E il jazz. Un estratto da “Lettori selvaggi”

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto dal libro di Giuseppe Montesano Lettori selvaggi, uscito per Giunti.

di Giuseppe Montesano

e il jazz, la musica rappezzata e bizzarra che cominciò nel 1895, con il fantasma sonoro del trombettista nero Buddy Bolden che impazzì nel 1907, la musica che Bolden intrise di blues e acciaccò e sincopò e improvvisò perché secondo uno psichiatra non era in grado di suonare correttamente: una musica che tra il 1895 e il 1917 si nutrì avidamente di tutto: musica nei parchi, canzoni di schiavi, vaudevilles, Operette, song, lacerti di opera lirica, minstrels, canzoni di chiesa, cakewalk, ragtime per cori voci pianini banjo, stomp, rulli per pianole meccaniche, trascrizioni per ottoni da Beethoven, klezmer puro e imbastardito, stride piano, canzoni napoletane, street parade, bande militari, nursery rhyme, canti di operaie e contadine, blues di campagna, spettacoli di circo, tamburi, negri truccati, funeral music, balli da Grand Hotel, svago, intrattenimento, dolore, metamorfosi, errori, impacci, monetine, insofferenza, gioco, schiavitù:

Meraviglie di Butrinto, il sito archeologico più importante dell’Albania

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Questo reportage è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

BUTRINTO (Albania). Nella primavera del 1928, quando la piccola spedizione archeologica italiana sbarcò sulle rive albanesi di fronte a Corfù, Luigi Maria Ugolini, archeologo e sognatore, aveva appena compiuto trentatré anni. Guidava un gruppo di appassionati a cui aveva illustrato con cura ciò che si aspettava di trovare. Tra quelle sponde selvagge e indecifrabili, pressoché disabitate, respingenti e dolci allo stesso tempo, doveva trovarsi l’antica città in cui Enea aveva passato due giorni decisivi nel suo cammino verso la fondazione di Roma. “Una piccola Troia e una Pergamo che imita la grande”.

Ugolini rilesse spesso quel verso dell’Eneide nei giorni caldi in cui era necessario recarsi fino alla città dei Santi Quaranta (oggi Saranda) per rifornirsi di vettovaglie. La piccola Troia, ossia la Butroto dove Enea ritrovava Andromaca, la vedova di Ettore, nonché Eleno, l’indovino figlio di Priamo, e gli altri concittadini scampati alla furia achea, rappresentava, nel viaggio di Enea, una prefigurazione della grande Troia che egli avrebbe fondato, ossia Roma.

Quello che succede in Turchia. Intervista a Pinar Selek

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«Quando, ogni lunedì mattina e ogni venerdì pomeriggio, ci mettono in riga come soldati, mi rifiuto di cantare l’inno nazionale piegando ostentatamente le ginocchia. Stringo le labbra mentre i miei compagni cantano a squarciagola: “Che la mia esistenza sia dedita alla nazione. Felice chi si dice turco!”. Rifiuto tutto ciò che mi ricorda l’uniforme. Sono i militari ad aver arrestato mio padre. Ed è lo Stato che ha sbattuto in prigione tutti quelli che amavo», scrive Pinar Selek nel memoir La maschera della verità (Fandango libri, 96 pagine, 13.50 euro), che irride la negazione del genocidio armeno.

Come si può raccontare che si è soli al mondo? Selek, sociologa e scrittrice, ha sempre vissuto difendendo mediante lo studio e la scrittura la ricchezza transculturale delle minoranze in Turchia: «Io, anche solo a sentire la parola “armeno”, ho paura. Per fortuna non esistono. Se esistessero ci divorerebbero tutti, stando al nostro professore di storia. Sarebbero tutti terroristi, e avrebbero sicuramente minacciato l’unità del paese. E ora farebbero di tutto per istigare i turchi mettendoli gli uni contro gli altri sostenendo che un genocidio c’è stato».

Americana/7: Lucia Berlin

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È in libreria per minimum fax Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea: in questa rubrica settimanale Luca Briasco ci racconta i dieci titoli rimasti fuori dai quaranta selezionati per il libro. Qui le puntate precedenti. Luca Briasco presenterà Americana in giro per l’Italia: ecco i primi appuntamenti.

Nel corso del 2016, la narrativa americana ci ha offerto un’ampia messe di novità e di voci sconosciute o quasi, tutte in grado di lasciare un segno profondo al termine della lettura e di trasmettere una sensazione generale di rinnovata vitalità, che induce a legittime speranze per il futuro. E mai, come nel corso dell’ultimo anno, si è verificato un predominio così assoluto di romanzi e racconti al femminile: se infatti almeno due tra gli autori maschi e bianchi di maggior successo ci hanno regalato un nuovo libro – mi riferisco a Purity e a Eccomi, rispettivamente quinto e terzo romanzo di Jonathan Franzen e di Jonathan Safran Foer -, le vere sorprese, e le opere forse più importanti, vanno cercate altrove. Basti pensare all’esordio di una narratrice giovanissima ma di stupefacente maturità e padronanza come Emma Cline (Le ragazze, Einaudi Stile libero); al colossale, turgido e potente melodramma di Hanya Yanagihara (Una vita come tante, Sellerio); al quarto libro di Lauren Groff (Fato e furia, Bompiani), definitiva consacrazione di un talento che aveva già dato ampia prova di sé con il precedente Arcadia.

Diciotto anni senza Fabrizio De André

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(fonte immagine)

Diciotto anni fa Fabrizio De André ha attraversato “l’ultimo vecchio ponte”. Ormai, siamo orfani maggiorenni della sua presenza schiva eppure prepotente, “ostinata e contraria”, irriverente eppure a suo modo spirituale.

Per ricordare il grande cantautore ho parlato con chi lo conosceva bene, Doriano Fasoli (un intellettuale in grado di scrivere un libro con Elémire Zolla e tenere testa a Carmelo Bene oltre che allo stesso Faber), del quale Alpes ha ristampato recentemente Fabrizio De André. Passaggi di Tempo, uno studio rigoroso a cui collaborò lo stesso artista genovese. Il libro è tuttora un punto di riferimento ineludibile per chi voglia approfondire l’opera di De André, impreziosito da una lunghissima conversazione con il cantautore e dai contributi di Mauro Pagani, Dori Ghezzi, Fernanda Pivano, Paolo Villaggio e Francesco De Gregori.

“L’animale notturno” di Andrea Piva

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Questo pezzo è uscito su La Repubblica, che ringraziamo.

“Ricordo con precisione il momento in cui ho deciso di diventare ricco”.

Comincia così, con un incipit inusuale per la scena letteraria italiana “L’animale notturno”, ultimo romanzo di Andrea Piva. Ad atmosfere notturne Piva ci aveva del resto abituati sin dal suo esordio come sceneggiatore con “Lacapagira”, film ambientato nella sala giochi di una Bari non distante dalla Palermo di Ciprì e Maresco, o dalle nere metropoli disegnate da grandi sudamericani come José Muñoz o Alberto Breccia. Segue un primo romanzo, “Apocalisse da camera”, in cui viene messa alla berlina quella macchina celibe gonfia di boria e sgonfia di risorse che spesso è l’università italiana. Ma è ora, con questo libro, che Piva segna il primo importante momento di maturità come scrittore, spingendo la sua prosa di precisione, caustica e beffarda, nel ventre molle di un paese allo sbando, ossessionato dall’ansia di “svoltare” quanto meno ci sono occasioni per farlo.

Piva trasferisce la scena a Roma, e ci mette sulle tracce di Vittorio Ferragamo, sceneggiatore calabrese trasferitosi nella capitale per fare fortuna nel cinema. A causa di un mix letale (eccesso di intelligenza e “carattere di merda”, vizi che il nostro coltiva in un ambiente sempre più squallido senza avere il potere per permettersi entrambi) Vittorio finisce presto tra le file degli indesiderati, alieno alle simpatie di registi e produttori.

Una letteratura alchemica – Intervista a Mircea Cărtărescu

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Questa intervista è apparsa originariamente sul manifesto, che ringraziamo. Mircea Cărtărescu è ormai considerato il maggior autore rumeno e tra i maggiori europei viventi; autore di molte opere, più volte candidato al Nobel, ha ottenuto fama internazionale con i tre volumi di Abbacinante, opera monumentale e stilisticamente molto ambiziosa con la quale ha ridefinito la […]

Americana/6: Bret Anthony Johnston

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È in libreria per minimum fax Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea: in questa rubrica settimanale Luca Briasco ci racconta i dieci titoli rimasti fuori dai quaranta selezionati per il libro. Qui le puntate precedenti. (Fonte immagine)

Bret Anthony Johnston, Ricordami così

È sull’immagine di una famiglia distrutta che si apre Ricordami così, primo romanzo di Bret Anthony Johnston (Einaudi Stile libero, traduzione superba di Federica Aceto) e sua seconda opera dopo l’eccellente raccolta di racconti Corpus Christi, ancora inedita in Italia.

I Campbell, Eric, professore di storia, e Laura, titolare di una lavanderia, vivono immersi in un incubo fin dal giorno in cui, quattro anni prima, il loro primogenito, Justin, è scomparso. Le ricerche sono state frenetiche e hanno coinvolto l’intera comunità di Southport, la cittadina di mare del Texas in cui è ambientato il romanzo; ormai, però, quasi nessuno si fa più illusioni, ed è diffusa la convinzione, se non la certezza, che Justin sia morto.

Una vita come tante, di Hanya Yanaginara

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Alla sua uscita in America, nel marzo del 2015, la stampa americana lo ha celebrato e amato al punto da riproporlo unanime a inizio 2016 in cima alle liste dei romanzi migliori dell’anno. Il titolo inglese è A Little Life, una piccola vita (Una vita come tante nell’ottima traduzione italiana di Luca Briasco, in ottobre in libreria per Sellerio, pagg. 980, 19 euro).

La vita in oggetto è quella del tormentato Jude, prima studente affascinante e infelice, poi adulto e avvocato nella New York di oggi. Jude St. Francis è il protagonista dell’imponente (in dimensioni e sentimenti) romanzo della scrittrice statunitense di origini hawaiane Hanya Yanaginara. Alle spalle di Jude – svelata lentamente nel divenire del romanzo – c’è un’infanzia di abusi e violenze. Intorno a lui c’è una corte di amici pronti a risarcirlo d’amore ma incapaci di colmare del tutto vuoto e distanza.

L’alfabeto di Gonçalo M. Tavares

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La traduzione delle risposte dal portoghese è di Marika Marianello.

«Lavori lì da sei mesi e ancora non ti sei abituato?»
Matteo non risponde. Solo un no con la testa.
«Nessuno si abitua a quella roba», dice al suo amico Guzi.

È difficile, forse superfluo, il tentativo di classificare Matteo ha perso il lavoro (nottetempo, 150 pagine, 16 euro, traduzione a cura di Marika Marianello), che ne limiterebbe la potenza espressiva, valorizzata dal controllo che Gonçalo Manuel Tavares mostra sulla scrittura. L’esistenza di Matteo, l’unico che Tavares chiama per nome nel libro, costituisce il corpo centrale di un testo costruito in tre parti, che lo scrittore sostiene di tenere insieme con la ricchezza della cosa più preziosa: l’alfabeto. Nella prima parte leggiamo microstorie concatenate in rigoroso ordine alfabetico, da Aaronson fino a Levy, poi c’è la M, ed entriamo nella vita del personaggio nucleare.

Tra le figure precedenti nessuna lascia indifferenti, colpisce la maestria nel narrare il rapporto tra il cieco Goldstein e il suo amante, il prostituto Gottlieb, che per lui si è fatto tatuare sulla schiena la tavola periodica di Mendeleev in Braille. Colpisce il maestro Diamond che insegna, in una scuola sempre più assediata dall’immondizia, ai propri studenti a cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Matteo ci interroga sul dialogo con la realtà, sulla sua accettazione: «Comunque Matteo adesso aveva un lavoro.