Quello che succede in Turchia. Intervista a Pinar Selek

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«Quando, ogni lunedì mattina e ogni venerdì pomeriggio, ci mettono in riga come soldati, mi rifiuto di cantare l’inno nazionale piegando ostentatamente le ginocchia. Stringo le labbra mentre i miei compagni cantano a squarciagola: “Che la mia esistenza sia dedita alla nazione. Felice chi si dice turco!”. Rifiuto tutto ciò che mi ricorda l’uniforme. Sono i militari ad aver arrestato mio padre. Ed è lo Stato che ha sbattuto in prigione tutti quelli che amavo», scrive Pinar Selek nel memoir La maschera della verità (Fandango libri, 96 pagine, 13.50 euro), che irride la negazione del genocidio armeno.

Come si può raccontare che si è soli al mondo? Selek, sociologa e scrittrice, ha sempre vissuto difendendo mediante lo studio e la scrittura la ricchezza transculturale delle minoranze in Turchia: «Io, anche solo a sentire la parola “armeno”, ho paura. Per fortuna non esistono. Se esistessero ci divorerebbero tutti, stando al nostro professore di storia. Sarebbero tutti terroristi, e avrebbero sicuramente minacciato l’unità del paese. E ora farebbero di tutto per istigare i turchi mettendoli gli uni contro gli altri sostenendo che un genocidio c’è stato».

Mai scuse per la noia. Intervista a Viggo Mortensen

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Pubblichiamo un’intervista uscita sul Mucchio, che ringraziamo.

di Rosario Sparti

Viggo Mortensen non è il tipico attore hollywoodiano. Sarà per questo che Matt Ross l’ha scelto per il ruolo di Ben Cash, un padre anarco-primitivista che ha deciso di vivere con la famiglia nel cuore di una foresta, lontano dall’influenza della società consumista. Sguardo malinconico, barba 5 o’clock shadow e maglioncino da scampagnata domenicale, Viggo Mortensen è seduto su un divanetto nel giardino dell’Hotel de Russie. Sembra infreddolito, eppure risponde generosamente alle domande dei giornalisti. Il suono della pioggia autunnale accompagna le sue parole cadenzate, in cui l’inglese talvolta cede il passo a un buon italiano. Lo statunitense è nella Capitale per presentare Captain Fantastic: road movie diretto dall’attore Matt Ross, dove interpreta il ruolo di un padre fuori dagli schemi, un personaggio con cui condivide la fama di irregolare. Nato da madre americana e padre danese, Mortensen ha trascorso l’infanzia in una zona rurale dell’Argentina, dove ha imparato a pescare e cavalcare, dopo il divorzio dei genitori ha lavorato in Danimarca come camionista, fioraio e cameriere, per poi tornare negli Stati Uniti con il desiderio di studiare recitazione. Musicista, editore, pittore, poeta e fotografo, è un uomo che ama sorprendere innanzitutto se stesso, perché, come ha detto qualche tempo fa, “non ci sono scuse per sentirsi annoiati, Tristi, ok. Arrabbiati, va bene. Depressi, sì.  Folli, anche. Ma non ci sono mai scuse per la noia.”

Una letteratura alchemica – Intervista a Mircea Cărtărescu

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Questa intervista è apparsa originariamente sul manifesto, che ringraziamo. Mircea Cărtărescu è ormai considerato il maggior autore rumeno e tra i maggiori europei viventi; autore di molte opere, più volte candidato al Nobel, ha ottenuto fama internazionale con i tre volumi di Abbacinante, opera monumentale e stilisticamente molto ambiziosa con la quale ha ridefinito la […]

L’alfabeto di Gonçalo M. Tavares

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La traduzione delle risposte dal portoghese è di Marika Marianello.

«Lavori lì da sei mesi e ancora non ti sei abituato?»
Matteo non risponde. Solo un no con la testa.
«Nessuno si abitua a quella roba», dice al suo amico Guzi.

È difficile, forse superfluo, il tentativo di classificare Matteo ha perso il lavoro (nottetempo, 150 pagine, 16 euro, traduzione a cura di Marika Marianello), che ne limiterebbe la potenza espressiva, valorizzata dal controllo che Gonçalo Manuel Tavares mostra sulla scrittura. L’esistenza di Matteo, l’unico che Tavares chiama per nome nel libro, costituisce il corpo centrale di un testo costruito in tre parti, che lo scrittore sostiene di tenere insieme con la ricchezza della cosa più preziosa: l’alfabeto. Nella prima parte leggiamo microstorie concatenate in rigoroso ordine alfabetico, da Aaronson fino a Levy, poi c’è la M, ed entriamo nella vita del personaggio nucleare.

Tra le figure precedenti nessuna lascia indifferenti, colpisce la maestria nel narrare il rapporto tra il cieco Goldstein e il suo amante, il prostituto Gottlieb, che per lui si è fatto tatuare sulla schiena la tavola periodica di Mendeleev in Braille. Colpisce il maestro Diamond che insegna, in una scuola sempre più assediata dall’immondizia, ai propri studenti a cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Matteo ci interroga sul dialogo con la realtà, sulla sua accettazione: «Comunque Matteo adesso aveva un lavoro.

Guardando il cielo. Intervista a John Berger

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Ricordiamo John Berger, morto ieri sera all’età di novant’anni, con questa intervista uscita sul Manifesto, ringraziando la testata (fonte immagine).

Nel 1972 comparve sugli schermi televisivi del Regno Unito un uomo con una T-shirt in stile pop art che, con voce calda e rassicurante, sollecitava gli spettatori a interrogarsi sul rapporto tra arte e società. Lontano da ogni pedagogismo paternalistico, alieno dagli eruditi esibizionismi dei cultori della materia, capace di dubitare persino delle proprie posizioni, quell’uomo, John Berger, rivoluzionò il modo di pensare l’arte, lasciando sconcertati esperti e comuni cittadini. Impantanati nei tortuosi meccanismi ermeneutici derivati da Barthes e dallo strutturalismo francese allora di gran moda, i primi stentarono a riconoscere l’efficacia di un approccio così chiaro e diretto; i secondi si sorpresero nello scoprire come le opere d’arte non fossero oggetti muti e impenetrabili, che acquistano eloquenza solo dopo un lungo apprendistato alla critica d’arte, ma veri e propri interlocutori con cui dialogare, intrisi di contenuti politico-ideologici, così come di storie personali, memorie e speranze.

“Storie del Barrio”: intervista a Bartolomé Seguí

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(foto di Chiara Pasqualini)

di Giulia Gabriele

Alla libreria Borri Books della Stazione Termini, martedì 22 novembre il fumettista spagnolo Bartolomé Seguí ha presentato Storie del Barrio (Tunué), graphic novel realizzato insieme allo scrittore e illustratore Gabi Beltrán che, rievocando la sua adolescenza, ha dato vita ai testi.

Opera a quattro mani, dunque, che racconta la storia di un quartiere periferico di Palma di Maiorca e dei suoi ragazzi di strada, negli anni Ottanta.

Tavola dopo tavola conosciamo il giovane Gabi e i suoi amici: Benjamín, Arnaud, Falen, El Gato, Ramos, Cardona… Fuggono dalle loro case molto presto (prima dell’alba per vendere i giornali ai semafori), e vi tornano, se vi tornano, tardi la notte (dopo aver aiutato l’ultimo marinaio americano in licenza a trovare la sua “señorita”).

Guardiola e Mourinho, i duellanti

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Come da tradizione, il campionato inglese disputerà quest’oggi un intero turno di campionato nel giorno del Boxing Day. Di seguito un’intervista a Paolo Condò sul suo libro I Duellanti, protagonisti Pep Guardiola e José Mourinho, attualmente allenatori di Manchester City e Manchester United. Il pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

Gabriel Feraud e Armand D’Hubert danno di spada in una sfida diventata leggendaria per il cinema, I Duellanti, il primo lungometraggio di Ridley Scott. José Mourinho, portoghese, e Pep Guardiola, spagnolo, o meglio catalano, non usano lame, ma l’ossessione celata dietro il loro rincorrersi ricorda davvero quella portata in scena da Harvey Keitel e Keith Carradine.
Mou e Pep, lontanissimi per stile ma uniti da un carisma debordante, si sono incrociati negli ultimi dieci anni sedendo su diverse panchine, battagliando attraverso l’Europa come due paladini. Paolo Condò, opinionista di Sky, firma storica della Gazzetta dello sport, si è addentrato nel fitto di questo duello, soffermandosi su pochi giorni nella primavera del 2011, quando i due sono rispettivamente sulle panchine di Real Madrid e Barcelona.

Nel libro scrivi che Guardiola è un fabbricante di universi. Cosa c’è di speciale nel suo modo di intendere il calcio?

Nella mia carriera ho incontrato diversi tecnici che attuano il loro calcio in senso pragmatico o secondo canoni estetici, e ho scelto Mourinho e Guardiola come simboli universali di queste visioni. Guardiola è un costruttore di squadre che vogliono vincere in una maniera molto precisa, mentre Mourinho vuole vincere e basta; Guardiola discende dalla scuola olandese-catalana, da quel maestro che è stato Cruijff. Non si accontenta dei tre punti: vuole che arrivino in una certa maniera.

Autoproduzione dammi la cura

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Fumetti dal futuro è un documentario sull’autoproduzione che già da un po’ di mesi sta girando per vari festival del fumetto, riuscendo a destare interesse e dibattito. In occasione di Lucca Comics è stato proiettato ben due volte: una all’interno della kermesse ufficiale, l’altra al Borda!Fest ovvero “l’altro festival del fumetto di Lucca”, indipendente e autorganizzato. Soprattutto in quest’ultima occasione la discussione si è fatta ancor più accesa e partecipata, un po’ perché al Borda l’autoproduzione è di casa e quindi un tema molto sentito, ma anche per la presenza fisica alla proiezione di molti “addetti ai lavori”: fumettisti, editori indipendenti, giornalisti, organizzatori di festival, etc.

Tra loro non potevano certo mancare i quattro autori protagonisti del documentario: Ratigher, Alessandro Baronciani, Dr. Pira e Maicol&Mirco. Chi però più di tutti si è preso la scena è stato Valerio Bindi: uno dei fondatori del Crack! (il festival di autoproduzione più importante d’Italia, che si svolge ogni anno a Roma dentro il Forte Prenestino). Tutto ruota intorno alla dicotomia autoproduzione/case editrici, la quale trova il suo picco più alto proprio alla fine della pellicola, quando Maicol&Mirco conclude con queste parole: “L’autoproduzione sopperisce ai difetti delle case editrici”.

Intervista a Paul Beatty, vincitore del Man Booker Prize

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Questa intervista è uscita sul Messaggero, che ringraziamo.

Paul Beatty, classe 1962, radici losangeline, con Lo schiavista (Fazi Editore, 369 pagine, 18.50 euro, traduzione ottima di Silvia Castoldi) è da poco il primo scrittore nordamericano insignito del prestigioso riconoscimento letterario Man Booker Prize. The Sellout, il titolo originale dell’opera, è un romanzo satirico, coraggioso che, sottraendosi al canone della classica denuncia sociale grazie alla fantasia e al talento dell’autore, guarda al proprio paese, lo interroga e dissacra, mettendolo allo specchio.

Potremmo cominciare a leggere il libro da questo dialogo: «È illegale gridare “al fuoco” in un cinema pieno di gente, giusto?». «Sì». «Be’, io ho sussurrato “razzismo” in un mondo post razziale». Il narratore, il venduto, nell’incipit potente si fa carico del pregiudizio storicizzato: «So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente». Me, soprannominato Bonbon, ci porta davanti alla Corte Suprema col caso 09-2606: lui contro gli Stati Uniti d’America. Il giudice nero è costernato: perché ai giorni nostri un afroamericano viola i principi, possedendo uno schiavo, e sostiene che la segregazione riunisca le persone di una comunità in crisi di identità?

Tra Pasolini e Roth: intervista a Massimo Popolizio

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Massimo Popolizio è in scena (accanto, tra gli altri, a Fabrizio Gifuni e Massimo De Francovich) al Teatro Argentina di Roma fino al 18 Dicembre con la celebrata Lehman Trilogy, ultima grande messa in scena di Luca Ronconi, tratta dall’omonimo testo di Stefano Massini.

Come riassunto da Marta Marchetti nel suo saggio Guardare il romanzo. Luca Ronconi e la parola in scena (Rubettino): “La storia dell’ascesa e del declino di una grande famiglia di banchieri americani è raccontata in una fusione di spazio, tempo e azione che mette attori e spettatori di poterne fruire solo se disponibili a rischiare di rimanere bloccati su un dettaglio o di perdere proprio il particolare che può dare un senso al tutto (…) In questo modo procede tutto lo spettacolo, più di un secolo di storia economica e politica per la durata integrale di cinque ore e mezza…”.