Come rispondere a Quit the Doner, Riotta, Calabresi, Odifreddi, etc… Ovvero: la difesa da un linciaggio via web non può essere un contro-linciaggio via web

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Questo articolo, uscito su Linkiesta, è un pezzo di risposta a quest’altro articolo: Contro il linciaggio di Odifreddi di Quit the Doner; l’immagine è una foto del famoso linciaggio di Duluth.

Questo sarebbe uno di quei pezzi di un giornalista che parla di un giornalista che parla di un giornalista che parla di un giornalista. Come sapete, è un genere.
In questo caso ci sono io che parlo di Quit the Doner che parla di Riotta, Calabresi & Co. che parlano di Odifreddi. Cito per comodità solo l’ultima matrioska, il pezzo di QtD, un lunghissimo, veramente lunghissimo, contro-editoriale in cui si muove una difesa di Odifreddi, linciato da quelli che vengono definiti “soloni della rete”, Riotta e Calabresi in testa, dopo un paio di uscite discutibili suo blog. Sostanzialmente, la difesa di QtD, accordandosi all’autodifesa di Odifreddi stesso sul suo blog, è che il matematico voleva porre una sottile questione epistemologica e non discutere di argomenti storici. Secondo me l’articolo di QtD ha diversi punti controversi, provo a elencarli.

Tag: giornalismo, qualità

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In questi giorni si parla molto del Festival del Giornalismo e della sua possibile chiusura o trasformazione. Matteo Miavaldi e Simone Pieranni, di China Files, ci hanno mandato questa riflessione che intercetta anche altri dibattiti recenti sul giornalismo. Speriamo che sia l’innesco di una ulteriore discussione.

di Matteo Miavaldi e Simone Pieranni

Il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia edizione 2014 rischia di saltare. Problemi di soldi che non ci sono, secondo le istituzioni della regione Umbria che avevano destinato all’evento 80mila euro per il 2013, di più non si poteva fare; soldi che invece ci sono, dicono Arianna Ciccone e Chris Potter – i due fondatori dell’Ijf – ma che la regione preferisce destinare altrove.

Le posizioni inconciliabili delle parti hanno spinto gli organizzatori del Festival a prendere in considerazione la sospensione della prossima edizione, annunciata col motto Stop at the Top: andare avanti solo in condizioni che garantiscano la qualità del Festival, senza essere costretti ad offrire un prodotto al di sotto delle aspettative di Ciccone, Potter e delle migliaia di persone che negli anni hanno partecipato ad un evento di respiro internazionale. Quattro giorni di giornalismo e dintorni, gratuiti, con annesso ritorno economico considerevole per la città.

Ventitré cose che ho imparato leggendo “A sangue freddo” di Truman Capote

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Oggi si discute molto di giornalismo narrativo. Da un paio d’anni con Cristiano De Majo ho messo su un laboratorio di scrittura non fiction in cui ragioniamo su testi non-finzionali appunto (memoir, reportage, inchieste, biografie…) che abbiano valore letterario. A un certo punto non potevamo non imbatterci nella pietra miliare della non-fiction del Novecento, il modello assoluto. Dalla lettura di A sangue freddo ho imparato molte cose. Qui ho provato a elencarne ventitré.

0. La vicenda di A sangue freddo è quella di due assassini, Dick e Perry, che sterminano una tranquilla famiglia della provincia americana. Capote legge questa notizia sulla cronaca locale, si fa mandare dal New Yorker come inviato e passa circa sei anni nella scrittura di questo reportage narrativo. Conosce la piccola comunità della cittadina teatro del delitto, Holcomb, conosce Dick e Perry, accumula 8000 pagine di annotazioni e viene coinvolto dal punto di vista letterario e poi umano da questa storia in modo irreversibile. La storia del rapporto tra Capote e A sangue freddo è raccontata da due splendidi film, uno omonimo di Bennett Miller del 2005 e Infamous di Douglas McGrath del 2006.

Fenomenologia del blecche blocche

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Il 15 ottobre del 2011 a Roma ci fu una manifestazione molto confusa, con moltissimi scontri. Allora, come ormai da dieci anni a questa parte, da Genova in poi, la semplificazione giornalistica vide ne “i black bloc” un modo per risolvere l’analisi della protesta. Probabilmente anche oggi andrà così. Ripubblichiamo un breve intervento di Mazzetta da giornalettismo, un intervento di due anni fa che provava a chiarire alcune piccole cosa su questi neri.

di Mazzetta

La definizione di Black Bloc è stata una delle più usate e abusate degli ultimi giorni, dopo il riot di Roma tutti i media italiani o quasi hanno infatti deciso di adottare la definizione senza pensarci troppo, anche se ben coscienti che si tratta di una semplificazione, usando la quale si confondono i lettori più che accompagnarli nella comprensione di quello che accade. Black bloc è sicuramente una definizione che nell’immaginario dell’italiano medio si accompagna a una valenza negativa e forse il motivo della scelta sta semplicemente nella scelta politica di tante redazioni, che schierandosi contro i facinorosi non hanno mancato di aggiungere sensazione ed enfasi a una serie di vandalismi che poi la condotta della polizia ha trasformato in un confronto fisico con altri manifestanti.

Prontuario aggettivale per giornalisti culturali alle prime armi

editoria libri giornali

di Christian Raimo (con la collaborazione ideativa di Francesco Longo) Nelle redazioni dei giornali, i tempi delle recensioni si fanno ogni giorno più risicati. Per cercare di aiutare chi si trova a imparare in fretta il mestiere del critico culturale, che sia per la carta stampata o per il web, ho messo a punto un […]

Gianni Mura: i 70 anni di Gianni Rivera

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È sempre un piacere per noi di minima&moralia ospitare un pezzo di Gianni Mura. Lo ringraziamo per averci autorizzato a pubblicare questo suo per i 70 anni di Gianni Rivera uscito ieri su “Repubblica”. di Gianni Mura Non ricordo se fosse un’intervista per i 40, 50 o 60 anni di Rivera, che oggi ne compie […]

Critica letteraria e giornalismo culturale

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Questo pezzo è uscito su Alias/il manifesto. (Fonte immagine.)

di Raffaele Manica

Quante volte, aprendo un vecchio libro, vi si trova dentro, con sorpresa, un ritaglio dimenticato. Non si sa se questa attività, ritagliare pagine di giornale, sussista ancora. Se c’è, è demodée o, con più attuale anglo-preferenza, vintage. Ritagliare una parte di vecchie terze pagine, isolando per poi ricomporre un ampio puzzle, è il compito che si è assunto, assolvendolo in modo eccellente, Mauro Bersani per congegnare il secondo volume di La critica letteraria e il Corriere della Sera, dedicato agli anni 1945-1992 , aperto da un’introduzione che ricostruisce in maniera funzionale anche i rapporti con altre testate (Fondazione Corriere della Sera, pp. XXXVI-1869, € 60,00; un primo volume, per gli anni 1876-1945, è uscito nel 2011 a cura e con introduzione di Bruno Pischedda e con prefazione di Paolo Di Stefano). Non la letteratura, ma la critica letteraria, che è un restringimento di campo importante: proprio la critica letteraria, la sempre moribonda, soprattutto negli anni qui in considerazione, che vanno dall’ultima stagione infocata delle riviste – dal secondo dopoguerra agli anni sessanta e fino ai primi settanta – al tramonto delle riviste o almeno della loro presenza predominante nella discussione letteraria, con l’arrivo di mezzi di comunicazione più veloci almeno quanto, in genere, più superficiali.

Sul caso Borri: guardare il dito e non la luna

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Qualche giorno fa il pezzo di Francesca Borri ha dato il via a un acceso dibattito in rete. Pubblichiamo un commento di Ilaria Maria Sala, giornalista freelance socia dell’agenzia di giornalisti indipendente “Lettera22”.


di Ilaria Maria Sala

Dico anch’io la mia sulle questioni sollevate dall’articolo di Francesca Borri. Con alcune premesse: non la conosco, non l’avevo mai letta prima e non amo il suo stile, sono freelance da tutta la vita ma non ho mai fatto la giornalista di guerra.

Dopo l’iniziale sgomento dato da una denuncia così accorata, ecco che molti hanno cominciato a chiederle ma tu a che ora eri e dove? In Bosnia? Quando la guerra era finita? E come hai fatto a vedere del sangue? E ad Aleppo? Ma guarda che non c’eri solo tu. Etc. I problemi che solleva – secondo me reali e gravi – è bene discuterli.

La ragazza – magari antipaticissima – è in Siria, che non sembra certo il migliore posto in cui essere, ma si discute della sua scelta e non: chi è il fetentone che ti pubblica per una miseria, che forse delle responsabilità le ha? Invece: ma questo ginocchio come sarebbe che ti hanno sparato e non lo sapevamo? E non si è sfracellato? Perché disquisire di menischi e di proiettili, ma non del fatto che pagare 70 dollari a pezzo è causa, non sintomo, di una stampa scadente?

Il lavoro delle donne

It sounds like a jet approaching, and everybody, it's a matter of instants, stare at each other, your words that choke in your mouth; but it is only a gate that slides and closes. A hatchet chopping firewood is a kalashnikov burst, the footstep of a woman's heel is a sniper shot. We look normal, in Aleppo. Instead, fear is a cancer that wears us out from within.Eight months after the beginning of the battle, one thing only hasn't changed, here: Assad jets are so inaccurate that they never bomb around the front line - they might miss the rebels, and hit the loyalists. And if the favourite target once was the Shifa Hospital, now that its walls are but powder, its medical staff a flower and a framed photo, the most dangerous places are bread lines. They are just kids and women, today. In two hundreds, they compete for a bunch of boxes with some olive oil, some rice, chickpeas. Sugar. They have missing fingers, missing ears, in the sharp wind of this winter's remnants they scarcely wear a threadbare shirt and a few else, their bones that sculpt their skin. Mothers notice you, notice a stranger, and try to leave their newborn in your arms, they say: Bring him with you. Save him.It's starving, Aleppo, swept away by a typhus fever epidemic, in the streets people sell everything, it seems they scattered on the ground their entire living room, teapots, TVs phones, tableclothes, light switches, everything - to be precise: bits of everything: for Aleppo is but rubble, now, someone sells you the stroller, someone else its wheels. Ibtisam Ramdan is 25, she lives with her three children and tubercolosis in a slide of sewer under the river's bank, the door that is a hen-house gate, the fireside a paint's can, and these three children, in the dark of a rancid corner, crying and coughing, they cough so loudly and they cry so desperately that they wheeze - the left-overs of some rice on a cardboard's scrap: they don't even have dishes: and anyway here, for the time being, there's nothing edible. And like them, dozens of other families; all the river's bank is faults and hovels, they aren't sheds, they aren't caves, they are but bits of things, metal sheets, stones, planks, plastic rags - piles, piles of bits of things, at some point, simply, you realize you are inside, amid women, kids, old men, maimed and mute, you walk one centimeter from them and they not even look at you, blackened from the stoves' coal, their feet in the mud. They have but rain water, their skin dotted of infections, even cats, here, are sick, while a jet, suddenly, snarls over your head, you move a shutter, and you find a man who is dying from leukaemia, you move another shutter, and you find a man who is flaying a rat - you ask a question, and your translator who burst into tears and tells you Excuse me, but I have no longer words, I have no longer words for all this.It's so starving, Aleppo, so exhausted that missiles strike, and people continue to live amid the debris. As in Ard al-Hamra, 117 dead - 17 of whom are still here, scattered under you. The alive pop from collapsed stairs, collapsed ceilings, one by one, from crumbled pavements, butts of pillars, a carpet that hangs from a chandelier: they have only what they wear, in the Nokia of Fouad Zytoon, 36, the picture of a head hurled on a shelf, it's his daughter. They insist on telling you everything in detail, Do you want the names of the victims?, they ask you, I got the complete list, and you feel ashamed to say it, but no, you don't need the names, the number is enough, and anyway it's late, and Aleppo is thousand stories and this is just a line of your article, it's late, really, and anyway you are tired, and dusty, and you are scared of this jet over your head, that keeps on circling, and circling and circling, the pilot who is selecting his target, who is perhaps selecting you and no, you need only the number, thank you it's enough, 117, 17 never recovered from under your feet - and the guy, point-blank, who stares at you, tells you: You see? nothing remains, of our lives, not even a name.It looks normal, Aleppo. And journalists left. War has become so part and parcel of this city, so embedded in its flesh that grass grew amid the rubble, taxi drivers notice the Nikon, on your neck, and they stop you, as you were a tourist, they ask you: Want to go to the frontline? - but then you bump into a kid, and she salutes you standing at attention: you bump into a garbage collector, in the street, into an electrician who is fixing an antenna, and it's like a whip crack, suddenly, the body that falls down: shot down: a sniper. Then at the entrance of the hospital, while the jet disappears, appears, glides, gains altitude again, at the entrance of the hospital lie the corpses with no ID, people pass by, they just lift the white sheet, they make sure he isn't a brother, a cousin. Then you walk into a playground, while perhaps he is selecting you, and there is a sleeping bag amid the swings, while perhaps it's your turn, and in the sleeping bag there is a black-and-blue guy, a hole on his temple, then you open a main door, and the walls that are all blood, while they are the fiercest minutes, you look around, and everywhere, these buildings that are one floor inhabitated one floor destroyed, a charred tricycle pending in the air. Then you go into a school, into a classroom, and at mortar fire's noise, children not even turn their heads: only at a rain of kalashnikov fire they start to debate: It's a doshka, Ahmed, 6, says, No it's a short-barrell kalashnikov, Omar, 6, too, says, You see?, it's lighter than a draganov - while perhaps it's your turn, now, and you can only hug yourself, together with all you didn't say, in your life, the times you weren't able to love, the times you weren't able to dare, the times that now it's late for everything, and life shines of a raging beauty, now that perhaps your turn has come. Until you get the news; airstrike on Sheik Said neighborhood. And it's rough to admit it, but it's an infinite relief: Sheik Said: not you - an infinite relief: to know that somebody died. And - and it's like this war has robbed you not of your humanity, but even more violently: like it left you naked in front of the mirror: naked as you really are: because you are the only one who matters, in your life, to admit it bleeds, but this war hasn't robbed you of anything, simply your humanity, your diversity never existed. You are the only one who matters - and such a life, what a life is?Because later, worn out, you twist and turn amid the piled sandbags to escape the never ending snipers. How long does it take?, you ask, your nerves crumbling, how far is it? - and only now you do understand this war; when in the middle of nowhere, Alaa says: It's here.Because of the ancient souk of Aleppo, the most charming 4,000 sqm of the Middle East, a vertigo of voices, and tales colors, an overflow of life, now this is all that remains: rubble. Your feet that you walk in and sink until the ankles, bented spikes of rusty iron bars, shattered glasses, metal sheets, bullet-ridden blown up shutters. Powder and stones. Nothing else. But really nothing else. Rebels drag you around alley by alley; this is the cotton market, they explain you, this is the gold market, on your right you find the spices, down there is the silver. And they are but rubble. Here is where brides buy their gowns, and they point out the butt of something, here their wedding band - verbs in present tense: and you see but nothing. There's not even a rat, here.Rebels and loyalists are so close that they scream at each other while they shoot each other - it's a war of the last century, the war of Aleppo, it is a trench warfare of rifle shots, on the frontline the first time you cannot believe it: with these bayonets that you have seen only in history books, and you tought they hadn't been used any longer since Napoleon's time, today that war is a drones war: and here, instead, they fight meter by meter, with that blade tied to the barrel, and decayed of blood, and for it's really a war street by street, a hand-to-hand combat, the alley cats, out there, that contend for a shinbone. Even tough they are but praetorian guards of an empire of death, by now, ready to offer you tea and cigarette under the sun and fire while from the old mosque, a UNESCO world heritage site, they welcome you with the V victory sign as in front of the Colosseum for a photo souvenir: and instead they are but in front of smashed minarets, walls defaced by bullet holes, briers of rubble while they take off their shoes, as in any mosque, or they stop you: You cannot enter here: this is the women area, and instead they are but the charred remains of objects you don't even understand what objects are - while they keep guard pink elephants: but everything, here, amid the ghosts of the brides, is more sacred than life.You think they are roads, they are The Road by Cormac McCarthy. Even the muezzin, now, calls no longer to prayer: he calls for blood donors for the wounded of the last missile, dropped one hour ago. And only kalashnikov fire, suddenly, wake you up - out there shooting starts again. It is the only sign of life - out there, somebody dies. Somebody hasn't died, yet.

Ieri ho letto sul sito della Columbia Journalism Review questo pezzo che era stato molto segnalato in rete. L’ha scritto Francesca Borri, reporter italiana free-lance, autrice di due libri sulle guerre. L’avevo tradotto forse dignitosamente perché mi sembrava potesse innescare un dibattito sull’informazione. Francesca mi ha scritto e mi ha gentilmente inviato il suo originale […]

Intervista a Gianni Mura

GianniMura (cuneo2008)

Questo pezzo è uscito sul Mucchio. Ne approfittiamo per segnalarvi che il sito della rivista ha da poco inaugurato una veste grafica completamente rinnovata. (Immagine: Scrittorincittà, Cuneo 2008.)

Sono partito dal “lei”, con Gianni Mura, oltre che per educazione, perché è la formula che viene istintivamente quando devi rivolgerti ai grandissimi. Mura, però, mi ha stoppato: “Siamo colleghi, andiamo con il tu”. Okay, va bene. Di lui, di giannimura, vorrei dire quello che ha scritto Greil Marcus a proposito di Lester Bangs introducendo Psychotic Reaction and Carburetor Dung: “Forse questo libro chiede al lettore di essere disposto ad accettare il fatto che il miglior scrittore americano sapesse scrivere quasi esclusivamente recensioni di dischi”. Ecco, Mura è anche un buon romanziere (a differenza del disastroso Les), ma il tesoro – e dunque la grandezza da scrittore – è nei suoi pezzi di calcio e ciclismo, una miniera inesauribile di ricchezza linguistica e inventiva; partite memorabili giocate su carta. Il Saggiatore ne offre un’antologia, Non gioco più, me ne vado.