“1982 Janine”, la letteratura elettrica di Alasdair Gray

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Così in piena estate leggi un libro che ti lascia stupefatto. Non nel  senso (o non soltanto) per gli aggettivi che a volte usiamo nelle recensioni: meraviglioso, eccezionale, sorprendente, per non parlare di capolavoro (la più usata, la più temuta, la più sprecata).

Si tratta di 1982 Janine dello scrittore scozzese Alasdair Gray, pubblicato da Safarà (che continua a regalarci libri indimenticabili) e tradotto (magistralmente, immaginiamo le difficoltà) da Enrico Terrinoni, un romanzo che lascia senza fiato e che mina alcune certezze circa le possibilità che offre la scrittura e di conseguenza la lettura.

Raccontare la catastrofe: prima, durante e dopo

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Secondo la tradizione bizantina, il mondo è stato creato il primo settembre del 5509 a.C. La cronologia biblica è più intricata: sul calendario ebraico il capodanno è fissato al 6 ottobre del 3761 a.C., ma le interpretazioni dei dati dei testi sacri sono moltissime, tutte basate su complicatissimi calcoli, e coprono un intervallo di circa tre millenni, anno più anno meno. Una delle più famose è quella di James Ussher, arcivescovo anglicano ed accademico irlandese, che nel 1650 concluse che Dio avrebbe atteso il 22 ottobre del 4004 a.C., verso le sei del pomeriggio, per dare inizio alla creazione.

Il primo maestro. Su Tschingis Aitmatov

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È un quadro destinato a rimanere incompiuto quello abbozzato nelle pagine di Tschingis Aitmatov perché sospeso nella ricerca dell’essenziale, inteso come “ciò che arriva d’un tratto e in modo ineluttabile, con crescente chiarezza e un’inspiegabile unica risonanza, nell’anima, come queste prime albe estive”. Aitmatov rivendica tale sospensione nella scrittura per costruire storie dal passo della fiaba in cui riconoscere per netti contrasti le figure che incarnano la violenza e l’efferatezza di un mondo brutale e arcaico dominato da soprusi a cui oppone la purezza di un’infanzia non ancora corrotta da nefandezze. Adotta tale prospettiva per descrivere il mondo dallo sguardo di chi non ha ancora subito e inflitto sofferenze, per calarsi così nei miraggi e nelle illusioni dell’immaginario.

Mungere il reale. Marieke Lucas Rijneveld ha vinto l’International Booker Prize 2020

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di Antonio De Sortis

Poche ore dopo l’assegnazione dell’International Booker Prize 2020 a De avond is ongemak, lo scrittore Abdelkader Benali ha pubblicato un post su Facebook per complimentarsi con Marieke Lucas Rijneveld e la sua traduttrice presso Faber & Faber, Michele Hutchinson. Con grande tempismo Benali coglieva l’occasione di omaggiare il lavoro di chi traduce e di sottolineare che i Paesi Bassi, in qualità di periferia letteraria dei grandi imperi linguistici, fungono da utile snodo di flussi culturali. Nelle sue parole colme di soddisfazione il mondo letterario olandese veniva dunque presentato come fiera minoranza, che fa dell’apertura (e non del debito culturale) la sua arma vincente.

Fermarsi all’orizzonte degli eventi: i critici in 2666

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di Leonardo Merlini

La cosa sta assumendo i contorni dell’ossessione, ed è giusto così. Probabilmente deve semplicemente essere così. L’ossessione dello scrittore, quella dei suoi personaggi per ritrovare un altro scrittore, l’aura di leggenda che circonda sia l’autore reale (ma cosa siala realtà continua a essere tema di sacrosanto dibattito) sia quello immaginato, il gorgo d’orrore di un luogo che è una specie di catastrofe dell’umanità. Rileggendo per l’ennesima volta 2666 di Roberto Bolaño – libro da cui sono partito e a cui periodicamente ritorno, con la stessa sensazione di non conoscenza illuminante che ha accompagnato la prima lettura – e in particolare La parte dei critici, personaggi con i quali una dichiarata vena di protagonismo mi fa sentire una certa vicinanza, finisco con avere delle epifanie sorde, minori, ma costanti e sempre diverse.

Brianna Carafa o della qualità narrativa

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di Anna Toscano

Brianna Carafa è una autrice che negli anni Sessanta inizia a essere conosciuta dopo la pubblicazione delle sue poesie per l’editore Carucci e, subito dopo, per i suoi racconti usciti nella rivista Botteghe Oscure. La sua scrittura non passa inosservata nel gruppo di intellettuali che frequenta in quegli anni a Roma, tra i quali Angelo Maria Ripellino, e nemmeno a Italo Calvino che probabilmente in Einaudi caldeggia i suoi due romanzi che escono nel 1975, La vita involontaria, e postumo, nel 1978, Il ponte nel deserto.

Nei decenni Carafa viene dimenticata, destino comune a molte altre scrittrici di quegli anni, i suoi libri si trovano nelle bancherelle dell’usato a prezzi accessibilissimi, rarissimamente i suoi libri sono rintracciabili nelle biblioteche, come se il velo della polvere dell’oblio avesse reso inaccessibile al mondo la potenza straordinaria della sua scrittura.

Cesare Pavese: 70 anni dopo

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Questo pezzo è uscito su La Stampa, che ringraziamo. di Nicola Lagioia Come succede per ogni grande scrittore, Cesare Pavese contiene moltitudini e presenta numerose vie di accesso per chi vuole conoscerlo o continuare a frequentarlo. Si può provare a esplorare la sua poetica anche partendo dalla fine. Tra donne sole, ad esempio, fu scritto […]

Amare, lottare, lavorare. La storia di Gianni Rodari raccontata da Vanessa Roghi

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Ricostruire la figura di un intellettuale a partire dal suo vissuto politico è un’operazione a cui il tempo ci ha progressivamente disabituati. Eppure di militanza e poetica è fatta gran parte della letteratura italiana del Novecento, da Luciano Bianciardi a Cesare Pavese, da Antonio Gramsci a Beppe Fenoglio, da Italo Calvino a Leone Ginzburg.

In una costellazione ricchissima come questa è raro veder spiccare il nome di Gianni Rodari, che è stato invece tra i più grandi e illuminati intellettuali militanti del secolo scorso, una figura fondamentale del panorama culturale italiano, che didattica e cultura hanno progressivamente spogliato della propria complessità e dei propri connotati eversivi.

Il Messico dove nascondersi: “Le omissioni” di Emiliano Monge

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“Questi sono soltanto gli accadimenti. E gli accadimenti non sono mai la storia. Neanche i fatti sono la storia. La storia è la corrente invisibile che smuove tutto sullo sfondo”.

La storia di una famiglia, tre uomini e uno solo. Tre uomini, i Monge, nonno, padre e figlio, destinati ad allontanarsi, in qualche modo a sparire. A ciascuno il suo modo di sottrarsi, di omettere, di non dire, di mostrare ciò che serve allo scopo, di tacere – se necessario – per molti anni. Tre uomini molto diversi, l’affetto è una cosa che non li riguarda, eppure intorno a loro ruota una famiglia e loro stessi ruotano intorno a un nucleo che è il Messico.

Populismo Borges

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di Andrea Meregalli

Tra le semplificazioni attorno al nome di Borges, quella che più mi disturba e al contempo interessa è relativa alla sua presunta esclusività. Quando si dice Borges si intende lo scrittore per pochi. Il cerebrale, intellettuale, mentale Borges. Lo scrittore per gli scrittori, per gli uomini – ovviamente uomini – di cultura, per i professoroni (cit.), per gli acculturati, per i borghesi con il vizio dell’ipercorrezione (cit.), per i vincenti e altre cazzate simili.

Mi disturba perché leggendo Borges da vicino e ormai da un po’ mi sembra che la sua opera vada addirittura nella direzione opposta e che Borges abbia sofferto questa posizione decentrata, poco sociale e pochissimo popolare.