Paolo Cognetti racconta Richard Yates

edward_hopper_eleven_am

Pubblichiamo la prefazione di Paolo Cognetti a Undici solitudini di Richard Yates (segnaliamo anche che oggi dalle 17.15 Paolo Cognetti è ospite di Fahrenheit su Radio3 per presentare Sofia si veste sempre di nero). (Immagine: Edward Hopper.)

Sul tavolo di Richard Yates, sopra le foto di figlie avute da donne diverse, sopra bottiglie e portacenere e pagine scritte e stracciate e riscritte, è stata appesa per anni questa frase: «Gli americani sono sempre stati inconsciamente convinti che tutte le storie avranno un lieto fine». Sono parole di Adlai Stevenson, la grande speranza democratica degli anni Cinquanta: candidato due volte alla presidenza e due volte sconfitto da Eisenhower, e infine superato da un concorrente dotato di carisma, gioventù e bellezza, John Fitzgerald Kennedy. La frase che Yates amava, quella su cui meditava scrivendo, è l’uscita di scena di un perdente: uno che avrebbe potuto cambiare le cose, ma non ce l’ha fatta, uno la cui storia non ha avuto nessun lieto fine.

Caro John Keating, scenda pure dalla cattedra. (Sull’immaginario scolastico nella recente letteratura italiana)

robinwilliams-attimofuggente

Questo articolo è uscito su Orwell, inserto culturale di Pubblico

Dalla forma che prende un tema nelle sue incarnazioni letterarie possiamo giudicare del suo stato di salute sul piano del discorso pubblico? Mentre prosegue ininterrotto lo spinoso dibattito tra antichi e moderni, nella selva oscura dei tagli e delle sempre più labirintiche e scoraggianti vie all’iniziazione professionale degli insegnanti, la letteratura che parla di scuola si riproduce in maniera quasi virale. Impossibile seguire tutte le pubblicazioni accumulatesi in questi anni. Certo sono molte, e di certo possiamo mettere in conto a questi libri una tendenziale mancanza di originalità che spesso, se non conduce alla demagogia (come lamentava Cortellessa su “Tuttolibri” di un paio di settimane fa), misura la frugalità delle ambizioni degli scrittori in questione. Per una preoccupazione molto “corretta” di attualità (e perché questi libri “funzionano”), lo scrittore (che spesso quell’attualità se la vive addosso, essendo anche insegnante) rinuncia a parte del suo ruolo per farsi frettoloso analista, opinionista, cronista. La visionarietà, la libertà di azzardare scenari radicali, ipotesi dissacranti e deformazioni capaci di esplorare i lati più reconditi dell’esistente, tutto questo sembra perdersi completamente nell’appiattimento polemico dell’odierna letteratura “scolastica”.

Non è un paese per elfi

orecchie elfo

Questo articolo è uscito su Orwell, supplemento culturale del quotidiano Pubblico. (Modificazione corporea di Russ Foxx)

Metti di giocare a Dungeons & Dragons da vent’anni, ma di aver sempre tenuto la cosa distinta dalle tue letture; pudore, forse. Poi un giorno entri in libreria e ti avvicini, quasi per caso, alla sezione fantasy. Gli autori sono dozzine. Svariati i nomi italiani. Stai quasi per comprare qualcosa, per capire (in realtà, pensi che leggere una storia di magia ti andrebbe anche: di certo deve essere un’esperienza rassicurante – e poi la Terra di Mezzo ti manca così tanto…), tuttavia orientarsi non è banale. Ne sfogli un paio, ma hai la sensazione che ti manchino proprio gli strumenti per scegliere.

Nicola Lagioia racconta Roberto Bolaño

Roberto Bolano di Tommaso Pincio

Prima di dare in pasto ai lettori di minima&moralia questo mio piccolo saggio su Roberto Bolaño vorrei ringraziare la casa editrice Sur, che ha concesso di metterlo in Rete – si tratta della posfazione a L’ultima conversazione, libro di interviste a Bolaño uscito qualche tempo fa.

Ringrazio poi pubblicamente – non avendo avuto il coraggio di farlo di persona –  Jaime Riera Rehren, scrittore e professore cileno e traduttore di un libro gigantesco come Sopra eroi e tombe di Ernesto Sabato, il quale Riera Rehren fu amico di Bolaño, e in una sera di qualche mese fa (quando L’ultima conversazione era già in stampa) mi spiegò come mai non solo Roberto Bolaño ma molti sudamericani conoscono Nicola Di Bari. Questa l’avete già capita se ricordate i racconti di Chiamate telefoniche, o altrimenti capirete leggendo il saggetto in questione.

Revolution nein. La narrazione come macchina del tempo

tv_books

Pubblichiamo un testo di Alessandro Romeo sulle narrazioni reticolari.

di Alessandro Romeo

L’evento che durante gli anni zero ha riappacificato, almeno sotto il profilo estetico e per un totale di circa sette ore, la generazione degli adolescenti dinoccolati di allora e quella dei propri genitori imbolsiti, è stata l’uscita nelle sale dei primi tre episodi di Star Wars, prequel dei tre episodi usciti negli anni Settanta.

La particolarità del prequel è quella di conoscerne il finale. Ciò che conta, diversamente dal solito, non è come andrà a finire la storia ma come si arriverà all’esito che già conosciamo. Tutto, nei prequel, concorre a costituire le premesse della storia vera e propria, quella in cui ci siamo identificati tempo prima e che ha dato inizio a tutto. È una bella sensazione. Non solo perché regala la facile illusione di poter prevedere il corso degli eventi – con conseguente, ovvio, cortocircuito derivato dal fatto che il futuro di quello che hai visto nel prequel è già stato visto nel passato -, ma anche per la capacità di dare spessore al rapporto che si è venuto a creare tra noi e i personaggi.

I miei maestri

the_great_gatsby

Il 24 settembre 1896 nasceva Francis Scott Fitzgerald. Riprendiamo un testo di Richard Yates, scritto per la «New York Times Review» negli anni ’80 e pubblicato in uno speciale sul sito di minimum fax. Da «Il grande Gatsby» a «Madame Bovary», da Dostoevskij a Salinger: tutti i libri e gli autori che Yates ha ritenuto fondamentali per la propria formazione di scrittore.

di Richard Yates

Sono stati i film degli anni Trenta più d’ogni altra cosa a influenzarmi come scrittore. Da ragazzo non leggevo molti libri, mi costava fatica e cercavo di evitarlo quando possibile. Ma non ero neppure un sempliciotto, e così il cinema soddisfaceva due mie necessità: mi dava una straordinaria quantità di materiale a basso costo da cui ricavare storie, e un buon posto in cui nascondermi. 
A 14 anni, cominciai a sottoporre ai miei insegnanti di inglese storie ispirate al cinema, per dimostrare che fossi capace di fare qualcosa, ma solo tre o quattro anni dopo la lettura di romanzi e di poesie iniziò a ricacciare i film in qualche oscuro e indefinito angolo della mia mente, per farceli poi rimanere. Ancora oggi non vado quasi mai al cinema, e sono noto per sostenere che è perché i film sono una cosa per bambini.

Prenditela con le Muse, non con chi ti critica

battaglia

Perché scrivere?, è la domanda che a un certo punto si fa qualunque scrittore serio. Ossia: perché sottoporre il proprio libro all’attenzione di un lettore e magari rubargli quel tempo che potrebbe utilizzare per gustarsi qualche capolavoro. Chi si è fatto questa domanda ha già ben nascosta nel proprio cuore una risposta che non rivelerebbe mai: Io valgo più tutti gli altri. Se pure razionalmente riconosce la propria mediocrità, il proprio non essere fondamentale, c’è una parte irrazionale che lo porta – giustamente – a sragionare, e a sentirsi solo contro tutti: il migliore. Se non ci fosse quest’innocente arroganza, la pudica autocritica stroncherebbe qualunque desiderio di vedersi pubblicato, e ciascuno dovrebbe semplicemente sperare in un Max Brod.

Tommaso Puzzilli ha fatto carriera

buecher_schmall_BE

Pubblichiamo un’intervista uscita sul «Mucchio» di settembre, a Walter Siti.

di Tito Lima

Incontriamo Walter Siti nel suo appartamento a Prati, a pochi passi dai musei vaticani. Tra qualche settimana lascerà Roma per trasferirsi a Milano. È una torrida giornata d’estate. Nel pomeriggio i sismografi registrano una piccola scossa di terremoto nella capitale. Di altri terremoti, dell’anima e del corpo, e del potere del denaro nell’ultimo romanzo Resistere non serve a niente si occupa da sempre Siti, instancabile indagatore dell’uomo, italiano in particolare: ecco un grande autore contemporaneo.

Abbiamo il “vantaggio” di fare questa chiacchierata a qualche tempo dall’uscita di Resistere non serve a niente. Diversi commentatori si sono soffermati sul suo romanzo cogliendovi soprattutto un eccesso di pessimismo. Si aspettava questo tipo di reazione dominante?

Ricordando Roberto Roversi

resizer

Pubblichiamo un articolo di Christian e Veronica Raimo su «Caccia all’uomo», l’ultimo libro del poeta Roberto Roversi scomparso qualche giorno fa.<

di Christian e Veronica Raimo

Poeta, partigiano, romanziere, sodale di Pasolini e Leonetti nel fondare Officina, direttore di Lotta Continua, libraio militante per sessant’anni, paroliere per Lucio Dalla e gli Stadio: quattordici lettere. Se non vi sovviene immediatamente il nome di uno dei più importanti intellettuali italiani viventi, è perché Roberto Roversi negli anni ’60 ha fatto una scelta controcorrente che oggi ne fa anche un pioniere e un modello per chi ragiona di nuove politiche editoriali: ha deciso di non pubblicare più per grandi gruppi editoriali, di autoprodursi e autodistribuirsi.

Kafka non era un kafkiano

Czech-author-Franz-Kafka-006

Pubblichiamo il testo dell’intervento di Giorgio Fontana letto al Festivaletteratura di Mantova.

di Giorgio Fontana

“Kafkiano”. In genere, sotto questo aggettivo si raggruppa una famiglia di sensazioni che evocano un autore sinistro, cupo, angosciante, terribile, ossessionato dalla burocrazia, pesante, faticoso, pessimista, i cui personaggi sono assoggettati a un ordine oscuro e superiore. Nonostante decenni di buona critica e tentativi di liberalizzazione, il nome Kafka resta sempre e comunque legato a evocazioni del genere.

Ora, è ben vero che molte delle storie di Kafka siano permeate da sentimenti simili, e che la condanna resti un elemento cruciale. Ma non c’è niente di sottomesso nella sua prosa e nella sua figura autoriale: anzi, tutto l’opposto.