Il Volontario di Salvatore Scibona, dal Vietnam alla ricerca di un’identità impossibile

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Sabato pomeriggio Salvatore Scibona sarà a Più Libri Più Liberi (ore 18,30, sala Antares), per raccontare il suo ultimo romanzo Il Volontario, uscito in Italia per 66thand2nd nella traduzione di Michele Martino.

Vollie Frade è un uomo da metamorfosi interiori, da molte vite nella stessa vita. Cresciuto nell’America rurale, di punto in bianco decide di arruolarsi nel corpo dei marines, ancora minorenne. C’è il Vietnam che infuria dall’altra parte dell’Oceano, e all’inquieto Vollie sembra l’occasione giusta per imboccare la sua strada.

Il Bolaño selvaggio

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È in libreria l’edizione aggiornata del Bolaño selvaggio, la raccolta di saggi sullo scrittore cileno uscita per Miraggi. Di seguito pubblichiamo l’introduzione di Alessandro Raveggi, ringraziando editore e autore.

di Alessandro Raveggi

«La vita, sicuramente, che ci mette sotto il naso i libri necessari solo quando sono assolutamente necessari», si legge ne Los sinsabores del verdadero policía. E io dico così: «Perché proprio Bolaño?» – me lo sono chiesto spesso. Nel 2002 vivevo a Granada in Andalusia, e in una libreria di fiducia, suggestiva e tutta accatastata, che si illuminava come un fuocherello speranzoso nel gelido inverno offerto dalla Sierra Nevada, trovai per caso, in mezzo ad altri mille libri e autori in spagnolo, quella che sarebbe divenuta una delle mie bibbie: Los detectives salvajes di tale Bolaño Roberto, un autore mai sentito prima – in Italia era in realtà uscito in molta sordina per Sellerio già dal 1997.

La ricerca della luce: “Il libro di tutti i libri” di Roberto Calasso

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(fonte immagine)

«Così, libro dopo libro, il libro di tutti i libri potrebbe mostrarci che ci è stato dato perché tentiamo di entrarvi come in un secondo mondo e lì ci smarriamo, ci illuminiamo e ci perfezioniamo»: questa citazione di Goethe, scelta da Roberto Calasso come esergo e titolo del suo ultimo libro, Il libro di tutti i libri appunto, riassume il modo in cui lo scrittore ed editore di Adelphi approccia i testi dell’Antico Testamento che sono il cuore di questa suo nuovo lavoro.

Alla maniera di Goethe, negli undici capitoli che compongono questo libro Calasso si fa guidare dalla Parola, misterica e complessa, fino quasi a perdere l’orientamento: ma proprio in quel preciso momento l’autore sembra trovare l’illuminazione di cui parla lo scrittore tedesco, la linfa per poter procedere fino all’illuminazione successiva in un virtuoso e continuo percorso interpretativo.

Psycho-Analisi

Pubblicato per gentile concessione dell’autrice e Bookforum, dove è stato originariamente pubblicato. Traduzione e cura di Vincenzo Latronico. Le citazioni dal libro sono nella versione italiana a cura di Giuseppe Culicchia.

di Andrea Long Chu

“Non ho mai preteso di essere un esperto di millennial,” scrive Bret Easton Ellis verso la metà di Bianco, e il lettore vorrebbe disperatamente che ciò fosse vero. Ellis deve la propria fama soprattutto ad American Psycho, uscito nel 1991, un romanzo di culto su un serial killer di Wall Street ossessionato dalla propria immagine, uno speculatore psicotico di nome Patrick Bateman; nell’adattamento cinematografico è stato interpretato da Christian Bale.

Da Nuova Delhi a Venezia, il romanzo globale di Amitav Ghosh

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Le sfide poste dagli effetti del cambiamento climatico sono una questione anche culturale. Qual è il ruolo della letteratura, e più in generale della cultura, nell’affrontare la progressiva trasformazione e il disequilibrio del rapporto tra uomo e natura? Questa domanda raffigura il cuore dell’opera dello scrittore indiano Amitav Ghosh, che vive tra la natia Calcutta e New York. Con il saggio La grande cecità (Neri Pozza, 2017), che ha conosciuto un successo su scala mondiale, lo scrittore si è sottratto agli opposti estremismi dei negazionisti del riscaldamento globale e dei narratori dell’apocalisse, allargando la prospettiva di ricerca sul tema.

Il principe Myškin e altri idioti. Appunti per un’ipotesi anagrafica

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Pubblichiamo un testo di Remo Rapino, in libreria con Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, uscito per minimum fax.

di Remo Rapino

Sono Gimpel l’idiota. Non che io mi senta un idiota. Anzi.
Ma è così che mi chiama la gente.
Isaac Bashevis Singer, Gimpel l’idiota

Bonfiglio Liborio[1] è l’ultimo ad entrare nel cortile. Il cortile ha una forma circolare, ma non sempre il cerchio è rotondo. Liborio si mette in un angolo, ai margini di quell’insolito universo. Ermanno Cavazzoni lo definirebbe dotato di una idiozia esemplare[2]. Liborio guarda ma non sa – lo saprà mai? – che i suoi occhi stanno osservando il principe Myškin e altri idioti, con le loro vite più o meno brevi, miracoli compresi, matasse di parole non dette, pensieri d’aria.

Dal greco idiòtes (uomo privato, inesperto, incompetente, contrapposto all’uomo pubblico, in grado di rivestire cariche politiche, colto, capace, esperto) al latino idiota: così la parola idiota, nel XIV secolo, entra nella nostra lingua. Nell’età medievale il folle, l’idiota, pur incarnando devianze e trasgressioni, era in qualche modo ammesso all’interno della comunità.

Dove nessun romanzo ha mai messo piede prima

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Pubblichiamo la trascrizione dell’incontro Where No Novel Has Gone Before, tenutosi al FILL di Londra, con la partecipazione di Edoardo Albinati, Rachel Cusk e Claudia Durastanti. Il testo è a cura di Antonella Lettieri.

Il Coronet Theatre di Londra ha ospitato anche quest’anno il FILL (Festival of Italian Literature in London), ormai giusto alla sua terza edizione. Questo festival – che è nato nel 2016 come reazione allo shock della Brexit e nel tentativo di cominciare a comprendere e poi anche a sanare una frattura che ha colto di sorpresa la maggior parte degli italiani (e degli europei) qui nel Regno Unito – riunisce letterature e idee che provengono da percorsi diversi ma dimostrano assonanze che vanno oltre la superficie della nazionalità o della lingua. Proprio alla ricerca di queste assonanze, gli eventi propongono, spesso in abbinamenti nuovi e inattesi, scrittori e pensatori italiani in dialogo con le loro controparti da tutto il resto del mondo.

Memorie di Lawrence Ferlinghetti

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

L’America finisce a San Francisco, tuffandosi nel Pacifico; eppure un’altra America inizia al 261 di Columbus Avenue, nella stessa città. Lì a quell’incrocio dal 1953 sorge City Lights, il laboratorio culturale di Lawrence Ferlinghetti, l’ultimo dei beat.

Ferlinghetti lo scrittore, il poeta, il pittore; Ferlinghetti che pubblicò da editore Urlo di Allen Ginsberg, finendo a processo per oscenità negli Stati Uniti di fine anni Cinquanta, Ferlinghetti l’autore di quella bellissima raccolta di poesie che è A Coney Island of the Mind. Ora, come in ogni altro campo artistico, anche in letteratura mode e tendenze richiedono la loro parte, e il pazzo mondo beat non è di questi tempi al massimo della popolarità. Non siamo negli anni Sessanta e neanche nei Novanta, quando intorno a Jack Kerouac e compagnia si registrò un revival piuttosto intenso.

Cosa succede in Cile: un’intervista a Alejandro Zambra

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Pubblichiamo un articolo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Simone Pieranni

«L’adolescenza era vera, la democrazia no». Alejandro Zambra, classe 1975 e scrittore cileno, ha posizionato questa frase in uno dei suoi libri più potenti, I miei documenti (Sellerio), una raccolta di racconti – per lui si sono scomodati riferimenti non banali, da Bolaño a Cortazar – all’interno dei quali l’esperienza dell’adolescenza vissuta nel regime di Pinochet prende forza, andando a comporre quella danza cangiante, tortuosa e soave, che compone l’universo letterario di una voce speciale, considerata oggi una delle più originali in tutto il Sudamerica.

Zambra ha la forza di imporre una scrittura nitida, scattante e in grado di aprire squarci in ogni momento, solcati dalla straordinaria capacità di riflettere l’io nel noi e l’esperienza personale in quella di un’intera popolazione.

Nelle cicatrici dell’America odierna. Intervista a David Means

Riprendiamo un’intervista uscita sul blog Altri Animali, che ringraziamo. Foto di Beowulf Sheehan.

di Marco De Laurentis

Cominciamo dalla tua ultima raccolta di racconti, pubblicata da poco anche in Italia, Istruzioni per un funerale. La raccolta inizia con “Confessioni”, una sorta di lettera aperta dell’autore ai lettori e al tempo stesso una difesa della narrazione.

Principalmente, la considero come una lettera indirizzata a me stesso – si tratta comunque di una lettera immaginaria – da usare come promemoria, per attenermi ai miei princìpi, dopo anni passati a scrivere racconti. Quando mio padre è morto, qualche anno fa, ho avuto l’urgenza di iniziare a parlare pubblicamente del mio punto di vista come scrittore. Ma è importante sottolineare che in un certo senso anche quelle “confessioni” sono fittizie. Se avessi iniziato a raccontare la storia vera della mia vita nessuno mi avrebbe creduto.

In “Confessioni” troviamo subito due temi ricorrenti nella tua opera, la violenza e la perdita. Cosa rappresentano nel tuo immaginario?

Vado ovunque posso per trovare storie nuove e mi capita spesso di trovarle in momenti di violenza e morte, ma solo se quest’ultime sono combinate con l’amore.