Andrea Pazienza raccontato da sua madre

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Luca Raffaelli ha intervistato per la prima volta Giuliana Di Cretico, la madre di Andrea Pazienza. Pubblichiamo l’intervista ringraziando il Venerdì di Repubblica, testata su cui è originariamente apparsa, e l’autore. 

di Luca Raffaelli

La mamma di Andrea Pazienza ha finalmente voglia di parlare e ricordare. Forse ne sente il bisogno. E lo fa con la sua moderata cadenza tra il marchigiano ed il pugliese, fermandosi talvolta per controllare le emozioni, o quando la commozione diventa troppo forte. Ogni tanto chiede alla figlia Mariella, che l’accompagna, se sta dicendo bene. Le chiede: “ti ricordi, mamma?”, dove “mamma” è il suo dolce intercalare. Giuliana Di Cretico, professoressa di educazioni tecniche a San Severo, è stata sposata con Enrico Pazienza, professore di educazione artistica. Andrea, il loro primo figlio (poi sarebbero arrivati Michele e Mariella), è stato uno straordinario artista del fumetto, morto a 32 anni nel 1988, venticinque anni fa. Enrico se n’è andato nel 1998, dieci anni dopo.

Ascolti d’autore: Michael Chabon

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Questa è la versione integrale dell’intervista a Michael Chabon  pubblicata sul numero di settembre di Outsider all’interno della rubrica “Ascolti d’autore”, ideata e curata dal giornalista Pierluigi Lucadei per indagare i rapporti tra musica e letteratura. (Fonte immagine)

Nella letteratura americana contemporanea Michael Chabon occupa un posto di primissimo piano. Autore di “Wonder Boys”, diventato un fortunato film con Michael Douglas e Tobey Maguire, e de “Le fantastiche avventure di Kavalier & Clay”, che gli è valso il Premio Pulitzer nel 2001, è recentemente tornato alla grande con “Telegraph Avenue”, romanzo ambientato in un negozio di dischi usati situato sull’arteria che collega la benestante Berkeley con la più povera Oakland. Non potevamo non dedicargli una puntata di “Ascolti d’autore”.

Speciale Santarcangelo 13: Intervista a Rodolfo Sacchettini

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Quest’estate abbiamo dedicato un lungo speciale a Santarcangelo 13, il festival internazionale di teatro in piazza. Chiudiamo il cerchio con un’intervista di Maurizio Braucci a Rodolfo Sacchettini, co-direttore del festival. (Foto: Ilaria Scarpa.)

di Maurizio Braucci

Luglio. A Santarcangelo di Romagna, al caffè Commercio, intervisto Rodolfo Sacchettini, critico teatrale e direttore artistico dell’edizione 2013 del festival. È una chiacchierata improvvisata con cui cerco di mettere un po’ a fuoco cosa sta accadendo oggi nel teatro italiano di ricerca.

Come collochi Santarcangelo nel panorama dei festival di teatro in Italia?

In Italia il festival di Santarcangelo è il più antico tra i festival del cosiddetto teatro di ricerca. Nasce nel 1971 e ha attraversato tante fasi, rimanendo un punto di riferimento per la comunità teatrale. A differenza di altre situazioni è un festival che cambia periodicamente direzione artistica. Ha un’identità forte che proviene dalla sua storia. Negli ultimi anni il numero di festival è proliferato in maniera impressionante, in tutti gli ambiti. La stessa parola “festival” è sempre più imbarazzante, perché associata a qualunque cosa. Per quanto riguarda il teatro sono nate molte rassegne e molti festival negli ultimi anni, spesso promossi da compagnie teatrali, e non di rado ben fatti, seppur realizzati con pochissime risorse.

Memorie del reduce Arbasino

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Arriva oggi in edicola il numero cinquantaquattro di IL, il magazine del Sole 24 Ore. Pubblichiamo un’intervista di Francesco Pacifico a Alberto Arbasino uscita a novembre 2012 ringraziando l’autore e la testata.

La casa: un ultimo piano dietro via Flaminia Vecchia con due grandi A sulle ante della porta. Sul pianerottolo, scaffali di libri. Dentro, un salotto con un divano a L interminabile, comodo, occupato da libri, sovrastato da lampade fungoidali e da un esercito di Adelphi. Ma il pezzo forte è un corridoio: quadri illustri ai lati, Guttuso e Pasolini soprattutto, a lui dedicati, e come soffitto una combinazione di pannelli in vetro colorato, illuminati come un dancefloor Anni 70 rovesciato, in combinazioni cromatiche – viola giallo blu bianco rosa rosso – da grafico hipster. È del ’30, è il più grande scrittore italiano vivente.

Ricordando David Foster Wallace

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Sono già passati cinque anni dalla morte di David Foster Wallace. Pubblichiamo un’intervista del 1993 tratta da Un antidoto contro la solitudine e tradotta da Martina Testa. Aggiungiamo che ci manca moltissimo.

A trent’anni, David Foster Wallace è stato definito il migliore rappresentante della sua generazione di scrittori americani. Grazie al romanzo La scopa del sistema e alla raccolta di racconti La ragazza dai capelli strani si è conquistato ampi consensi da parte della critica, un prestigioso Whiting Writers’ Award e un pubblico di lettori intensamente devoto. Wallace, laureato in matematica e filosofia all’Amherst College, ha cominciato a scrivere solo all’età di ventun anni. Il suo primo romanzo è stato pubblicato mentre ancora frequentava un master presso l’Università dell’Arizona, a Tucson. La sua scrittura è arricchita da una comprensione matematica e filosofica dei sistemi simbolici e dei concetti estesi, onnicomprensivi, che portano ogni idea alla sua estrema e spesso più esilarante conseguenza. È inventivo in un modo che ricorda Pynchon, e culturalmente onnivoro in un modo che ricorda chiunque da Don DeLillo a David Letterman, che è anche il protagonista di uno dei suoi racconti. Alla Cleveland State University, Wallace ha letto passi del suo secondo romanzo a una vasta platea che ha mostrato di gradire molto. Spera di finire questo romanzo entro un anno dal trasloco nella sua nuova casa di Syracuse, nello stato di New York.

Lettera aperta al ministro dell’Istruzione Carrozza a proposito del concorso docenti

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di Christian Raimo Gentile Ministro, nelle settimane passate mi è venuto in mente varie volte di scrivere questa lettera, e il motivo era simile al tono che avrei usato: una rabbia diritta e emetica. Ma per una serie di ragioni, anche personali, ho pensato di provare a usare un tono pacato e dialettico e a […]

Nuove frontiere, la scrittrice apolide e altri viaggiatori

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Questo pezzo è uscito su Colla. (Foto: Zony Maya.)

di Marco Gigliotti

Che poi la libreria Koob non è mica così lontana. Voglio dire, è vero, devi prendere gli stessi mezzi che prenderesti per andare allo Stadio Olimpico – la metro fino a Flaminio, poi il tram fino a piazza Mancini –, ma ci sono due differenze fondamentali: la prima è che non sei circondato da migliaia di tifosi come per le partite di campionato, quindi aspetterai il tram per un minuto e non per un’ora; la seconda è che una volta sceso al capolinea ti basterà girare l’angolo per arrivare a destinazione.

La libreria è accogliente e ben organizzata: ha un angolo bar, una sala presentazioni, un calendario ricco d’eventi. Quello che c’è intorno invece mette un po’ d’angoscia. I quartieri della Roma bene sono a due passi, ma contrastano nettamente con lo spettacolo offerto da piazza Mancini: capannelli di extracomunitari che bevono Peroni da 66 sul marciapiede e poi scalciano le bottiglie contro i muri; una coppia di zingari che rovista nei cassonetti e seleziona i rifiuti senza preoccuparsi di rimettere dentro gli scarti; un settantenne barcollante che bestemmia in romanesco e si lancia di testa contro ogni saracinesca che incontra.

Un’infanzia californiana – Intervista a James Franco

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Ieri è stato presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia Palo Alto, il film di Gia Coppola tratto dalla raccolta di racconti In stato di ebbrezza di James Franco. Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista di Tiziana Lo Porto uscita sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: James Franco in una scena del film.)

A due anni dal suo esordio con la raccolta di racconti Palo Alto Stories (In stato di ebbrezza nell’edizione italiana, minimum fax 2012) James Franco è di nuovo in libreria con un libro semiautobiografico e bello. Si chiama A California Childhood (Insight Editions, $ 29,99), un’infanzia californiana, ed è costruito intorno all’idea e alla pratica della memoria. Il libro comincia come un album di famiglia, con foto dell’infanzia di Franco, dei suoi fratelli Tom e Dave, dei genitori Doug e Betsy, insieme a pagine del diario della madre e poesie. Prosegue con alcuni ritratti in bianco e nero, dipinti e altre poesie che dell’adolescenza raccontano atmosfere, primi amori e sentimento. Finisce con storie sorelle di quelle di In stato di ebbrezza, ambientate ai margini dell’America e abitate da adolescenti impegnati a crescere in una periferia che ogni tanto è solo California, ogni tanto è ovunque nel mondo. E ovunque nel mondo potrebbe essere James Franco adesso, mentre interpreta nuovi colossal, piccoli film indipendenti e serie tv, dirige, preproduce, postproduce altri piccoli film indipendenti, videoclip e spot pubblicitari, va al cinema, si prepara per il suo primo spettacolo a Broadway (Uomini e topi di Steinbeck), legge moltissimo, collabora con alcuni giornali, ha un blog, fa delle interviste, disegna, dipinge, fotografa, è su Instagram, fa collage, crea opere d’arte, espone opere d’arte, suona con la sua band, registra canzoni, pubblica raccolte di racconti e libri d’arte e di poesia, twitta, risponde alle email.

Intervista a Zadie Smith

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Questo pezzo è uscito su Pubblico. (Fonte immagine)

di Valentina Pigmei

Del suo esordio, scritto a vent’anni e super best-seller planetario, dichiara “It’s ok”. A proposito del suo ultimo libro, “NW” (Penguin), uscito lo scorso settembre in Gran Bretagna e Stati Uniti e in corso di pubblicazione per Mondadori nella primavera 2013, la trentasettenne Zadie Smith si dice molto soddisfatta. Accolto da critiche contrastanti, il quarto romanzo di Smith è un libro difficile, sia per l’onnipresente flusso di coscienza e la mancanza di una trama lineare sia per la storia un po’ cupa. Omaggio a Londra – a partire dal titolo “NW”, abbreviazione di “North West”, la zona popolare dove l’autrice è cresciuta – è un romanzo che rispecchia i tempi in cui viviamo e il nostro sconforto. Uno sconforto che Zadie Smith ha il coraggio di raccontare e prima ancora di ascoltare: ascolta le voci della città, ne registra i linguaggi, inventa stili e parlate, dai gelidi accenti dell’Oxford English allo slang di strada più marginale. Il risultato è un romanzo “a disagio”, spigoloso e imperfetto, ostico e a tratti strepitoso. Abbiamo raggiunto telefonicamente Zadie Smith a New York, dove trascorre gran parte dell’anno e insegna alla New York University. Parliamo metà in italiano – Zadie ha vissuto a Roma dal 2007 al 2009 – e metà in inglese. Con lei ogni intervista è una battaglia: all’inizio ti contrasta, polemica, poi a poco a poco, si ammorbidisce, abbassa le difese e alla fine è un fiume in piena. Travolgente.

Non dimenticare la propria storia

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine.)

La conferma che A.M. Homes sia una delle più grandi scrittrici americane viventi arriva puntuale insieme a ogni suo romanzo. Che Dio ci perdoni (Feltrinelli, traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, 19 euro, pagine 464) è l’ultimo della sua opera. Uscito lo scorso anno negli Stati Uniti, amato e celebrato dai colleghi scrittori Jay McInerney, Salman Rushdie, Gary Shteyngart e Jeanette Winterson, il romanzo è ambientato in questo ventunesimo secolo e in una cittadina non lontana da New York, nei 365 giorni che vanno da un giorno del Ringraziamento all’altro.

Protagonisti un professore di storia innamorato di Richard Nixon, Harold Silver, e suo fratello George, che nelle primissime pagine del libro scopre la moglie a letto con Harold e la uccide fracassandole una lampada in testa. George viene arrestato e Harold si trasferisce a casa sua prendendosi cura dei due nipoti, del cane e del gatto. Di lì in avanti, malgrado Harold abbia già superato la mezza età, il libro procede come un romanzo di formazione che di quest’uomo segue la vita quotidiana alla ricerca di un punto fermo da cui ricominciare.