L’intimità delle nostre battaglie. Intervista a Claudia Durastanti

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Photo by Paul Garaizar on Unsplash

di Livia De Paoli

Misurare le parole; le distanze; la durata di un amore; lo spazio che offre una città; e poi perdere il conto di tutto. Claudia Durastanti scrive da molteplici punti di rottura, interruzioni del tempo; e da un luogo dislocato appena sotto la soglia del visibile. Fading. Lì dove le cose si stanno dissolvendo e perdono forma, e tuttavia si possono ancora rintracciare i contorni e interrogarli così come si interroga un oracolo: senza risposte certe. La straniera è un romanzo che accoglie l’eco di una genealogia femminile, da cui l’autrice discende, e diventa poi anche il brusio proveniente da una generazione che viaggia e sposta continuamente il proprio punto di vista sul mondo e non smette di sentirsi straniera, di cercare casa, e finisce con familiarizzare proprio con questo senso perenne di estraneità, di non completa appartenenza.

Lungo «Lo stradone», l’ultimo romanzo di Francesco Pecoraro

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di Marco Renzi

È vero: la scrittura oggi è alla portata di tutti, ma fare letteratura resta ancora un lavoro per pochi. Il compito del critico e del lettore più attento è dunque quello di individuare questi pochi scrittori, segnalarli e restituire loro lo spazio che meritano.

Francesco Pecoraro, tuttavia, non necessita di molte presentazioni, essendo uno degli autori più interessanti apparsi nel panorama editoriale italiano negli ultimi quindici-vent’anni. Già La vita in tempo di pace (2013) aveva messo in luce una scrittura notevole e una capacità davvero rara di leggere sia la contemporaneità sia i settant’anni del dopoguerra, il più lungo periodo di pace ininterrotta che la Storia ricordi. Tali peculiarità restano inalterate nello Stradone, dove di nuovo riemergono nodi cruciali del nostro tempo, pur con una struttura abbastanza diversa, sicuramente più prossima al saggio.

Pecoraro si affida qui a un narratore senza nome: un uomo sopra la sessantina, un abitante della Città di Dio, più precisamente della Sacca (Valle Aurelia), un tempo popolata da fornaciai e ora luogo assai rappresentativo dell’odierno «ristagno».

Dentro “Gli indifferenti” di Moravia

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di Virginia Fattori

A Bressanone Alberto Pincherle, poi Moravia, inizia a scrivere la storia della famiglia Ardengo, una realtà a lui contemporanea osservata attraverso le lenti della malattia che lo affligge e dell’impotenza che gli garantisce una prematura consapevolezza delle situazioni che gli orbitano attorno. Un romanzo che verrà pubblicato dalla casa editrice Alpes di Milano nel 1929. Nello stesso anno a Strasburgo vengono fondati gli Annales da Febvre e Bloch, negli Stati Uniti viene scoperta una legge, quella di Hubble, che riguarda l’espansione dell’universo; nel frattempo in Italia nove città giocavano per la prima volta la moderna serie A.

Contemporaneamente Gli Indifferenti si inserisce in un contesto politico e sociale rilevante per la storia della letteratura: Debenedetti valuterà questa opera (e la scoperta di Svevo) come il “primo romanzo contemporaneo”. Ines Scaramucci dirà «l’inizio del neorealismo», un romanzo esistenzialista che pone il protagonista nella situazione emblematica di vuoto davanti allo spazio indefinito di libertà assoluta. Un passato inconciliabile con il presente, un futuro indefinibile: così Moravia si fa portavoce della sua generazione e trasversalmente anche alla nostra.

La felicità di far libri, secondo Leonardo Sciascia

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo. Fonte immagine.

Immaginate, accanto al duomo o in qualunque altro luogo nella cerchia dei bastioni, una roccia scoscesa e brulla che porta al mare; immaginatela lavica e ricoperta di piante escrescenti che offrono frutti gialli e arancioni; immaginate i fichidindia nel centro di Milano: polposi, colorati, nutriti da un sole che non picchia.

Ora pensate a Palermo nel 1969, con tutta la sua energia e tutta la sua ingovernabilità, pensate al caos, al brusio, alla mafia, ai dislivelli sociali, all’irriducibilità delle strade e dei quartieri. Pensate a un fotografo e a sua moglie, a un antropologo, a uno scrittore, a questi quattro amici che decidono di aprire una casa editrice e seguire una follia: investire in cultura. Fra loro – Enzo ed Elvira Sellerio, Antonino Buttitta, Leonardo Sciascia – è quest’ultimo a sfidare la similitudine che bisogna darsi l’ardire di capovolgere: “fare libri a Palermo è come coltivare fichidindia a Milano”.

“FINCHÉ LA STORIA NON SI RIMETTA IN MOTO”: SU FRATELLO MINORE DI STEFANO ZANGRANDO

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“Non era un capolavoro, ma l’immaginazione che vi albergava aveva qualcosa di irresistibile: era una forza innocente, libera e divertita, che mi riempiva di euforia e rafforzò la sensazione di aver trovato un consimile, un compagno di strada – un fratello?”