Ornamento. Nell’America di Juan Cárdenas

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«Quando mi rivedrai avrò lo stesso vestito. Basta aprire la porta per scorgere l’eloquente immagine: centottantotto macchine da scrivere ammucchiate in fondo a una stanza vuota, attraversata solo dall’ombra fresca e lunga della marmaglia, a un piano vuoto di un edificio vuoto, di un edificio razionalista in passato bello e splendente, costruito a immagine e somiglianza degli edifici razionalisti in passato belli e splendenti delle città razionali. Centottantotto macchine da scrivere ammucchiate in fondo a una città irrazionale un giorno hanno battuto, su centottantotto fogli di carta intestata delle Assicurazioni Tequendama, un discorso armonioso e razionale che qualcuno avrebbe letto con devozione negli uffici e nei corridoi del Ministero della Destituzione: quando mi rivedrai avrò lo stesso vestito e non sarò milioni, sarò l’unico esempio, rotti gli schemi, l’esempio inimitabile[…]»

Nella Vienna di Klimt. La bellezza rubata di Laurie Lico Albanese

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di Rossella Farnese

«Quello che c’era tra noi non era affatto semplice, come il puro desiderio o l’attrazione sessuale. Era una brama di bellezza e di significato, la voglia di ricercare nel mondo e in noi stessi. Avevamo il senso della permanenza e la paura dell’oblio. Sapevamo, naturalmente, che tutto è transitorio e niente dura – ma questo non ci impediva di anelare a qualcosa di eternamente bello»: riflette così Adele Bloch-Bauer sulla sua liaison con Gustav Klimt. Una musa e un artista, una donna rivoluzionaria, anticonformista, appassionata della vita e dell’arte, sensuale, spregiudicata e l’anima della Secessione viennese, la Monna Lisa d’Austria e il pittore dal decorativismo esuberante e dall’eleganza estetizzante, cantore della Finis Austriae.

Miniature II

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di Emanuele Modigliani In bici Dorava il mandorlato a spruzzo, lo mischiava rapido e beveva. Ci metteva dentro anche cocco e sciroppo d’acero. Lo guardavano. – Aggiungi sapore – diceva loro, – voglio aggiungere sapore – ripeteva. C’era un isolotto nel fiume davanti. La corrente piegava le canne di qua e di là sdoppiandosi quando […]

Tentativo di riduzione del dolore di David Foster Wallace: Il ramo spezzato di Karen Green

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Non esiste alcuna distinzione tra animali e piante, tra la parola e i versi gridati e solo apparentemente incomprensibili. E poi i colori che si mischiano con la materia di cui sono fatti, la luce che strappa giorno dopo giorno pezzi di memoria mutandone la forma di volta in volta, celando e mostrando nuovamente pezzi […]

Manuale per la sconfitta. Il viaggio letterario di Leonard Cohen

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C’è una canzone dei Nirvana piuttosto famosa, Pennyroyal Tea. Kurt Cobain la cantò per l’ultimo album della sua band, In Utero, e poi, tra le altre esibizioni live, nell’Unplugged per Mtv. È strano, perché anche la versione registrata in studio ha un tocco per così dire “live”; prima che la canzone attacchi, si sente Kurt che schiarisce la sua voce con un distinto eh-ehm, e poi chitarra e voce che iniziano in simultanea, e così via. Solo gli ascoltatori più distratti non avranno notato i primi versi della seconda strofa: «Give me a Leonard Cohen afterworld / So I can sigh eternally», Dammi un aldilà alla Leonard Cohen, così potrò sospirare in eterno. Ahinoi, l’aldilà di Cobain era alle porte, più di quanto potessimo immaginare; Pennyroyal Tea doveva essere il nuovo singolo di In Utero, ma il suicidio di Kurt fermò l’uscita.

Discorsi sul metodo – 24: Walter Siti

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Walter Siti è nato a Modena nel 1947. Il suo ultimo romanzo è Bruciare tutto (Rizzoli 2017). * * * 

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

 Quando lavoro a pieno ritmo, comincio a scrivere verso le dieci del mattino fino all’una, poi riprendo verso le 15,30 fino […]

Un memoir sui generis. “Il ramo spezzato” di Karen Green

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

«Almeno adesso è…»: così comincia la frase tramite cui, con le migliori intenzioni (ma spesso, nostro malgrado, goffamente), proviamo a dare conforto a chi affronta una perdita. Dovrebbe seguire qualcosa di consolatorio, ma può accadere che, prima e al posto della seconda parte della frase,intervenga, lucida e incoercibile, un’obiezione: «Lo voglio incazzato con i politici, a disagio che cerca di manipolarmi per ottenere favori che gli farei comunque.

Storie nella storia. “Hamburg” di Marco Lupo

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La letteratura contemporanea ci porta molto spesso nei paraggi della Seconda guerra mondiale. Negli ultimi anni mi è capitato di leggere molti romanzi che muovono le loro pagine dal 1930 al 1950, oppure fino al 1960, e ai giorni nostri, ma questi ultimi raccontati come conseguenza. Come se i giorni nostri e quindi noi stessi discendessimo, derivassimo da quel conflitto, e non è così? La nostra memoria è costruita sulle memorie dei nostri nonni, è fatta di racconti di altri. Il nostro istinto, prima ancora del ragionamento, tende a custodire ciò che ci viene tramandato. I nostri primi ricordi non esistono, in realtà, ci vengono in mente storie di noi che altri più vecchi ci hanno detto.

L’alfabeto di fuoco. Ben Marcus e l’immaginazione radioattiva

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

C’è un’epidemia di linguaggio tossico, l’umanità si sta ammalando di parole. Sembra una di quelle idee irresistibili per un prodotto commerciale: una serie young adult, un film dell’orrore. Portatori sani della malattia sono bambini e ragazzi; se loro parlano, gli adulti si ammalano e muoiono. La storia è raccontata dal punto di vista di un padre di famiglia: ascoltando la voce radioattiva della figlia adolescente (“con periodo di dimezzamento significativo”) “si provava un immediato senso di repulsione”. I sintomi di padre e madre sono: letargia, “quel formicolio a gambe e braccia che ci faceva trascinare i corpi come sacchi”, la “schiena ricoperta di chiazze rosse”. Prima o poi si moriva, e “le vittime erano prosciugate, prive di sali”.

Nuova fantascienza cinese: il realismo aumentato di Xia Jia

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Simone Pieranni

Xia Jia, nome d’arte di Wang Yao, classe 1984, è una delle scrittrici della new wave fantascientifica cinese che più mischia generi e stile letterari. Le sue opere diventano così ibride, uscendo dal mondo della sci-fi classica per approdare a una vera e propria letteratura di difficile classificazione. Come scrive lei stessa in una «storia della fantascienza cinese» a margine della raccolta di racconti Invisible Planets, i cinesi conobbero la fantascienza, attraverso la sua produzione occidentale, figlia del capitalismo. Da allora il tentativo della Cina è stato quello di utilizzare il genere prima per celebrare il socialismo e i suoi successi, infine oggi, per descrivere in modo più complesso la società cinese contemporanea, uscendo dunque dalle maglie di un uso troppo «propagandistico» del genere.