Dall’Odissea alle (meta)mappe: sfide di scrittura del territorio

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Pubblichiamo un articolo di Alberto Sebastiani, uscito su «Nuova rivista letteraria. Semestrale di letteratura sociale», su mappe e scrittura.

di Alberto Sebastiani

William Smith non aveva dubbi: «stava per realizzare un’opera importante, grandiosa, memorabile», la prima carta geologica dell’intera nazione, «del regno più importante – tale era la Gran Bretagna – di tutto il mondo civile. Non esisteva niente di simile per alcun paese. Ciò che stava per essere creato a Londra sarebbe divenuto un esempio da seguire per tutti. Un archetipo mondiale».

In effetti, era una mappa particolare: la geologia «era una scienza per la quale bisognava considerare una terza dimensione», e la raffigurazione delle sue scoperte è fondamentale in un mondo in trasformazione, come narra Simon Winchester in La mappa che cambiò il mondo (Guanda 2001). Della carta, stampata in quattrocento copie numerate e firmate, datata 1 agosto 1815, restano oggi pochi esemplari, tra cui quella alla Geological Society a Burlington House, Piccadilly, Londra.

Ancora sulla cinquina #3 La letteratura da sindrome da stress post-traumatico

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Se fosse vero quello che ormai da un decennio a questa parte un po’ di critici vanno sostenendo, ossia che letteratura italiana, tutta chiacchiera e noir, soffra di mancanza di un reale trauma (vedi per es. Senza trauma di Daniele Giglioli) di esperienza (vedi per es. La letteratura dell’inesperienza di Antonio Scurati o Autoreverse dell’esperienza di Filippo La Porta), di autenticità (vedi per es. le riviste come Il primo amore o Lo straniero e i rispettivi mentori Carla Benedetti e Goffredo Fofi), dovremmo ragionare sul perché questa cinquina di candidati allo Strega diano invece a un lettore, forte o debole che sia, un’impressione diversa. Il silenzio dell’onda, Qualcosa di scritto, Il tempo di mezzo, La colpa, Inseparabili raccontano storie di scampati, di sopravvissuti proprio a una lesione, a cui sono legati a filo doppio: lasciarsela alle spalle vuol dire far morire una parte molto consistente di sé, attraversarla rischia di imprigionarli come in delle sabbie mobili. Come ne usciranno?

La vita cambiata da un taglio perfetto

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Alan Pauls, autore di «Storia dei capelli» (in uscita per Sur), da domani sarà in Italia per incontrare i lettori. Il primo appuntamento sarà a Sarzana alla libreria Il terzo luogo insieme a Marco Cassini e Benedetta Marietti, di cui vi riproponiamo l’intervista uscita  sabato scorso su «D – la Repubblica delle Donne».

di Benedetta Marietti

Grigi, folti e a spazzola, corti ma scompigliati: sono i capelli la prima cosa che osservi di Alan Pauls, lo scrittore, giornalista e critico argentino che ha intitolato proprio Historia del pelo, Storia dei capelli, un intero romanzo (in uscita in italiano ai primi di luglio per SUR, traduzione di Maria Nicola). Una sorta di memoir pseudoautobiografico e squisitamente letterario che filtra la vita e gli incontri di un uomo, a Buenos Aires, dall’infanzia e adolescenza negli anni 70 fino ai giorni nostri, attraverso un’unica ossessione, quella della chioma (vera o finta che sia, dato che nel libro si parla anche di parrucche).

Flannery O’Connor e noi

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Invito a leggere e diffondere l’ultimo numero de «Lo Straniero», dove tra le altre cose si può trovare un’intervista molto interessante a Matteo Garrone sul suo ultimo film, un’accorata testimonianza dalla Grecia che buca la fredda parete di dati e statistiche, una lettera da Kabul, un pezzo su certe svolte culturali nel cattolicesimo secondo Mario Perniola, una sezione su scienza e potere partendo da Huxley e Tolstoj, e molto altro.

A chi scrive era stato chiesto (partendo da «Sola a presidiare la fortezza», la raccolta di lettere di Flannery O’Connor) di scrivere un pezzo che parlasse dell’oggi scrutando, sul lato opposto, il profilo di una scrittrice che col tempo continua a crescere prodigiosamente.

Giunti a un certo punto del disastro, si torna a Flannery O’Connor. Si torna a Emily Dickinson, alle sorelle Brontë, a Faulkner, a Hawthorne, a Melville, a Conrad, persino a Hölderlin o ad Artaud. “Il libro è scritto da una che crede che ci fu una caduta, ci sia stata una Redenzione e ci sarà un giudizio”, scrive la O’Connor a proposito del suo primo romanzo in una lettera risalente al 5 marzo del 1954.

Mary per sempre

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Pubblichiamo un’intervista di Tiziana Lo Porto, uscita su «D – La Repubblica delle Donne», a Mary Gaitskill.

Mary Gaitskill è una delle scrittrici che tutti dovrebbero conoscere. Leggendo, in blocco, l’opera completa: per ora due romanzi e tre raccolte di racconti abitati prevalentemente da ragazze più o meno giovani dirette in caduta libera ma a testa alta verso l’età matura, disposte alla resa a un mondo di adulti contorti, sbagliati, politicamente molto meno corretti di quanto vorrebbero far credere, al loro meglio pornografici. C’è Debbie, arrendevole al sesso e al dolore prima ancora che all’amore, divenuta celebre in Italia (e altrove) una decina d’anni fa come personaggio principale del film di Steven Shainberg Secretary, tratto da un omonimo impeccabile racconto di Bad Behavior, fulgida antologia d’esordio di Gaitskill (oggi parzialmente tradotta e pubblicata in Italia da Einaudi in Oggi sono tua, sorta di best of delle sue tre antologie di racconti). C’è Veronica, musa e personaggio del romanzo a cui dà il nome (Veronica, da metà giugno in libreria per Nutrimenti) e in cui morirà di Aids malgrado l’amore. C’è Alison, modella coprotagonista e struggente voce narrante di Veronica, che inconsapevole della propria bellezza si muove in un mondo in cui “anche se siamo in guerra con il terrore, le riviste di moda dicono che ora siamo solari, indossiamo abiti dai colori chiari e preferiamo essere moralmente limpidi”. Ci sono frasi che si stagliano piene e dense da sembrare interi romanzi, dialoghi che presagiscono commozione e struggimento, e promettenti dichiarazioni d’intenti. Così Leisha, nel racconto Legame: “Appena finisco di studiare voglio trovare un lavoro da Dunkin’ Donuts. Voglio ingrassare. O darmi all’eroina. Voglio essere un disastro”.

Elzeviri della savana

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Pubblichiamo un articolo di Francesco Pacifico, uscito su «IL», su «Chimurenga», il «New Yorker» africano.

Il centro di Città del Capo sembra concepito apposta per ignorare la periferia. È abbracciato e protetto da due montagne: l’alta e piatta Table Mountain, e una collina con cucuzzulo che sull’altro fianco guarda il mare e il quartiere bianco e ricco di Sea Point. Nascosta da questi paraocchi naturali, e da un breve muro di grattacieli, è la distesa suburbana che contiene quel che fino al ’94 furono le tre classi-razze segregate: cinque milioni di neri, coloureds, e asians.

Quando la letteratura si trasforma in vita

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Pubblichiamo un’intervista di Benedetta Marietti, uscita su «Repubblica», a Peter Cameron.

di Benedetta Marietti

New York. È in un piccolo appartamento bohémien sulla decima strada, nel cuore del Greenwich Village, che Peter Cameron vive con Dinah e Ghita, i suoi due inseparabili cani d’acqua portoghesi. È lì che abita da trent’anni, da quando ventitreenne decise di lasciare il New Jersey e la famiglia catturato dal fascino delle mille luci di New York. Ed è lì che conduce un’esistenza per sua stessa definizione “stanziale e solitaria”, scandita dalla scrittura di racconti e romanzi, l’ultimo dei quali, Coral Glynn, sta per essere pubblicato in Italia per i tipi di Adelphi (pp. 216, € 18,00, trad. di Giuseppina Oneto, esce il 9 maggio). Occhi acuti e penetranti, sorriso timido e gentile, modi educati, un imbarazzo palpabile a parlare di sé, Cameron (che il 29 maggio parteciperà al Festival delle Letterature di Roma) somiglia a molti dei personaggi schivi e riservati ritratti nei romanzi che lo hanno reso celebre: come Omar, l’ingenuo sognatore di Quella sera dorata, o James, ragazzo malinconico e solitario, appassionato di arte e di libri in Un giorno questo dolore ti sarà utile, o la stessa insondabile Coral Glynn, una donna giovane e insicura, incapace di esprimere sentimenti complessi e contraddittori come l’amore.

Scrivere pericolosamente

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Ogni anno il 16 giugno si celebra il Bloomsday, una giornata per ricordare James Joyce e rievocare gli eventi dell’«Ulisse». Pubblichiamo l’introduzione di Federico Sabatini«Scrivere pericolosamente. Riflessioni su vita, arte, letteratura» e vi invitiamo a leggere una rara traduzione di Edmund Wilson su «Finnegans Wake» uscita tempo fa su minima&moralia.

di Federico Sabatini

Come ha recentemente ricordato il critico Derek Attridge, Richard Ellmann iniziava la sua monumentale biografia di James Joyce affermando che «dobbiamo ancora imparare ad essere contemporanei di Joyce». La biografia fu pubblicata diciotto anni dopo la morte di Joyce, quando la sua scrittura, specie quella di Finnegans Wake, risuonava in tutti gli ambiti della critica letteraria, e moltissimi critici si avviavano ad affrontare l’esegesi di un’opera la cui sperimentazione stilistica e narrativa non aveva precedenti. È significativo che nella seconda edizione della biografia (pubblicata nel 1982, e dunque quarantuno anni dopo la morte di Joyce), Ellmann abbia mantenuto la stessa affermazione, volendo così suggerire come la lezione di Joyce fosse ancora viva e influente a quell’epoca. Ancora oggi, dopo molti decenni, come sostiene Attridge, «Joyce continua a sembrare un contemporaneo che non abbiamo ancora assimilato in pieno». Questo si deve non solo alla sfida interpretativa lanciata da un libro come Finnegans Wake (i cui significati continuano a richiedere nuove interpretazioni e diversi metodi di indagine), ma anche alla lezione generale di scrittura che Joyce ci ha fornito a partire dalle prime opere, quelle apparentemente più «tradizionali».

Addio, Ray

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Pubblichiamo un articolo di Matteo Nucci, uscito sul «Messaggero», sulla morte di Ray Bradbury.

“Vorrei dirle una cosa adesso, una cosa che la gente non capisce. Io ricordo il parto di mia madre. Intendo quando sono nato. Ricordo quando ero nell’utero. Mi crede?” Aveva ottantotto anni, Ray Bradbury, quando lo intervistai. Ci mise un po’ prima di arrivare alla questione che riteneva più importante: la memoria prodigiosa a cui si stentava a credere. “Lo so che è rarissimo” mi disse “Ma sa, ho scoperto di essere nato a dieci mesi e non nove. Pare che questo faccia una grande differenza. Del resto, io ho memoria di molte altre cose fin dall’inizio. Per esempio ricordo di aver visto Il Gobbo di Notre Dame quando avevo tre anni. E anzi fu in quel momento che decisi di scrivere, benché poi abbia cominciato più tardi”. Di aneddoti, Bradbury ne raccontava in quantità. Era generoso. Non si risparmiava. Ripeteva “sono la totale memoria di tutto quello che ho amato” e sosteneva di aver amato moltissimo.

Gli antiesordi

immagine gli antiesordi

Filippo D’Angelo, esordiente con un romanzo molto duro e arrabbiato («La fine dell’altro mondo»), inizierà in questi giorni il suo primo giro di presentazioni. Vista la retorica spesso insopportabile con cui in Italia il mondo della comunicazione ha circondato il concetto stesso di esordio letterario, Filippo D’angelo racconta a minima&moralia l'”antiesordio” di Franco De Longis.

I lettori genovesi sicuramente ricorderanno la misteriosa e tragica figura che, nell’inverno a cavallo fra il 1998 e il 1999, invase il paesaggio letterario della loro città: Franco De Longis, autore del romanzo Il cerchio. Figura misteriosa perché sorta dal nulla, come quella di ogni scrittore esordiente, ma prima che l’esordio diventasse un fenomeno di moda editoriale; figura tragica in quanto destinata a rapidamente tornare nel nulla da cui si era strappata, e a sprofondarvi del tutto. Non sarà inutile, per i lettori delle altre città, evocare la vicenda di un personaggio che meriterebbe il capitolo centrale di una Storia universale dell’infamia letteraria, opera che, fra quelle immaginarie possibili, raggiungerebbe senz’altro il numero più elevato di pagine, essendo gli scrittori le persone maggiormente esposte al rischio di ignominia. Ma non vorrei che, in ragione della sua stramberia, la veridicità del personaggio De Longis fosse messa in dubbio. Potrebbe sembrare un aborto espulso dalla penna senile di Borges o da quella moribonda di Bolaño. Egli è invece realmente esistito. Per accertarsene, basta controllare su Google.