Il giornalismo culturale come educazione del lettore

Christian.Raimo

Vorrei usare questo spazio non solo per raccontare quello che è accaduto nel nostro piccolo inserto settimanale, Orwell, ma per buttare lì due o tre note sul giornalismo culturale in Italia. E partirei dai soldi. Perché i soldi rappresentano – all’interno di un sistema di buone volontà e cattive proiezioni – il principio di realtà. Luca Telese quest’estate con una sfrontata incoscienza che spesso abbiamo scambiato e forse anche giustamente per coraggio, su indicazione di Federico Mello, mi ha invitato insieme a altri a cena. Non ci conoscevamo, ci siamo trovati abbastanza; ha pagato lui il conto – quasi trecento euro se non ricordo male (io avevo venti euro nel portafoglio). Un altro giorno è venuto da me e mi ha chiarito che voleva fare questo inserto culturale: gli aveva trovato un bel nome, Orwell, e pensava di destinargli quattro pagine e un budget di 1000 euro (“Lordi?”, “Si parla sempre di lordi”) per ogni numero – soldi che mi potevo gestire come volevo. 1000 euro… 1000 euro, mi sono detto, è circa un decimo o un ventesimo di quanto dispongono altri supplementi del genere. Era da accettare? O mi avrebbe messo in una familiare posizione di autosfruttamento, per evitare la quale avrei almeno dovuto trovare qualcuno su cui esercitare dell’eterosfruttamento?

Gellert Tamas e le regole del giornalismo investigativo

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Questo pezzo è uscito su IL. (Immagine: Pontus Lundhal.)

Svedese, di origine ungherese, nel 1989 Gellert Tamas lascia un lavoro alla Croce Rossa per andare in Ungheria a cercare le sue radici, incappa nel crollo del comunismo e dà così via alla sua carriera di reporter. Tornato in Svezia mesi dopo, la trova cambiata: dalla vocazione alla neutralità e all’accoglienza il paese si ritrova spaventato dalla decisione dei socialdemocratici di aprire le frontiere e dare asilo a ottantamila profughi della guerra in Yugoslavia. Ma la Svezia non si riconosce xenofoba e impaurita, e Gellert è in poca compagnia quando decide di scrivere di violenze razziali: la polizia ancora non classifica come tali nemmeno i lanci di molotov contro i centri per l’accoglienza dei rifugiati.

Nasce “Orwell” (ogni sabato)

Orwell

C’è un brano del discorso di ringraziamento che pronunciò nel 1957 Camus quando vinse il Nobel per la letteratura che dice questo: «Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga».

Se dovessi fare una dichiarazione d’intenti su cosa vorrei che facesse il piccolo inserto culturale (che uscirà da domani ogni sabato, si chiamerà Orwell, sarà allegato al quotidiano Pubblico, avrà otto pagine per cominciare e poi quattro per continuare, si troverà nel cuore del giornale, avrà fra i suoi collaboratori scrittori, critici letterari, illustratori, fotografi, sceneggiatori, fumettisti, reporter, fisici teorici, filosofi politici, studiosi di letteratura di genere…), ricalcherei questa citazione e la finirei qui.

Gonzo & Sex

Gabriela-Wiener

Pubblichiamo un’intervista di Tiziana Lo Porto, uscita su «D – la Repubblica delle donne», a Gabriela Wiener.

Prendete il gonzo journalism, il giornalismo vissuto in prima persona e sulla propria pelle fino all’estremo, e affidatelo a una giovane donna peruviana spregiudicata e coraggiosa al punto, per esempio, da affrontare da sola ladri, assassini e stupratori di un penitenziario maschile per chiedere loro di sollevare la maglietta, mostrarle i tatuaggi e soprattutto raccontare storie. Il risultato è Corpo a corpo (in questi giorni in libreria per La Nuova Frontiera nella traduzione di Francesca Bianchi), densa e appassionante raccolta di reportage della peruviana Gabriela Wiener che del contemporaneo raccontano i corpi, la fisicità, il sesso. Wiener è nata a Lima nel ’75 e lì è cresciuta. Dal 2003 vive a Barcellona. Ha sposato il poeta Jamie Rodríguez Z., peruviano anche lui, con cui ha avuto una figlia. Di mestiere scrive, e prima ancora, vive le storie che racconta.

Verso un codice deontologico minimo del giornalismo culturale italiano

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Ecco una questione semplice che sembra complicata ma non lo è.
Capita che da qualche giorno mi è stato dato l’incarico di coordinare un piccolo inserto culturale di un giornale che sta per nascere. L’inserto si chiama Orwell, il giornale Pubblico, ma non è di questo che voglio parlare.
È che pensando a come fare questo inserto, mi sono venute in mente una specie di regole minime che vorrei veder applicate nel giornalismo culturale; così le ho scritte, in una sorta di decalogo.

I Cito, la faccia oscura di Taranto

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In attesa del ballottaggio a Taranto, pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande uscito il 10 maggio sul «Corriere del Mezzogiorno». Qui un assaggio di «L’eterno ritorno di Giancarlo Cito» di Alessandro Leogrande contenuto in «Il corpo e il sangue d’Italia. Otto inchieste da un paese sconosciuto».

In un futuro lontano, gli ultimi vent’anni di politica tarantina verranno ricordati come gli anni del citismo sempre risorgente ogni qual volta è stato dato per morto e sepolto. Questo singolare impasto di leghismo meridionale, xenofobia triviale, recupero casereccio del neofascismo, populismo di periferia, sermoni antipolitici condotti dagli schermi di un emittente televisiva famigliare, è difficile da discernere al fuori dei confini della città jonica. Eppure continua a riprodursi. Oggi la saga dei Cito batte l’ennesimo colpo: Mario Cito, candidato sindaco in sostituzione dell’intramontabile padre Giancarlo (vero candidato “ombra”, benché in carcere per scontare un cumulo di condanne definitive per tangenti e concussione) è approdato al ballottaggio con il 18,9% dei voti.

Alle spalle c’è il precedente delle amministrative del 2007. Allora Giancarlo Cito, ex picchiatore fascista e sindaco sfascista della Taranto plumbea di metà anni novanta, dopo aver scontato una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, decise di candidarsi nuovamente alla poltrona di sindaco. Quando il Tar gli impedì di correre, ebbe il colpo di genio. Candidare il figlio in sua vece, e condurre in prima persona la campagna elettorale, mantenendo inalterati i manifesti con la propria foto con su scritto “Vota Cito”, “che tanto è lo stesso”. Contro ogni previsione, traendo vantaggio dal tracollo del centrodestra locale, responsabile del crack finanziario del Comune nel 2006, sfiorò il ballottaggio. In questi cinque anni il citismo è rimasto in letargo, con qualche fiammata elettorale qua e là. Poi è tornato in forza alle nuove elezioni amministrative.

L’Aquila modello Disneyland

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Pubblichiamo un articolo di Tomaso Montanari, uscito sul «Fatto quotidiano», sulla ricostruzione dell’Aquila. 

di Tomaso Montanari

Deportare 13.000 aquilani nelle New Town volute dalla Protezione Militare di Guido Bertolaso e Silvio Berlusconi è costato 833 milioni di euro. Quasi un miliardo per costruire diciannove insediamenti chiamati C.A.S.E («complessi antisismici sostenibili ecocompatibili»): non-luoghi senza forma, socialmente insostenibili (non hanno centri di aggregazione, né servizi, né identità) e ambientalmente devastanti. In questo sprawl di cemento (che ha distrutto per sempre una gran quantità di terreno agricolo) bambini di tre anni sanno cos’è una C.A.S.A., ma non sanno cos’è una città: futuri non-cittadini, perfetti per la non-società immaginata da Berlusconi.

In 500: Ornaghi dimetta De Caro

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Pubblichiamo un articolo di Tomaso Montanari, uscito sul «Fatto quotidiano», sulla petizione sottoscritta da intellettuali, studiosi e artisti per chiedere al ministro dei Beni culturali di rimuovere il direttore della Biblioteca dei Girolamini a Napoli.

di Tomaso Montanari

Per la senatrice PDL Diana De Feo, Marino Massimo De Caro è chino sui libri della Biblioteca napoletana dei Girolamini «come un medico che amorevolmente esamina i pazienti da curare» (Corriere del Mezzogiorno, 12 aprile). Meno entusiasti della moglie di Emilio Fede, sono gli oltre cinquecento intellettuali che (partendo dalla denuncia pubblicata dal Fatto il 30 marzo) hanno firmato una dura petizione al ministro dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi «a proposito dello stranissimo e increscioso affare che riguarda l’attuale direzione della Biblioteca Nazionale dei Girolamini a Napoli, una delle biblioteche storiche più gloriose d’Italia». (L’elenco completo delle circa 500 firme ad oggi pervenute si trova in www.patrimoniosos.it; la petizione si può firmare nella pagina web.).

A proposito di questa cosa chiamata lavoro intellettuale

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di Federica Sgaggio

Il lavoro si paga. Questo non si discute.
L’affermazione è logicamente e moralmente incontestabile, e in effetti non risulta che il cosiddetto governo tecnico o la Confindustria abbiano mai mosso eccezioni.
Tutti, però, siamo consapevoli – per averlo vissuto anche in prima persona – che nella realtà della nostra vita quotidiana quest’affermazione è smentita molto spesso dai fatti.
Sul tema della retribuzione del lavoro intellettuale, poi, si è cominciato a ragionare e a confrontarsi già da tempo, e – recentemente – anche sulla scorta delle riflessioni promosse dai Tq intorno alle questioni dello statuto identitario del lavoratore intellettuale, e della promozione della dignità e dei diritti (anche retributivi) dei lavoratori editoriali.

Oltre l’amore

Oggi Il Manifesto è in edicola a 50 euro. È un’iniziativa di sottoscrizione popolare che è anche una battaglia per la libertà di stampa e per il pluralismo. Ripostiamo per l’occasione i due articoli di Ida Dominjanni, usciti rispettivamente il 15 e il 16 dicembre. Quell’immagine senza ritorno È sempre il volto dell’altro, sostiene Emmanuel […]