Pattinare su carta: intervista a Suzy Lee

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Questo articolo è apparso su Robinson – la Repubblica. (Immagine: Suzy Lee)

Che succede se un illustratore sceglie di ignorare tutte le regole comunemente accettate da chi crea, pubblica, discute i libri per bambini? Nella peggiore delle ipotesi vengono fuori prodotti autoreferenziali, nella più sorprendente capolavori che ridisegnano gli orizzonti della tradizione un attimo prima che altri si accorgano di com’erano già invecchiati, serviva solo qualcuno che li scavalcasse.

Lo stato del fumetto italiano – intervista a Bagnarelli, Fior, Gipi, Dr.Pira, Ratigher, Tota.

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Questo pezzo è uscito su Linus, che ringraziamo. Il mercato italiano del fumetto è oggi il quarto al mondo e cresce del 37% annuo, secondo le stime più recenti dell’AIE, per un valore (secondo una stima indipendente di Matteo Stefanelli dell’Università Cattolica di Milano) di circa 200 milioni di euro. Un dato tanto più significativo […]

Piccole sedie rosse. Intervista a Edna O’Brien

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Pubblichiamo un pezzo uscito su D di Repubblica, che ringraziamo.

MILANO. “Prendiamo un tè? Sa, in Irlanda a quest’ora si prende un drink, ma io ormai vivo da oltre cinquant’anni a Londra, preferirei un tè. Lei invece? Mi spiace tanto per prima”. Edna O’Brien è una donna sublime. Non fa che scusarsi perché quando l’ho salutata, alle cinque in punto nel bar dell’Hotel Principe di Savoia, ha sgranato gli occhi dietro il giornale, dicendomi che l’appuntamento era alle sei e non era affatto pronta. Poi, in uno scatto improvviso, si è alzata, ha detto che no, io non c’entravo nulla, doveva esserci stato un fraintendimento con il suo editore, e mi ha chiesto almeno quindici minuti di attesa. Era appena arrivata dall’aeroporto, doveva prepararsi. Adesso è qui, impeccabile, e ha deciso di dedicarmi tutto il tempo che vorrò. Racconta per filo e per segno la genesi del suo ultimo romanzo (Tante piccole sedie rosse, Einaudi), il diciassettesimo della sua lunga carriera di scrittrice iniziata nel 1960 con il successo di Ragazze di campagna (Elliot).

Scienza e Società, la simmetria imperfetta. Dialogo con il sociologo Massimiano Bucchi

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Questo pezzo è uscito su L’Unità, che ringraziamo.

La foto in primo piano della Ministra della salute Beatrice Lorenzin, che sorride compiaciuta; sotto, in caratteri maiuscoli, l’appello: “Vaccini: chiediamo dimissioni immediate del governo per decreto legge da regime”. È una campagna promossa sul sito change.org, nata come reazione al recente Decreto legislativo che obbligherà i genitori di tutta Italia a vaccinare i propri figli; ma non solo: è anche uno dei numerosi sintomi di come il dibattito pubblico sia fortemente polarizzato sui temi di natura etico–scientifica che ci toccano da vicino.

Il mio Vietnam: intervista a Kim Thúy

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(fonte immagine)

La capacità di scavare in profondità con lievità e luminosità, ma senza autocensure, rende interessanti i libri di Kim Thúy, nata a Saigon nel 1968 e fuggita dal Vietnam a bordo delle boat people all’età di dieci anni per approdare in Québec.

Il mio Vietnam (nottetempo, 142 pagine, 15 euro) raccoglie le tracce biografiche dell’autrice e i suoi temi letterari: il viaggio, la migrazione e il rapporto con la lingua, la cultura culinaria, la composizione e la decostruzione di universi familiari nei quali i non detti sono mondi da esplorare. La guerra si rilegge a distanza di anni negli spazi intimi e nelle abitudini più banali della quotidianità. La sua eredità chiede a ciascuno di reinventarsi, ricostruire legami originali e una narrazione che elude i confini della nazione: «La lingua vietnamita che conoscevo era segnata dall’esilio ed era rimasta cristalizzata in una realtà passata. La storia del Vietnam e dei vietnamiti vive, cresce e diventa complessa senza essere né scritta né raccontata».

Albedo – Intervista a Sergio Nelli

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È da poco uscito per Castelvecchi Albedo, nuovo romanzo di Sergio Nelli. Lo abbiamo intervistato.

“Albedo viene da lontano, si origina in un racconto scritto molto tempo fa, così come l’idea di una comunità di recupero era qualcosa intorno a cui avevo cominciato a ragionare per un’altra storia anni fa: c’erano, insomma, una serie di temi e figure che avevo contemplato in passato senza poi aver dato forma a qualcosa di preciso.  Anche sulla questione dell’alcolismo, che è cruciale per l’innesco del romanzo, avevo fatto una ricerca specifica abbastanza vasta nel 2000. Mi interessava la psicologia dell’alcolista, così andai in una comunità di disintossicazione a fare interviste, registrai una quindicina di audiocassette, mi sembra per quasi tutto il mese di luglio, e in una seconda tornata autunnale, quindi uno studio abbastanza impegnativo, le ho ancora con me e sebbene non abbia sentito poi il bisogno di riascoltarle hanno costituito una base importante per lo sviluppo del romanzo. Ho sempre pensato che leggere e interessarsi a cose le più diverse, impicciarsi in qualche modo, rappresentasse un capitale invisibile. Quando ero studente di filosofia, un pomeriggio al Pellegrino (la facoltà in via Bolognese), Eugenio Garin,  a cui rompevo le scatole dopo le lezioni, mi disse: Caro Nelli, sa cosa bisognerebbe scrivere qui all’ingresso? Chi vive di sola filosofia muore di fame. Questa cosa mi è rimasta in testa sempre anche quando ho intrapreso una diversa ricerca.

Sul bisogno di autenticità: intervista alla cantautrice Nadia Reid

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Questa intervista è uscita sul numero di marzo del Mucchio Selvaggio, che ringraziamo.

Dovendo scegliere una cantautrice su cui puntare per il futuro, sceglieremmo la giovane neozelandese Nadia Reid, che con Preservation conferma quanto di buono aveva lasciato intuire con l’album d’esordio. Abbiamo fatto una chiacchierata per capire come sono nate le nuove canzoni.

Look da antidiva, espressione perennemente imbronciata, Nadia Reid, twenty-something proveniente dal sud della Nuova Zelanda, sembra uno di quegli artisti destinati a realizzare sempre un heartbreak record. E’ proprio con quei toni gravi, con il cuore ridotto a brandelli, che è stato scritto e registrato anche il nuovo disco, Preservation. Ma Nadia è un’artista che, a dispetto della malinconia di cui sono infuse le sue ballate e del gusto per la rimembranza evidente in molti dei suoi testi, non ama guardarsi troppo indietro. Del suo debutto uscito poco più di un anno fa, Listen To Formation, Look For The Signs, dice “mi sembra un po’ datato”. Certo, quello era un album scritto nell’arco di sette anni, il classico primo album di una ventenne che vi racchiude il meglio di un canzoniere accumulato durante quel faticoso viaggio dentro e fuori se stessi che è l’adolescenza. Si trattava, comunque, di un esordio notevole, uno dei migliori dischi folk del 2015.

Foglie al vento: un’intervista a Richard Ford

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Pubblichiamo un’intervista uscita sul Venerdì, che ringraziamo.

New York. Ogni giorno non passa un’ora senza che Richard Ford pensi qualcosa di suo padre, morto il 20 febbraio 1960. O di sua madre, che se n’è andata il 28 dicembre 1981. «Mi mancano. Anche oggi che ho 73 anni e che loro sarebbero ultracentenari. Mi manca il loro controllo su di me, non c’è più nessuno a controllarmi».

Nemmeno sua moglie Kristina, cui dedica ogni libro? Un lieve controllo affettuoso, solidale, non spionistico?

«Stiamo insieme da 54 anni e non ci siamo mai controllati. Ci amiamo. Io voglio fare tutto quel che fa lei e lei vuol fare tutto quel che faccio io. Non siamo gelosi dei successi reciproci. Insomma, siamo molto esigenti e fortunati».

Queste intimità Ford le racconta, anzi le urla, in un affollatissimo bistrot dell’Upper West Side. Tra avventori che celebrano il pomeriggio domenicale e primaverile alzando il volume – magari anche il gomito – e camerieri che arrotano la r di Sancerre e Chardonnay. In lontananza, un neonato radical chic esprime il suo disappunto per la caciara con strilli ancor più potenti. Una situazione abbastanza insensata, ma Ford è il cantore dell’insensatezza, quindi va bene così.

“Sono un sindacalista di cuore”. Intervista a Paco Ignacio Taibo II

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(l’autore ringrazia Maria Pina Iannuzzi per la traduzione)

«Il nemico non sarà chi è nato dall’altra parte della frontiera, né chi parla una lingua diversa dalla nostra, bensì colui che non ha la ragione, colui che vuole violare la libertà e l’indipendenza degli altri». Paco Ignacio Taibo II ha costruito a immagine e somiglianza di queste sue parole i quattro protagonisti della novela negra y policiaca L’ombra dell’ombra (la Nuova frontiera, 235 pagine, 16.50 euro), ambientata a Città del Messico all’alba degli anni Venti del secolo scorso, quando al potere c’era il generale Álvaro Obregón che promise agli statunitensi di non espropriare gli interessi delle compagnie petrolifere.

Stregati: “La stanza profonda” di Vanni Santoni

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Per la nuova puntata di Stregati, Gianluca Didino ha intevistato Vanni Santoni, in dozzina con il suo La stanza profonda, pubblicato da Laterza.

Ciao Vanni. Vorrei cominciare questa intervista parlando di un tema che credo stia a cuore a entrambi, quello dei mondi chiusi. Nella Stanza profonda racconti l’universo dei giochi di ruolo, partendo dalla diffusione di D&D negli anni ’70 per arrivare fino ai giochi online. Gli universi finzionali, le mappe, l’immedesimazione nel personaggio sono tutti esempi di mondi chiusi. Poi tu sei anche uno scrittore di fantasy, il genere che forse si è dedicato più di tutti alla produzione di universi alternativi. Uno dei tuoi scrittori contemporanei preferiti, Mircea Cărtărescu, nella sua trilogia Abbacinante non fa altro che parlare di mondi chiusi, mondi all’interno di altri mondi, mondi che generano altri mondi. Che significato ha questa idea per te?

Sicuramente, come dici, negli ultimi mesi ho preso una bella sbandata per Cărtărescu, molto banalmente perché il suo Abbacinante è la cosa più significativa che mi sono trovato a leggere da molto tempo – direi da 2666 di Roberto Bolaño o Austerlitz di W.G. Sebald –, peraltro come capofila di un gruppo di libri saliti alla ribalta negli ultimi tempi e tutti notevolissimi, che sembrano aver riportato in modo deciso il pallino del romanzo in Europa dopo decenni di egemonia americana. Penso a Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov, a Terminus radioso di Antoine Volodine, a Satantango di László Krasznahorkai (che recente non è, essendo dell’85, ma è tornato in scena, mostrandosi ancora attualissimo, in seguito alla vittoria dell’International Booker Prize due anni fa), e anche, in modo meno diretto, al lavoro dell’inglese Tom McCarthy.