Ketama126: «Il capitalismo è un amante crudele»

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di Simone Tribuzio (fonte immagine)

Venerdì 18 ottobre (notte): torno da un’avvicente serie di partite a Taboo; l’unico pensiero fisso da mezzanotte in avanti è dotarsi di auricolari per poter finalmente ascoltare Kety.

Per chi scrive non è stato facile attendere il ritorno di Ketama126: uno degli artisti più quotati della scena trap, ma anche rap considerandone il background musicale e quello che ne rappresenta con il collettivo trasteverino CXXVI.

Kety è la quarta fatica discografica di Ketama126, che giunge grazie alla sua firma con Sony Music; prima major in carriera che decide di investire in un progetto dopo l’album culto Rehab. Il disco ragiona su più suoni e collaborazioni (producer compresi), ma dai testi riaffiorano più parole tabù, di cui la major non sembra affatto preoccuparsi; ma che sostiene l’artista romano d’adozione (nato a Latina) in quello che è il progetto più corale.

“L’estate del ’78”, il romanzo di una vita: intervista a Roberto Alajmo

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di Eugenio Giannetta

(fonte immagine)

Un incontro tra un figlio e una madre. Un saluto, un addio senza saperlo. «Cos’abbia fatto lei, nei tre mesi successivi, ancora oggi non lo so. È oggetto della presente indagine». Una frase da L’estate del ’78 (Sellerio). Come sia nato il libro che racconta questa storia, invece, è oggetto di un’intervista all’autore, Roberto Alajmo, giornalista e scrittore, in occasione dell’ultima edizione del Premio Lattes Grinzane, dov’era tra i cinque finalisti (il premio è andato ad Alessandro Perissinotto, con Il silenzio della collina, uscito per Mondadori, ndr), con questa motivazione della giuria: «Ne l’estate del ’78 di Roberto Alajmo, il commiato della madre assume la forma della gioia irrecuperabile, l’ultimo incontro, in cui l’autore vive senza saperlo l’istantaneità della felicità, prima dell’assenza della madre, che scompare per non pesare della sua malattia sull’estate del figlio, dopo la conquistata maturità. Nell’indagine sulla madre lo scrittore ricostruisce, seguendo tracce fotografiche, il tempo del “privato dolore e del pubblico silenzio” di una donna moderna non convenzionale, che “voleva afferrare il mondo ma il mondo le scappava di mano”.

Da Nuova Delhi a Venezia, il romanzo globale di Amitav Ghosh

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Le sfide poste dagli effetti del cambiamento climatico sono una questione anche culturale. Qual è il ruolo della letteratura, e più in generale della cultura, nell’affrontare la progressiva trasformazione e il disequilibrio del rapporto tra uomo e natura? Questa domanda raffigura il cuore dell’opera dello scrittore indiano Amitav Ghosh, che vive tra la natia Calcutta e New York. Con il saggio La grande cecità (Neri Pozza, 2017), che ha conosciuto un successo su scala mondiale, lo scrittore si è sottratto agli opposti estremismi dei negazionisti del riscaldamento globale e dei narratori dell’apocalisse, allargando la prospettiva di ricerca sul tema.

Dove nessun romanzo ha mai messo piede prima

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Pubblichiamo la trascrizione dell’incontro Where No Novel Has Gone Before, tenutosi al FILL di Londra, con la partecipazione di Edoardo Albinati, Rachel Cusk e Claudia Durastanti. Il testo è a cura di Antonella Lettieri.

Il Coronet Theatre di Londra ha ospitato anche quest’anno il FILL (Festival of Italian Literature in London), ormai giusto alla sua terza edizione. Questo festival – che è nato nel 2016 come reazione allo shock della Brexit e nel tentativo di cominciare a comprendere e poi anche a sanare una frattura che ha colto di sorpresa la maggior parte degli italiani (e degli europei) qui nel Regno Unito – riunisce letterature e idee che provengono da percorsi diversi ma dimostrano assonanze che vanno oltre la superficie della nazionalità o della lingua. Proprio alla ricerca di queste assonanze, gli eventi propongono, spesso in abbinamenti nuovi e inattesi, scrittori e pensatori italiani in dialogo con le loro controparti da tutto il resto del mondo.

La parola io non esiste: conversazione con Hirozaku Kore-Eda

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di Rosario Sparti

“Della quotidianità non frega nulla a nessuno”: questo è quanto si sente dire nel film Le verità di Kore-eda Hirokazu, presentato in concorso al Festival di Venezia e da poco uscito nelle sale italiane. Tuttavia, usando le parole della protagonista, verrebbe da precisare che della quotidianità non frega nulla a nessuno salvo che non la si racconti sotto forma poetica. Come cerca di fare da sempre il cineasta giapponese. Grazie a un passato come documentarista, Kore-eda difatti ama posare il suo occhio sulle piccole cose con sguardo apparentemente casuale ma puntuale nella naturalezza del ritratto, come se solo lui riuscisse a cogliere lo straordinario in gesti minimi e micro eventi apparentemente ordinari, raccontandole con una leggerezza e sobrietà che ricorda Èric Rohmer e, perché no, persino Richard Linklater (che la presenza di Ethan Hawke nell’ultimo film non sia casuale?).

Cosa succede in Cile: un’intervista a Alejandro Zambra

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Pubblichiamo un articolo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Simone Pieranni

«L’adolescenza era vera, la democrazia no». Alejandro Zambra, classe 1975 e scrittore cileno, ha posizionato questa frase in uno dei suoi libri più potenti, I miei documenti (Sellerio), una raccolta di racconti – per lui si sono scomodati riferimenti non banali, da Bolaño a Cortazar – all’interno dei quali l’esperienza dell’adolescenza vissuta nel regime di Pinochet prende forza, andando a comporre quella danza cangiante, tortuosa e soave, che compone l’universo letterario di una voce speciale, considerata oggi una delle più originali in tutto il Sudamerica.

Zambra ha la forza di imporre una scrittura nitida, scattante e in grado di aprire squarci in ogni momento, solcati dalla straordinaria capacità di riflettere l’io nel noi e l’esperienza personale in quella di un’intera popolazione.

Nelle cicatrici dell’America odierna. Intervista a David Means

Riprendiamo un’intervista uscita sul blog Altri Animali, che ringraziamo. Foto di Beowulf Sheehan.

di Marco De Laurentis

Cominciamo dalla tua ultima raccolta di racconti, pubblicata da poco anche in Italia, Istruzioni per un funerale. La raccolta inizia con “Confessioni”, una sorta di lettera aperta dell’autore ai lettori e al tempo stesso una difesa della narrazione.

Principalmente, la considero come una lettera indirizzata a me stesso – si tratta comunque di una lettera immaginaria – da usare come promemoria, per attenermi ai miei princìpi, dopo anni passati a scrivere racconti. Quando mio padre è morto, qualche anno fa, ho avuto l’urgenza di iniziare a parlare pubblicamente del mio punto di vista come scrittore. Ma è importante sottolineare che in un certo senso anche quelle “confessioni” sono fittizie. Se avessi iniziato a raccontare la storia vera della mia vita nessuno mi avrebbe creduto.

In “Confessioni” troviamo subito due temi ricorrenti nella tua opera, la violenza e la perdita. Cosa rappresentano nel tuo immaginario?

Vado ovunque posso per trovare storie nuove e mi capita spesso di trovarle in momenti di violenza e morte, ma solo se quest’ultime sono combinate con l’amore.

Lo strano caso di Henri Girard

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di Gilles Nicoli Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre 1941 nel castello di Escoire, in Francia, si trovano quattro persone: Henri Girard, suo padre Georges, sua zia Amelie, e la domestica Marie. La mattina seguente solo Henri Girard è ancora vivo. Gli altri tre sono stati brutalmente assassinati a colpi di roncola. […]

“I ragazzi della Nickel”: intervista a Colson Whitehead

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo (fonte immagine).

Colson Whitehead, insignito nel 2017 del Premio Pulitzer per la narrativa, dopo la consacrazione internazionale arrivata con La ferrovia sotterranea, è tornato in libreria con il nuovo romanzo I ragazzi della Nickel (Mondadori, 216 pagine, 18.50 euro, traduzione di Silvia Pareschi). Nel libro Whitehead ha esplorato con l’osservazione sul campo e l’immaginazione una vicenda che racconta dell’America di ieri, ma parla di un futuro di libertà ancora da conquistare.

Nel 2014 un gruppo di archeologi e antropologi forensi della University of South Florida ha riportato alla luce l’esito delle brutalità perpetrate nel cuore degli anni Sessanta presso il riformatorio Arthur G Dozier School for Boys, chiuso nel 2011, nel paesino di Marianna. Dai primi scavi, compiuti nel 2012, a oggi, nell’area circostante alla scuola, inaugurata il primo giorno del Novecento, sono state individuate oltre ottanta tombe clandestine.

Tradurre Olga Tokarczuk

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Tra le lingue che Barbara Delfino traduce non c’è lo svedese, ma all’annuncio dell’Accademia di Svezia ha distinto limpidamente il nome di Olga Tokarczuk. In Italia, pochi conoscono come Delfino il percorso e la scrittura del nuovo Premio Nobel per la letteratura.

La traduttrice in italiano del sesto romanzo, I vagabondi (Bompiani), che con la vittoria del Man Booker Prize International aveva consacrato Tokarczuk a livello internazionale, frequentava il terzo anno nella sezione di polonistica dell’Università di Torino, quando ha lavorato per la prima volta a un suo testo.

«All’università, durante alcune esercitazioni di traduzione, la professoressa ci diede un racconto breve di Tokarczuk. Mi colpì subito e cominciai a raccogliere informazioni sull’autrice. Nel Duemila non aveva ancora scritto molto, ma mi appassionò tanto da lavorarci per la tesi di laurea», racconta Delfino.