Intervista a Lorin Stein della “Paris Review”

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Questo pezzo è uscito su Linkiesta.it

di Giulio D’Antona con Natan Mondin

È come percorrere una strada un po’ dissestata, dal fascino antico ma di una scomodità sconfortante, scendere lungo il panorama editoriale mondiale. Si fa una gran fatica, soprattutto perché quello che abbiamo intorno, in Italia, è quanto di più caotico possibile. Poi, tra il sudore e la polvere, lo scintillante baluginare lontano dei colossi colorati e chiassosi americani — inarrivabili, come una Coney Island di intellettualismo puro — il sentiero si punteggia di pietre miliari. Poche, sacre, e ormai quasi del tutto inutili.

Sui giornali che chiudono

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Questo articolo è uscito su l’Unità.
Ogni volta che, negli ultimi anni, un giornale ha rischiato di chiudere, o ha finito per farlo, mi è capitato di pensare istintivamente a un capitolo dell’Orologio di Carlo Levi in cui si racconta l’estrema fatica di fare un giornale – ogni giorno, quindi ogni notte – nella Roma dell’autunno del 1945, a pochi mesi dalla Liberazione.

Levi era allora direttore di “L’Italia libera”, organo del Partito d’azione, ma il racconto che fa della vita redazionale vale per tutti i giornali che nascevano dall’esperienza del Cln, o che si andavano rinnovando dopo gli anni di guerra. Non c’era niente, mancavano soldi, risorse, perfino la carta: gli ultimi articoli si scrivevano in fretta e furia in un bugigattolo ricavato in tipografia, la luce andava via a singhiozzo interrompendo il processo di stampa per molte ore. Ma alla fine i giornali uscivano.

Nessuna solidarietà per i giornali che chiudono?

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I giornali chiudono. Alle volte in modo velocissimo. Pubblico di Luca Telese per esempio ci ha messo poco più di tre mesi. Ha dilapidato 650.000 euro e lasciato un sacco di giornalisti a spasso – casse integrazioni ballerine – e almeno un centinaio di collaboratori non pagati. Anche Pagina 99 ha chiuso il quotidiano dopo un paio di mesi per reinventarsi come settimanale. Ha chiuso Terra: giornale ecologista, dal 2009 al 2011 era in edicola tutti i giorni, 16 pagine 1 euro, poi è diventato mensile, poi non è più uscito – i giornalisti, che avevano fatto istanza di fallimento, sono ancora in causa con l’azienda per il saldo degli arretrati e sono finiti tutti in cassa integrazione (il sito è completamente bianco con delle scrittine html un po’ malinconiche). Liberazione ha salutato i suoi lettori il 19 marzo scorso dopo aver provato a restringersi, rinnovarsi, uscire solo on line (sul sito, cristallizzato da quattro mesi, campeggiano un comunicato di Paolo Ferrero, una pubblicità dell’università telematica eCampus e un video sull’eredità di Chavez nel nuovo Venezuela). Il riformista ha chiuso definitivamente due anni fa; qualcuno che ci lavorò ancora spera nei soldi di un’onda lunghissima del liquidatore. Hanno chiuso la maggior parte delle edizioni locali dei quotiani nazionali. E le riviste, come XL. E i grandi e piccoli quotidiani dimagriscono, prepensionano, ondeggiano sull’orlo del precipizio, non assumono, licenziano, sopravvivono con la cassa integrazione a rotazione, abbassano i compensi a un livello talmente infimo che scarseggia persino l’ossigeno… Dal Foglio al manifesto, dal neonato Garantista alle corazzate Repubblica e Corriere.

Intervista a Glenn Greenwald

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Pubblichiamo un articolo di Simone Pieranni uscito sul manifesto ringraziando l’autore e la testata.

di Simone Pieranni

Glenn Greenwald, il giornalista ex Guardian e autore degli articoli che hanno rivelato al mondo le tecniche di controllo della Nsa statunitense (National Security Agency), grazie ai documenti consegnati a Hong Kong da Edward Snowden, ex analista della Cia, ha presentato a Milano il suo nuovo libro Edward Snowden e la sorveglianza di massa (Rizzoli, euro 15). Prima della presentazione alla Sala Buzzati della Fondazione del Corriere della Sera, lo abbiamo incontrato per una intervista sui temi salienti della sua «produzione». ringraziando l’autore e la testata.

Il bluff Yoani Sánchez

Riprendiamo questo post dal blog omonimo dell’autore, ringraziandolo.

di Gennaro Carotenuto

Sto ricevendo decine di messaggi pubblici e privati su Yoani Sánchez, la sua (presunta) rottura del contratto con La Stampa (quello su Internazionale è già fermo da un anno). Tali messaggi sono causati dall’outing del suo traduttore Gordiano Lupi che ora si sente libero di dirne peste e corna e raccontare quello che in tanti denunciavano da anni: l’avidità maniacale e le balle sulla persecuzione che subirebbe all’Avana.

Alcuni mi fanno i complimenti, ma io non ho fatto nulla né penso che Gordiano dica cose nuove o particolarmente significative. Fa piacere però la memoria lunga di alcuni e il fatto che citino a distanza di anni il mio lavoro. Nello specifico però c’è poco da gioire o pavoneggiarsi. Notizia sarebbe stata se fosse stata La Stampa a rompere il contratto, riconoscendo finalmente in Yoani non un’informatrice credibile, quale è stata fatta passare per anni, ma quel che è: un fenomeno mediatico costruito a tavolino, tanto perfetto da essere incredibile a chiunque avesse una lettura raffinata delle cose.

14 questioni su quelli di “Lotta comunista”

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Riprendiamo questo post, ringraziando l’autore, dal blog il sovrastrutturato.

di Domoiano Zotaj

Ho sempre avuto un debole per i marxisti, hanno un non so che di titanico, di tragico e di comico allo stesso tempo. Mi sono sempre chiesto cosa si provi a vivere in perenne conflitto con la realtà e se è vero che la condizione del seguace di Marx si possa considerare di conflitto. Come mai una ideologia tanto discussa e smentita continua a fare vittime tra giovani e vecchi? Non parlo di chi, studiando Marx al liceo, si sia identificato con due o tre concetti affascinanti quali “il feticismo delle merci” o “alienazione”. Non parlo nemmeno di chi si professa marxista perché vuole imitare il suo nonno sessantottino e si compra gadget del Che. Sto parlando di persone che coscientemente e produttivamente si occupano di applicare l’idea di società (appena accennata) da Marx in modo ortodosso. Insomma, un po’ come vedere una comunità amish da dentro. Proprio per questo mi sono rivolto ai ragazzi di Lotta Comunista, anzi, loro si sono rivolti a me. Ogni mattina. Ho deciso di accogliere la loro chiamata, almeno per un giorno.

Il senso di Eugenio Scalfari (e del giornalismo italiano) per le donne

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Negli ultimi due giorni, in occasione del suo novantesimo compleanno, D Donna e l’inserto culturale di Repubblica hanno dedicato due lunghe interviste, una più intima, una più intellettuale, a Eugenio Scalfari. La prima gliel’ha fatta Concita De Gregorio – quella sugli amori -, la seconda gliel’ha fatta Antonio Gnoli – quella sui bilanci intellettuali e esistenziali.
Nella prima intervista, quasi una confessione, Scalfari lascia scrivere a Concita De Gregorio delle dichiarazioni che, anche se in buona parte risapute, messe in fila risultano rilevanti: che è stato bigamo per buona parte della sua vita adulta (Simonetta e Serena); che nel corso del matrimonio ha avuto molte avventure ma sua moglie non ci dava peso (“Sentiva il radicamento della nostra unione. Non conoscevo senso di colpa. Insieme ridevamo della psicanalisi”); che quando era un pischello venne portato da un amico più grande al bordello e si divertì ma non ci torno più e che c’era anche Italo Calvino che invece di fronte alla combriccola di loro maschi infoiati fece un po’ una figura di merda (“Al bordello non rifiutai, ma non mi divertii.

Intervista a Bernardo Valli

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Questa intervista è uscita su IL a maggio 2013. (La foto è di Marco Visini.)

Vive a Parigi dal 1975 e mi colpisce che un uomo che ha raccontato i più grandi eventi storici e conflitti mondiali degli ultimi cinquant’anni si dichiari legato alla città da motivi puramente letterari: “Io sono un lettore, un lettore non studioso, un lettore-lettore. In questo quartiere”, il nono arrondissement, siamo a casa sua, in salotto, in un mattino di fine marzo freddo e coperto, “c’è tutta la letteratura francese dell’Ottocento. C’è l’Education Sentimentale, a Rue des Martyrs e via del quattro settembre… Flaubert abitava a Rue Herold, quando veniva da Rouen. Dov’è il museo della vie romantique viveva un pittore, che era il pittore dell’imperatrice Sissi, da lui veniva Lamartine, veniva Turgenev, veniva George Sand, era un luogo d’incontro. Se guarda nei romanzi di Balzac c’è ogni strada del quartiere, sono tutti luoghi della commedia umana. I racconti di Bel Ami alla Trinité, è lì che lui seduce la padrona, e lui abitava qua… Zola abitava qui. Voglio dire, qui c’è stato tutto quello che io ho letto da ragazzo… Cos’era la casa di un borghese della pianura padana nella mia giovinezza? C’erano tutti i romanzi francesi. Secondo me questa è la spiegazione per la quale io vivo bene a Parigi. Ha poco a che fare con la Francia di oggi”.

Da Márquez a lezione di giornalismo d’allegria

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Madrid. È appena passato il Natale del ’93 a Barranquilla, tra le poche città colombiane dalla fama indipendente da questioni di droga. Jaime Abello Banfi ha mangiato troppo, come tutti, più di tutti. Riceve una telefonata: «Invitami a cena la prossima volta che vengo» è l’intimazione che riceve il trentenne direttore della locale TeleCaribe. La prospettiva di mangiare ancora è l’ultima cosa cui vorrebbe pensare, ma dall’altra parte del filo c’è Gabriel García Márquez. E non capita spesso, anzi non era mai capitato, che lo scrittore più famoso dell’America Latina chiamasse un giornalista felice (ma non sconosciuto) per estorcergli una convocazione al ristorante. La storia della Fundación para el Nuevo Periodismo Iberoamericano, che da Cartagena de las Indias assegna i corrispettivi del Pulitzer di lingua spagnola, comincia così. Esattamente venti anni fa.

La differenza tra consumo culturale e la letteratura. A proposito dell’osannato “Americani” di John Jeremiah Sullivan

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Quando ti rendi conto di essere l’unico a non amare un certo film o un certo libro, per un verso il giudizio che ne scaturisce non è su quel certo libro e quel certo film, ma su di te – cosa ho di sbagliato? -, e per cercare di non nutrire quel senso di colpa che da quando hai l’età della ragione ti hanno malevolmente insegnato a prendere per sana autocritica, l’unica chance che hai di non passare nella schiera di chi odi di più – gli snob, gli snob intellettualmente disonesti – devi almeno provare a avvalorare la tua analisi con una copiosa quantità di evidenze a supporto. Le righe che seguono sono questo tentativo.