo; le esequie furono celebrate l’8 aprile, il conclave si svolse il 18 e il 19, l’intronizzazione di papa Ratzinger avvenne il 24 aprile. Un totale di 83 giorni, contro i soli 37 trascorsi dall’annuncio di dimissioni di Benedetto XVI alla messa di insediamento di Francesco. Va considerato inoltre che nel 2005 il cambiamento di pontefice avveniva dopo quasi 27 anni, dall’ottobre del 1978.

Esteri a un bivio

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Simone Pieranni di China-Files prende spunto dal mio ebook per offrire una seria riflessione e chiari esempi sul “decadimento degli esteri“, a cominciare dalla minore “potenza di fuoco” delle nostre agenzie e testate rispetto ad altri paesi avanzati: “Ansa in Cina, ad esempio, ha due persone. Corriere e Repubblica una (e di fatto il corrispondente di Pechino finisce per coprire tutta l’Asia!)”. Guardando le cose  dal punto di vista del giornalismo digitale e con un insano cinismo contabile viene subito da dire: come potrebbe essere diversamente? Gli esteri costano tanto e rendono poco, soprattutto oggi, in Italia.

Sede Vagante – I media e il Vaticano/1

Peter Macdiarmid_Getty Images

(Fonte immagine: Peter Macdiarmid/Getty Images.)

Quando guardiamo distrattamente un’edizione di un telegiornale e ci si presenta uno di quei servizi fatti di immagini di titoli di prime pagine, riprese generiche di traffico e passanti in centro città, difficilmente ci chiediamo da dove vengano, e come siano state realizzate. Come l’incedere delle colonne sonore di molti film, sono lì per non essere registrate, un sottofondo che serve soltanto a ambientare le parole pronunciate dal giornalista che firma il servizio, a dargli sostegno. Charlie Brooker, di cui si parla molto in questo periodo per la sua serie TV Black Mirror, in cui ogni episodio immagina un modo diverso in cui la vita umana prossimo-futura possa venire stravolta dall’uso della tecnologia, nel 2009 aveva dedicato un intero programma di due stagioni a decodificare come vengono create e diffuse le news, chiamato Newswipe.

Un segmento di un episodio, dal titolo How to Report the News e confezionato come il classico servizio costume & società, apriva con scene dalla city di Londra, seguite da Brooker in veste di corrispondente che parla in strada e poi dalle famigerate riprese dei passanti, il tutto accompagnato dalla sua voce che diceva: “Comincia qui, con una sciatta immagine di apertura di un qualche luogo significativo. Poi un preambolo enunciato dall’autore camminando verso l’obiettivo, ribadendo ogni cosa detta con un gesto della mano e ignorando tutti gli idioti che ciondolano attorno a lui, come se fluttuasse dentro Matrix, prima di fermarsi e fare una domanda: ‘E adesso?’ “.

La banda della berlina 2 volumi bianca

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Il 10 marzo il Corriere della Sera, primo quotidiano italiano nell’edizione cartacea e secondo nel digitale, pubblica l’articolo “L’ambulanza che blocca il passaggio e le urla della signora con la Porsche” di Andrea Kerbaker, dove si racconta di una signora con la Porsche che minaccia di denunciare per “occupazione di suolo pubblico” il conducente di un’ambulanza, lasciata alcuni minuti in mezzo a un passaggio; per un codice rosso, perché, dovendo soccorrere una persona in pericolo, era mancato il tempo di parcheggiare a regola d’arte.

Il giorno dopo il Corriere pubblica un lungo intervento del direttore generale di Porsche Italia, che impartisce lezioni di giornalismo, s’avventura in spericolate analisi sulla situazione del paese (esplicitamente lamentando la tassa sul lusso), eccede nel sociologismo triviale e individua nell’articolo di Kerbaker un “ingiusto danno morale ed economico”. Massimo Mantellini, impeccabile, commenta così: “La lettera pubblicata oggi dal Corriere è per conto mio un segno dei tempi: è la rappresentazione di una sopraggiunta grande debolezza giornalistica (o se volete di una usuale ed ampia ingerenza autorizzata dell’inserzionista vero o potenziale). In altri tempi la lunga enciclica Porsche sarebbe stata ridotta a 4 righe nelle lettere al direttore oggi viene riconosciuta come una vera e propria minacciosa rettifica, anche se nel pezzo di Kerbaker non c’è nulla che vada rettificato.”

Il web e l’arte della manutenzione della notizia

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Esce oggi l’ebook Il web e l’arte della manutenzione della notizia di Alessandro Gazoia (jumpinshark), uno studio sul giornalismo digitale di cui anticipiamo qui un estratto. (Fonte immagine.)

Il giornalista e «quello che un tempo si chiamava lettore»

Con giornalismo/giornalista s’intende qui qualcosa di più largo rispetto alla comprensione tradizionale del termine. In primo luogo, come spiega Luca Sofri, direttore del giornale nativo digitale Il Post: «I giornalisti fanno in realtà una ricchissima varietà di cose diverse tra loro e lontane dal cliché immaginato del “reporter”, e per un – che so – Carlo Bonini o Concita De Gregorio o Massimo Gramellini ci sono decine di redattori che compilano oroscopi, scrivono recensioni di dischi sconosciuti, impaginano ricette, mettono insieme giochi enigmistici, assemblano vestiti per le riviste di moda, dirigono giornalini a fumetti, per dire solo delle cose a cui si pensa meno» («La fine del giornalismo routinario»). In secondo luogo questa grande varietà di cose può essere fatta oggi anche da non professionisti, e per il caso italiano dobbiamo necessariamente intendere l’espressione nel senso di non iscritti all’Ordine dei Giornalisti (da adesso OdG). Moltissimi siti di oroscopi, recensioni musicali, ricette, enigmistica, moda, fumetti o semplicemente di «notizie» sono alimentati in non piccola parte da redattori di testi che non sono né giornalisti professionisti, né pubblicisti, né praticanti (secondo le distinzioni dell’OdG).

L’amore in tempo di guerra. I mass media e la crisi del 2012

Sara-Tommasi

Questo pezzo è uscito su Link. Idee per la televisione N12 – Insert coin/Game over. Puoi scaricare gratuitamente Link 12 per iPad qui. 

di Violetta Bellocchio

Accendere la tv, sfogliare una rivista, navigare in rete. Tutte azioni che ci consentono di sfuggire, almeno per un po’, alla lugubre atmosfera che ci circonda. Ma che in fondo ci riportano alla crisi, che sia per informarci sui suoi sviluppi o per farci ridere – amaramente – di essa. Tra frasi a effetto svuotate di senso e Sara Tommasi, la paura fa notizia.

Fatto: la realtà è contraddittoria, difficile da raccontare in 90’’.

Cronaca: alla realtà viene sovrapposto un frame narrativo, che nasconde le difficoltà, trasforma le contraddizioni in “normali” punti di svolta all’interno di una struttura a tre atti, e in generale si assume il compito di spiegare l’inspiegabile.

Kostas Vaxevanis, Hot Doc e l’evasione greca

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Immagine: Kostas Vaxevanis.)

Atene. La libertà di stampa in Grecia abita al quinto piano di un classico palazzone ateniese, di quelli costruiti sulle grandi arterie metropolitane con sogni ormai perduti di grandezza. A occhio gli spazi di questa libertà sono contenuti in un’ottantina di metri quadrati, dietro una porta su cui sta scritto Hot Doc. È la creatura a cui Kostas Vaxevanis ha dato vita otto mesi fa, da editore e direttore. Un quindicinale dal sottotitolo programmatico forte: “La verità come è. Il giornalismo come deve essere”. Tiratura che sfiora le 50.000 copie, numero uno di vendite tra le riviste, il giornale di Vaxevanis, nonostante la breve vita, è già un punto di riferimento, mentre il suo creatore è ormai indiscutibilmente il massimo esemplare di giornalismo d’inchiesta in Grecia.

Orwell 1.5

George Orwell

Attenzione questo pezzo di informazione culturale contiene inopinatamente degli spoiler molto pesanti. Un mese e dieci giorni fa usciva in edicola l’ultimo numero dell’inserto settimanale di Pubblico, che si chiamava Orwell. Il giornale papà chiudeva per mancanza di introiti, il figlioletto Orwell accettava (subiva) le disgrazie del padre. Dire che non ce l’aspettavamo è dire […]

La rivoluzione di Mr Smith

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Questo articolo è uscito su IL. (Immagine: gli uffici di BuzzFeed.)

di Jason Horowitz

La mattina presto Ben Smith, pioniere del giornalismo politico online, prende un autobus dalla sua casa vittoriana in piena Brooklyn, passa sotto al Battery Tunnel e supera City Hall, dove una volta faceva il corrispondente, sempre attaccato alla cornetta tra pile di quotidiani. L’autobus ferma al Flatiron, a Manhattan, poco più a sud della sede del New York Times e di altri mostri sacri della carta stampata. Smith entra in un edificio anonimo e prende l’ascensore fino all’undicesimo piano: le porte si aprono negli ariosi uffici di BuzzFeed, l’ultima iniziativa giornalistica candidata a rivoluzionare l’informazione politica.

In quella specie di loft, bianco e luccicante come un Apple Store, giovani donne agghindate con grossi occhiali, fuseaux, gonne e stivali si aggirano fra scrivanie presidiate da giovani uomini con barbe dalle acconciature strane e auricolari che colano giù dalle orecchie. A un computer, una donna armata di Photoshop attacca teste su corpi femminili. I reporter vanno a rifornirsi nell’area cucina, provvista di patatine, caramelle, barrette di muesli e un frigo con bibite gassate e trendissime birre Brooklyn Righteous Ale e Bengali Tiger. Sorseggiano da tazze di caffè decorate con cerchi gialli con su scritto WTF (sigla nata su internet e che sta per What the fuck?, di intuibile traduzione). Smith ha 35 anni. Con la sua faccia rubizza e il suo look antichic, è una sorta di mosca bianca tra i giovani di tendenza che girano per l’ufficio. Smith, che ha tre figli, si è fatto le ossa nei giornali tradizionali e si è guadagnato la reputazione rivoluzionando il mondo dei blog politici e contribuendo, en passant, a fondare testate ormai famose come politico.com.