“Ridare la parola all’impossibile per ottenere il possibile”. Conversazione con Alfredo Reichlin

alfredo

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.

Biglietto lasciato prima di non andare via*

classe

di Mario Fillioley

Ho passato tutta la mia vita adulta a cercare un modo per non andarmene da Siracusa. Anzi sono abbastanza convinto che la decisione di non andarmene da Siracusa sia venuta a coincidere con il momento in cui ho cominciato a diventare adulto, o forse solo con il momento in cui ho cominciato a capire che diventare adulti aveva a che vedere con decisioni di questo tipo.

Da lì in poi, mi è sembrato che risolvere quello che ancora avevo da risolvere con me stesso, le varie incertezze, gli ultimi tratti di personalità ancora da definire, insomma la tarda adolescenza, potesse essere risolto a partire da questo cardine, la città dove sono nato e cresciuto e da cui per un periodo ero stato assente.

Lo hanno detto gli economisti!

zombie

È un peccato che del post pubblicato sul suo blog da Stefano Feltri giovedì 13 agosto non sia rimasta traccia della versione originale, pubblicata il giorno prima. Il breve articolo in cui il vice direttore del Fatto Quotidiano prendeva posizione contro le facoltà umanistiche, tacciate di scarsa utilità e di spreco di risorse pubbliche, è stato successivamente corretto – cosa evidenziata da lui stesso in calce all’attuale versione – poiché riportava degli errori. E visto che il commento aveva suscitato un dibattito piuttosto vivace – tanto che l’autore ha sentito poi l’esigenza di tornare sull’argomento il giorno dopo – sembrava giusto correggerlo. E fin qui nulla di male: la rete consente di aggiornare le versioni dei propri scritti e se ci si avvale di questa facoltà onestamente (cioè segnalandolo) non c’è alcun problema.

La Questione Meridionale 2.0

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Covava sotto le braci, e il rapporto Svimez ha riacceso nei media (e scritto sull’agenda del governo) un’emergenza questione meridionale che nel paese reale era il pane quotidiano – una normalità spesso difficilissima – già da molto tempo. Vorrei provare a dare un piccolissimo quadro del dibattito in corso. Tra gli articoli usciti in questi […]

Riforma della scuola: la vera posta in gioco

scuola

di Luca Illetterati

(fonte immagine)

A leggere e ad ascoltare molti dei discorsi chi si fanno sui giornali e in televisione sulla riforma della scuola l’impressione è che perlopiù non ci si accorga o non ci si voglia davvero accorgere di ciò che è in gioco dentro a questo scontro che vede contrapposti da una parte il governo, con in prima fila il premier , la parte maggioritaria del Pd (gli altri partiti della coalizione e i partiti dell’opposizione si limitano a guardare) e dall’altra gli insegnanti; quasi tutti, finora. C’è addirittura chi pensa (e ovviamente c’è chi vuol fare pensare) che si tratti semplicemente di una partita corporativa. Come se gli insegnanti fossero lì a protestare in difesa di rendite di posizione, peraltro difficili anche solo da immaginare per chiunque abbia davvero lavorato qualche giorno dentro una scuola. O che si tratti comunque di una sacca di resistenza di arcigna conservazione ipersindacale rispetto a una necessaria e urgente modernizzazione che non può più attendere.
Una semplificazione che a volte tocca dei picchi formidabili e degni forse di qualche considerazione.

Una carta del precariato? Intervista a Guy Standing

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Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista a Guy Standing apparsa sull’Espresso online. (Fonte immagine)

I partiti della sinistra socialdemocratica? «Inservibili». I sindacati? «Su posizioni difensive». L’idea novecentesca del lavoro inteso soltanto come lavoro salariato? «Un ostacolo all’emancipazione e all’egualitarismo». L’obiettivo della piena occupazione? «Pura utopia». Anche nel suo ultimo libro, Diventare cittadini. Un manifesto del precariato (Feltrinelli, euro 19, pp.336, trad. Giancarlo Carlotti), non risparmia bordate e posizioni poco ortodosse Guy Standing, docente di Development Studies alla School of Oriental and African Studies di Londra, una vita trascorsa ad analizzare le trasformazioni del lavoro e, più recentemente, il mondo dei precari. Che da supplicanti, soggetti a un dominio arbitrario, privati dei diritti sociali e colpiti da una cronica insicurezza economica, possono diventare i veri protagonisti delle battaglie per una «società giusta». È questa per Guy Standing la parabola che deve compiere il precariato, la nuova «classe esplosiva». Una classe sociale colpevolmente tradita dai partiti di sinistra, ancorati al capitalismo industriale e perciò incapaci di archiviare l’immaginazione economica del Novecento.

La cospirazione dei bamboccioni

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di Angelo Orlando Meloni

Lo sport preferito dagli italiani, si sa, è il calcio, sebbene per lo meno da queste parti, cioè in Sicilia, lo sport nazionale sembra essere stato insidiato dal poker on line. Ma se lo sport nazionale dell’italiano medio è il calcio, lo sport nazionale del giornalista medio è la caccia al bamboccione. Ci sono giornalisti che se ne vanno in giro con i loro scalpi. Altri che dalla pelle levigata del bamboccione ricavano pellicce e soprabiti. Altri ancora che li fanno impagliare e li mettono in salotto. Che volete farci, il giornalista medio è fatto così. Buono e caro, fosse per lui non darebbe fastidio a una mosca. Vivi e lascia vivere è il suo motto. Ma quando vede un bamboccione gli cala la saracinesca sugli occhi. “Tutto scorre”, è solito sentenziare, ma quando sente odor di bamboccioni il giornalista medio flette i muscoli e si getta nel vuoto.

Un curriculum a modo tuo (biografia arborescente di un aspirante intellettuale)

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Questo pezzo è stato pubblicato sull’ultimo numero della rivista aut aut dedicato al lavoro intellettuale, curato da Massimiliano Nicoli e Dario Gentili. (Immagine: Monument Valley)

Hai diciannove anni e un vago riflesso edipico, una fragile coscienza politica, un insensibile moto generazionale ti spingono a pensare che no, non hai nessuna voglia di entrare nel ciclo produttivo del “capitalismo occidentale”. La tua posizione è altrove, a margine, leggermente decentrata rispetto al “sistema”. Lo senti: il tuo posto sarà quello di uno spettatore, ma non uno spettatore passivo: uno spettatore critico, attivo, molto loquace. Diciamo pure un intellettuale.

Richard Yates e il secolo del lavoro stupido

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(Nella foto: Leonardo Di Caprio in una scena del film Revolutionary Road di Sam Mendes)

di Enrico Giammarco

“È una malattia. La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose; nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità.”

Frank Wheeler è un giovane promettente e talentuoso nell’America postbellica, cui la partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale non ha tolto o aggiunto nulla. Egli non ha alcuna idea di cosa fare nella vita, l’unica certezza è che dovrà essere qualcosa di grande. Tutte le persone attorno a lui ne sono convinte, ammaliate dalla brillantezza di spirito che questo figlio della middle class emana.

Freelance story project

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Riceviamo dagli amici di Doppiozero, e volentieri condividiamo con i lettori di minima&moralia. Nel 1999 la radio americana NPR invitò Paul Auster a raccogliere “storie vere”, scritte dagli ascoltatori, e a raccontarle con la sua voce. Nasceva così il National Story Project, presto composto da alcune migliaia di lettere tra cui Auster scelse quelle lette alla radio […]