Dalla parte di Baboucar

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Un gruppo di ragazzi nel centro Italia, tra Perugia e Falconara Marittima, colti in due giorni, nell’attesa che il loro destino di richiedenti asilo venga sciolto dai cosiddetti organismi preposti. Baboucar, uno dei ragazzi, è alla testa della banda, come scrive all’inizio di ogni capitolo Giovanni Dozzini, l’autore di E Baboucar guidava la fila (minimum fax), un romanzo di azioni e movimenti, di pensieri e di libertà nella giovinezza, mentre il territorio intorno a loro oscilla tra curiosità, diffidenza, ostilità nei loro riguardi.

Nella narrazione quotidiana contemporanea, come sappiamo, la questione dei migranti occupa uno spazio consistente. E non occorre riportare qui un campione di titoli di giornale o di servizi televisivi per sostenere come in queste narrazioni venga messo in luce, a stragrande maggioranza, l’aspetto di minaccia che gli stessi migranti rappresenterebbero per Gli Italiani. Di tutto il resto – delle vite, ad esempio – sembra importare davvero poco.

I muri che ci dividono

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Dal Duemila a oggi nel mondo sono stati eretti per ragioni trasversali, dalla regolazione dell’immigrazione a questioni di sicurezza, trenta muri in zone frontaliere. Nei cinquant’anni precedenti se ne contavano dodici, cominciando da quello tra Algeria e Marocco, che risale al 1954.

Tim Marshall, per trent’anni corrispondente della BBC e Sky News, ospite del Festivaletteratura, dopo il successo della pubblicazione Le 10 mappe che spiegano il mondo (Garzanti, 2017), nel saggio I muri che dividono il mondo (Garzanti, 270 pagine, 19 euro, traduzione di Roberto Merlini), che assomiglia a un reportage, percorre non solo figurativamente i cinque continenti sulle tracce dei seimila chilometri di barriere innalzati negli ultimi dieci anni.

Lascia che sia. Intervista con Li Kunwu

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Pubblichiamo un’intervista di Giada Messetti uscita su Linus di Febbraio, ringraziando la testata. Questa sera Li Kunwu, alle ore 18.30, sarà alla Feltrinelli Milano Duomo con Ivan Carozzi, Silvia Xuelian Pozzi ed Elisa Giunipero; in fondo all’articolo gli altri incontri previsti per il suo giro italiano.

di Giada Messetti

«Coloro che sanno o comunque comprendono le sventure che abbiamo vissuto dovrebbero riuscire a capire anche la mia profonda aspirazione alla stabilità e all’ordine, da cui mi aspetto verranno la nostra rinascita e il nostro sviluppo».
Da Una vita cinese. Il tempo del denaro

Li Kunwu è un artista, disegnatore di poster di propaganda e vignettista del quotidiano Yunnan Daily. Nato nel 1955 a Kunming, capoluogo della provincia dello Yunnan, nella Cina meridionale, fa parte della generazione che ha visto la sua esistenza travolta in più di un’occasione dalle ondate della turbolenta storia cinese del Novecento.

Professione: cinereporter. Intervista a Luciano Tovoli

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Quest’oggi, nell’ambito della Festa del Cinema di Roma, si terrà un incontro (ore 19.30, al MAXXI) tra i direttori della fotografia Luciano Tovoli e Arnaldo Catinari. Di seguito un’intervista a Tovoli, uscita su Mucchio qualche tempo fa.

di Alessio Palma e Rosario Sparti

Non solo cinematographer ma anche regista, Luciano Tovoli, in compagnia di Giuseppe Rotunno e Vittorio Storaro, è stato tra i primi a rappresentare un modello “colto” di direttore della fotografia. Collaboratore di Barbet Schroeder a Hollywood, ha illuminato i set dei più grandi registi italiani, passando con disinvoltura da un registro naturalistico a uno spericolato uso del colore. Quanto mai affabile, senza privarsi di una pungente ironia che svela la sua origine toscana, ci ha accolto con calore nella sua casa a Ladispoli per raccontarci il suo lavoro.

Mark Fisher, il weird e l’eerie. Conversazione con Gianluca Didino

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Conversazione con Gianluca Didino, che ha curato la postfazione a “The weird and the eerie” di Mark Fisher (pubblicato in Italia da minimum fax, con la traduzione di Vincenzo Perna).

Discorsi sul metodo – 26: Antonio Moresco

Antonio Moresco è nato a Mantova nel 1947. Il suo ultimo libro è L’adorazione e la lotta (Mondadori 2018) * * * Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Lavoro per brevi periodi all’anno, perché nel resto del tempo mi lascio ghermire da altre imprese: lunghi ed estremi […]

Discorsi sul metodo – 25: Dacia Maraini

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Dacia Maraini è nata a Fiesole nel 1936. Il suo ultimo libro è Il diritto di morire (SEM 2018, con Claudio Volpe) * * * Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Hai orari precisi? Non ho delle regole fisse. Di solito comincio alle otto di mattina e vado avanti […]

Bussole. L’atlante delle frontiere

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(Le immagini sono tratte dal volume)

L’Atlante delle frontiere (Add editore, 140 pagine, 25 euro, traduzione di Marco Aime), scritto e disegnato da Bruno Tertrais e Delphine Papin, è una bussola che orienta e illumina la complessità del nostro tempo, in cui assistiamo a un rafforzamento non solo tecnologico delle frontiere senza precedenti nella storia.

In apertura della propria analisi geopolitica Tertrais, diplomatico francese direttore della Fondazione per la ricerca strategica, fissa una nozione spesso confusa: tutte le frontiere sono artificiali, poiché sono definite dagli uomini. Per esempio Cina e Russia hanno impiegato quarant’anni a dividersi 2444 isole fluviali. Lo sviluppo delle frontiere è legato alla nascita del mondo moderno e comincia nel XVII secolo. Dalla metà del XIX secolo al 1914 il mondo è stato diviso parallelamente alla costruzione degli stati. Solo alla fine della Guerra Fredda sono comparsi sulla terra ventottomila chilometri di frontiere e il 10% delle attuali è successivo al 1990.

Discorsi sul metodo – 24: Walter Siti

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Walter Siti è nato a Modena nel 1947. Il suo ultimo romanzo è Bruciare tutto (Rizzoli 2017). * * * 

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

 Quando lavoro a pieno ritmo, comincio a scrivere verso le dieci del mattino fino all’una, poi riprendo verso le 15,30 fino […]

Storia di una donna libera a Srebrenica

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(nella foto, Valentina Gagić Lazić)

SREBRENICA. A ventitré anni dalla fine di una delle guerre jugoslave più efferate, nella terra di confine tra Serbia e Bosnia ed Erzegovina, disegnata dal fiume Drina, la città di Srebrenica è piena di barriere invisibili.

In quello che a Potočari, frazione alle porte di Srebrenica, era il quartiere generale delle Nazioni Unite, ora un cartello recita: «Il fallimento della comunità internazionale». L’ONU aveva dichiarato Srebrenica “zona sicura” e nel biennio 1994-’95 la presidiò con un contingente di Caschi blu olandesi, rivelatosi tragicamente non all’altezza e inerte nella missione di interposizione e di protezione dei civili.