Da Radio Deejay, al caso Moggi, a Fantozzi, a Elio, a Comunione e Liberazione… La “Sterminata domenica” di Claudio Giunta

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero de Lo Straniero.

Nell’Italia degli ultimi trent’anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l’ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

Tra Vittorio Emanuele di Savoia e il caso Stamina: l’incredibile storia della famiglia Hamer

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Questo pezzo è uscito su Linkiesta.

La prima volta che ho avuto a che fare con la famiglia Hamer avrò avuto vent’anni; stavo facendo il perdigiorno universitario al cimitero acattolico a Roma. In mezzo alle tombe di Gramsci, di Keats, di Gadda, di Byron, notai – nascosta sotto una selva di oleandri – la lapide senza foto che conserva le ossa di Dirk Hamer, insieme a quella di sua madre Sigrid Gertrud Ursula: nato nel 1959 morto nel 1978, più o meno coetaneo del me di allora. Era una storia infelicemente famosa ma non la non conoscevo, anche se ero naturalmente attratto – per una specie di macabro romanticismo famigliare (mia madre che da adolescente mi raccontava la tragedia del figlio di Romy Schneider infilzato a quattordici anni dagli spunzoni di un cancello che tentava di scavalcare) o di banale melanconia dell’età – da quelli che muoiono giovani: estenuavo i pomeriggi invernali ascoltando a ripetizione i tre album che Nick Drake aveva fatto in tempo a registrare prima di morire per un’overdose di antidepressivi o discutevo per ore sulle ragioni che avevano spinto Kurt Cobain a puntarsi un fucile alla testa.

Tutto sta funzionando molto bene per i ricchi e potenti – Noam Chomsky a Roma

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Questa sera , all’Auditorium Parco della Musica di Roma, per il Festival delle Scienze, in collaborazione con Radio3 Scienza, ci sarà una lectio magistralis di Noam Chomsky dal titolo “Il linguaggio come organo della mente”. Quella che segue è una versione abbreviata e  leggermente rivista di un’intervista a Chomsky apparsa sul giornale greco “Avgi”, vicino […]

Un regalo nella calza. “L’uomo col megafono” di George Saunders.

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Quest’estratto fa parte del libro Il megafono spento. Cronache da un mondo troppo rumoroso, edito da minimum fax nel 2009, tradotto da Cristiana Mennella. di George Saunders 1. Mi ritrovo a pensare a un uomo in mezzo a un campo nel 1200, che fa quel che si faceva nel 1200 stando in mezzo a un […]

Il metodo Stamina non è un metodo. Punto.

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Oggi pomeriggio su Rai Uno andava in onda un ignobile approfondimento sul cosiddetto Metodo Stamina. In studio una serie di famiglie di piccoli malati, e in collegamento da Capo Verde il cosiddetto professor Vannoni. Il tutto è proseguito per un’ora senza nessun tipo di contradditorio. Ripubblichiamo qui un intervento di Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini […]

I blog letterari e i soldi, un post piuttosto autoreferenziale

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di Christian Raimo Oggi sono andato a Milano a parlare di quello che state leggendo, ossia di minimaetmoralia. Ero stato invitato in un panel che comprendeva eFFe, autore di un libro molto efficace sui bookblog, Marco Liberatore di Doppiozero, Stefano Salis del Sole 24ore e Alessandro De Felice di Rivista Studio. Tutte persone – e […]

Saracha, il villaggio dei martiri

Nader Shah e Qasim Hazrat Khan pregano sulle tombe dei martiri

Questa inchiesta è uscita sul manifesto. Una versione più breve è apparsa in inglese su Inter Press Service. (Foto: Giuliano Battiston.)

Giuliano Battiston, di ritorno dal distretto di Beshud, Jalalabad

Saracha è un villaggio di contadini del distretto di Beshud, alle porte di Jalalabad, la principale città afghana della provincia orientale di Nangarhar, a due passi dal confine con il Pakistan. Per raggiungerlo si deve lasciare il congestionato centro della città, puntare verso sud-est e costeggiare le alte mura di cemento dell’aeroporto di Jalalabad, che ospita una base militare americana e include la Forward Operating Base Fenty, uno dei centri strategici della guerra afghana: da qui partono molti dei silenziosi e micidiali droni diretti in Afghanistan e Pakistan. Superato l’aeroporto, continuando per un paio di chilometri, sulla sinistra si affaccia una stradina sterrata che porta a Saracha. Stretta tra due case, sembra una via chiusa, senza uscita, ma una volta imboccata si apre su campi rigogliosi, per poi passare accanto al cimitero del villaggio.

Da qualche giorno, nel cimitero ci sono tre nuove tombe, tre cumuli di terra alti più o meno mezzo metro, ricoperti di arbusti per evitare che i cani randagi scavino in cerca di carne non ancora decomposta. Lì sotto ci sono i corpi senza vita di Sahebullah, Wasihullah e Amanullah, tre dei cinque ragazzi uccisi a Saracha venerdì 5 ottobre da un attacco aereo dalle forze Isaf-Nato (che qui sono americani). Per i soldati stranieri erano “insurgents”, Talebani, pericolosi terroristi. Per gli abitanti di Saracha sono dei martiri, uccisi senza ragione. Così recita lo stendardo bianco su cui sono impressi i loro nomi, la loro età, i versetti del Corano.

Gabriele Paolini, fuori dallo schermo

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Conosco Gabriele Paolini da più di vent’anni. Posso dire che gli voglio bene. Eravamo nello stesso liceo, anche se in due classi diverse. Frequentammo un corso di teatro insieme “un paio di volte a settimana il pomeriggio” e ci conoscemmo lì; lo teneva uno dei più grandi maestri del teatro italiano, Pino Manzari (allievo a sua volta di Orazio Costa). Gabriele era istrionico e manierato già a quindici anni, sapeva rifare le scenette di Totò a memoria. Aveva talento, sapeva stare su un palco. In classe e a casa delle materie curricolari non studiava niente, passava molto del suo tempo nei dintorni del mondo televisivo; già allora. Faceva sega a scuola e stazionava davanti agli studi televisivi della Dear Film per ore per farsi riempire i quaderni di autografi e foto, li collezionava, ne aveva a centinaia. Si faceva accompagnare da altri compagni incantati anche loro dalla luce taumaturgica del piccolo schermo. Un paio di volte ci andai anche io, adepto alla Dea Tv come chiunque sia cresciuto negli anni ’80, a fare la posta alle comparse che entravano negli studi Dear, in attesa di qualche faccia più nota, una ballerina, Gigi Sabani.

“Tu te lo sei fottuto?” Lou Reed e Lester Bangs

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Ieri Lou Reed è morto.

Non esiste un paradiso rock’n’roll. Ma se esistesse, appena congedato il ragazzo dell’ascensore, Reed avrebbe trovato ad accoglierlo il rompiscatole di sempre. Lester Bangs. Eccola, la celebre (la moneta vera e falsa del rock tradurrebbe: leggendaria) intervista uscita su «Creem» nel 1975 e pubblicata da minimum fax in Guida ragionevole al frastuono più atroce.

La traduzione è di Anna Mioni. In neretto le risposte di Lou Reed.

Lou ha cominciato con un complimento sarcastico che a metà strada si è trasformato in un insulto complimentoso: “Sai che sostanzialmente mi stai simpatico, anche se non vorrei. Il buonsenso mi porta a credere che tu sia un idiota, ma chissà come le uscite epistemologiche che fai ogni tanto tradiscono il fatto che sei un po’ onomatopeico, in modo viscido e sotteraneo”.

LB “Dio Bono Lou, sembri proprio Allen Ginsberg!”. Ho detto io entusiasta.

La reazione sorpresa di un razionalista: Odifreddi dà le sue controrisposte nel merito delle questioni storiche

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Pochi minuti fa Piergiorgio Odifreddi ha postato un commento al post precedente di Christian Raimo che indirettamente (rispondendo a Quit the Doner) lo chiamava molto direttamente in causa. Ci è parso giusto dare a questo lungo commento la dignità di un post a se stante.

di Piergiorgio Odifreddi

Se posso permettermi di aggiungere un’altra matrioska a questa vicenda, provo a rispondere ad alcune delle sue obiezioni. almeno per quanto posso farlo indirettamente, visto che lei non critica direttamente le cose che ho detto io, ma quelle che Quit the Doner ha detto su ciò che è stato detto di me.

1) Molto semplicemente, non sono scettico sull’olocausto in generale, e sulle camere a gas in particolare, né lo sono mai stato. e, tra l’altro, con tutto ciò che ho scritto nel corso degli anni, confesso onestamente che mi pare improbabile anche solo poter credere che lo fossi.

tanto per citare qualcosa di recente, questo mio post, di poco precedente quelli incriminati può essere compatibile con le idee di un negazionista e, addirittura, un filonazista?