Speciale Santarcangelo 13 – Intervista a Leonardo Di Costanzo

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Si sta svolgendo in questi giorni Santarcangelo 13, festival internazionale del teatro in piazza: iniziamo a raccontarvelo con alcuni articoli che usciranno nei prossimi giorni. Invitiamo i lettori di minima&moralia che ne abbiano la possibilità a raggiungere Santarcangelo di Romagna per vedere spettacoli di teatro italiani e stranieri in uno dei maggiori festival europei di teatro di ricerca. “L’intervallo” di Leonardo Di Costanzo – uno dei film italiani più importanti dell’anno e purtroppo poco visto per colpa di un meccanismo distributivo incapace di recepire le opere di valore e allo stesso modo sfacciatamente ottuso nel privarne lo spettatore  – ha vinto da poco il David di Donatello per la migliore opera prima e lo scorso 13 luglio, durante il Festival di Santarcangelo, ha ricevuto il premio “Lo straniero” dal direttore della rivista Goffredo Fofi. Pubblichiamo una recensione del film e un’intervista al regista.

La giornata de “L’intervallo” si apre con un’inquadratura fissa di Napoli all’alba, sullo sfondo il Centro Direzionale. Non ci sono il Vesuvio o le Vele di Scampia: già da quella prima visione, che sarà la stessa dell’ultima scena, ma a notte fatta, non c’è l’intenzione di “vendere” Napoli, come di frequente succede quando ci si accorge che la morbosità dello spettatore preferisce indulgere sui morti ammazzati o sulle storie del Sistema camorrista.

Leonardo Di Costanzo, dopo anni da documentarista, si cimenta nella regia della prima opera di finzione, che ha vinto il David di Donatello per il miglior regista esordiente e il Premio Lo straniero, assegnato durante il Festival di Santarcangelo da Goffredo Fofi.

Salvatore è un ragazzo che vende granite; una mattina, mentre sta uscendo con il carretto, viene bloccato da un uomo in scooter che lo chiude dentro a un luogo abbandonato – l’ex ospedale psichiatrico “Leonardo Bianchi” – e che gli affida il compito non far scappare Veronica, una ragazza che Bernardino, boss del quartiere, vuole incontrare la sera, dopo la segregazione. Salvatore è estraneo alle vicende del Sistema, ma rivuole il suo carretto, e suo malgrado rimane costretto nel ruolo del carceriere.

Speciale Walter Siti – seconda parte

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Pubblichiamo un’intervista di Gabriele Iarusso uscita sul magazine di minimum fax.

Naturalizzare i fatti sociali non è quasi mai una buona idea. Conversazione con Walter Siti

Walter Siti è uno scrittore carnale. Per l’ultimo romanzo Resistere non serve a niente citerei l’affermazione del critico letterario ottocentesco Francesco De Sanctis riguardo L’Assommoir di Zola: Resistere non serve a niente è «una evoluzione a rovescio, dall’uomo all’animale, dall’ideale umano […] sino all’idiotismo, alla intelligenza cristallizzata, all’essere morale demolito, all’essere fisico incadaverito» (Conferenza tenuta al Circolo filologico di Napoli il 15 giugno 1879). E ancora calzante parlando di Siti scrittore è la visione che sempre De Sanctis aveva di Zola scrittore: il critico diceva che come un professore di anatomia analizza cadaveri per mostrarne le patologie, così lo scrittore s’immergeva nella società randagia per analizzarla e mostrarne le “patologie”, appunto. Lo stesso sembra fare Walter Siti con la sua scrittura.

Intervista a Gianni Mura

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio. Ne approfittiamo per segnalarvi che il sito della rivista ha da poco inaugurato una veste grafica completamente rinnovata. (Immagine: Scrittorincittà, Cuneo 2008.)

Sono partito dal “lei”, con Gianni Mura, oltre che per educazione, perché è la formula che viene istintivamente quando devi rivolgerti ai grandissimi. Mura, però, mi ha stoppato: “Siamo colleghi, andiamo con il tu”. Okay, va bene. Di lui, di giannimura, vorrei dire quello che ha scritto Greil Marcus a proposito di Lester Bangs introducendo Psychotic Reaction and Carburetor Dung: “Forse questo libro chiede al lettore di essere disposto ad accettare il fatto che il miglior scrittore americano sapesse scrivere quasi esclusivamente recensioni di dischi”. Ecco, Mura è anche un buon romanziere (a differenza del disastroso Les), ma il tesoro – e dunque la grandezza da scrittore – è nei suoi pezzi di calcio e ciclismo, una miniera inesauribile di ricchezza linguistica e inventiva; partite memorabili giocate su carta. Il Saggiatore ne offre un’antologia, Non gioco più, me ne vado.

Discorsi sul metodo – II: Vásquez, Egan, McGrath, Greer

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Continuano i “discorsi sul metodo” di Vanni Santoni con gli ospiti del premio Von Rezzori Juan Gabriel Vásquez, Jennifer Egan, Patrick McGrath e Andrew Sean Greer. Qui la prima parte, con le risposte di Michael Cunningham, Etgar Keret, Jeannette Winterson e Colm Tóibín.
Juan Gabriel Vásquez è nato a Bogotá nel 1973; il suo ultimo romanzo edito in Italia è Il rumore delle cose che cadono (Ponte alle Grazie 2012)
Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Alterno periodi in cui scrivo a periodi in cui non scrivo. Quando lavoro a un romanzo in genere faccio 8-10 ore al giorno. In quelle ore cerco di fare almeno due pagine, diciamo tremila battute, il più perfette possibile, e in ogni caso mai più di tre pagine. Quando ho fatto le mie due pagine mi fermo a metà di una frase, come consigliava di fare Hemingway, e riprendo il giorno dopo.

Discorsi sul metodo – I: Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín

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In questa prima parte, le risposte di Michael Cunningham, Etgar Keret, Jeannette Winterson e Colm Tóibín. Nella prossima, quelle di Juan Gabriel Vásquez, Jennifer Egan, Patrick McGrath e Andrew Sean Greer. * * * Michael Cunningham è nato a Cincinnati nel 1952. Il suo ultimo libro edito in Italia è Al limite della notte (Bompiani […]

Un clown contro la crisi

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Questo pezzo è uscito sul numero di maggio dei Quaderni del Teatro di Roma.

Conversazione con Leo Bassi

“Il buffone più pericoloso di Spagna”: così anni fa è stato definito Leo Bassi. Ma forse oggi lo è dell’intera Europa. I poteri forti sono da sempre il bersaglio preferito dei suoi spettacoli corrosivi e “scorretti”. Per questo è naturale che nel suo ultimo lavoro Bassi se la prenda con la deriva economicista che sta spazzando via il pensiero umanista. Ma “Utopia” – che quest’anno ha fatto più volte tappa in Italia – è anche un inno al teatro e al suo potere di rigenerazione della società. E Leo Bassi ci ha raccontato perché.

Intervista a Alessandro Piperno

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Questo pezzo è uscito su Vice.

Mi trovo a pranzo con Alessandro Piperno di sabato, in un ristorante dei Parioli ben riscaldato, a tema oro-verde-legno molto autunnale, famoso per il suo tiramisù destrutturato e per le famiglie bionde che lo frequentano come fosse casa loro. Piperno è vestito con uno dei suoi completi da Sherlock Holmes, non ricordo bene quale, ma comprende sempre una pipa, una giacca comoda, degli occhiali, e colori da cucina inglese.

Venezia 70

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Il 28 agosto (fino al 7 settembre) si aprirà la settantesima edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Quest’anno, per il lavoro di selezione, il direttore della Mostra Alberto Barbera si avvale di Giulia D’Agnolo Vallan, Bruno Fornara, Mauro Gervasini, Oscar Iarussi, Marina Sanna, e anche del nostro Nicola Lagioia. minima&moralia dà l’in bocca al lupo al direttore e agli altri selezionatori. Quali saranno i film in concorso nelle varie sezioni sarà noto, come di solito, probabilmente a fine luglio. Ma intanto la Mostra sta cominciando a scoprire le sue carte. Il Leone d’Oro alla carriera andrà per esempio a William Friedkin, il regista de Il braccio violento della legge, Vivere e morire a Los Angeles, L’Esorcista, Killer Joe. “Friedkin”, si legge nel comunicato, “ha contribuito, in maniera rilevante e non sempre riconosciuta nella sua portata rivoluzionaria, a quel profondo rinnovamento del cinema americano, genericamente registrato dalle cronache dell’epoca come la Nuova Hollywood”. Ma la Mostra ha scelto anche il presidente di giuria del concorso. Si tratta di Bernardo Bertolucci.

Intervista a Sergio Álvarez

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

“La morte è sempre associata a una cifra, non possiamo nominarla senza metterle davanti un numero”. Così lo scrittore colombiano Sergio Álvarez, che nel titolo del suo terzo monumentale romanzo davanti alla parola morte ha messo un 35. “Dal momento che la storia racconta trentacinque anni della Colombia”, continua lo scrittore, “ho giocato con l’ironia, e già nella prima pagina del libro si supera di gran lunga il numero di morti evocati dal titolo”. 35 morti (La Nuova Frontiera, pp. 480, 19 euro) è un romanzo pubblico e privato, che del protagonista racconta la vita (dal 1965, quando nasce, al 2000), e della Colombia tutte le contraddizioni della seconda metà del Novecento. Dentro ci sono viaggi, c’è criminalità, amore e violenza, e la capacità di incantare il lettore narrando. Dieci anni per scriverlo, raccogliendo materiale d’ogni sorta per costellarlo di verità e storia. Ancora Álvarez: “Dieci anni per scoprire che non si finisce mai di scrivere un romanzo e che bisogna solo abbandonarlo e metterlo in mano agli editori”.

Intervista a Hugh Laurie

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Questo pezzo è uscito su Rolling Stone.

Intervista telefonica con Hugh Laurie: nato come oxfordiano e vogatore, con accento inglese, poi dagli anni ottanta comico televisivo in coppia con Stephen Fry, sempre con accento inglese, diventa un Socrate dell’immaginario contemporaneo con accento americano grazie al ruolo del dottor House nell’omonima serie: ma ora, a cinquant’anni, sempre con accento americano, esce Let Them Talk, un suo disco jazz per la Warner con ospiti illustri e lunga scaletta di classici, dove canta e suona il piano.

“Sono a New Orleans, è una giornata stupenda e la città profuma. L’altra sera abbiamo fatto un’ora circa di concerto. Abbiamo suonato i pezzi dal nostro disco per un pubblico ristretto, ma è stata una cosa molto emozionante: ho suonato dal vivo con Tom Jones, Irma Thomas, Alain Toussaint, una serata incredibile. La band è di cinque elementi, in più ci sono i quattro ottoni arrangiati da Alain su tre canzoni”.