In quarantena con Hap e Leonard

matt-seymour-69zVsGRejY4-unsplash

Photo by Matt Seymour on Unsplash

di Fabio Nardelli

Hap, uno dei due protagonisti della fortunata serie di Joe Richard Harold Lansdale, è nascosto nella buca dei birilli del vecchio bowling abbandonato vicino la cittadina di Laborde, nel Texas; tra le braccia il fucile calibro 22, con cui coltiva un rapporto ambiguo, da texano liberal; propaggine naturale del braccio e limite che non avrebbe mai dovuto valicare, nonostante l’ottima mira e gli insegnamenti paterni. A proteggergli le spalle, dall’alto, come sempre, il suo amico Leonard, più limpido e sereno con un’arma in mano per far fuori gli stronzi che se lo meritano, che prima o poi entreranno. Entrano sempre.

California, il nuovo numero della rivista di John Freeman

1f

“[…] Era anche un tempo in cui le stelle erano tornate di moda / senza che se ne conoscessero il nome o le proprietà fisiche, / ma le si usava per i vaticini o anche solo per diagnosticare / i tratti di personalità. Molti si rivolgevano alle stelle sentendosi abbandonati […]”

La California, la terra del nostro sognare, ma del sognare di tutti. Desiderata meta di viaggio territoriale e interiore. La California dello spazio, degli alberi, dei tramonti, della visione. I giorni che spostano sempre il futuro più in là. Tutte quelle strade di Los Angeles, tutte le salite di San Francisco. La California della musica, degli hippie, del cinema, di Joan Didion.

“Taccuino delle piccole occupazioni”, il nuovo romanzo di Graziano Graziani

1gg

Si potrebbe definire il lavoro di scrittura di Graziano Graziani come un processo continuo di catalogazione: ne sono esempi lampanti i due volumi pubblicati dallo scrittore con Quodlibet, il Catalogo delle religioni nuovissime, racconto dei numerosi culti che continuamente nascono, dal jedismo al culto di Maradona, e Atlante delle micronazioni, descrizione della fondazione e della struttura di piccoli e strani stati. Una narrazione dunque che procede per frammenti, un’idea perfettamente in linea con la nostra contemporaneità che, nella sua vastità di forme e diramazioni, non ci consente di cogliere tutto con un unico sguardo.

Ho già vinto il mio premio Strega

lalaine-macababbad-1l4ozWuJtP4-unsplash

Photo by Lalaine Macababbad on Unsplash

Intervista di Fabio Stassi a Remo Rapino, autore di Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, in dozzina finale al Premio Strega.

Remo Rapino, a questo libro, “Vita morte e miracoli…” ora candidato insieme ad altri undici romanzi al Premio Strega, lei ha continuato a lavorarci in condizioni particolari. In un reparto di terapia intensiva.

Può raccontarci questa esperienza, che alla luce di quanto sta accadendo oggi, è un bel messaggio di speranza per tutti?

Il 2017, per me, è stato l’anno amaro del kliché. Tra le popolazioni che vivono intorno al lago d’Aral, sul confine tra Uzbekistan e Kazakhstan, la parola kliché indica il filo sottile, quasi invisibile, della memoria, una fibra immaginaria che disegna l’articolato e sfuggente perimetro di tutti i nostri ricordi, quali che siano.

Non temere la vampa del sole – su Virginia Woolf

08-virginia-woolf-las-2971827b

di Edoardo Pisani Voglio affondare con la bandiera spiegata. Virginia Woolf Nell’estate del 1904, poco dopo la morte del padre Leslie, Virginia Woolf, allora Virginia Stephen, vive una delle crisi più profonde della sua esistenza. È a casa dell’amica Violet Dickinson, che tanto l’ha rincuorata nelle lettere. Ha appena tentato il suicidio, buttandosi dalla finestra, […]

La straniera, i sassi e il lockdown: intervista a Claudia Durastanti

1cd (1)

A lockdown alleggerito incontro Claudia Durastanti a Trastevere, in un sabato pomeriggio di autentica primavera romana. Nonostante l’assenza di turisti e struscio, i due fattori che normalmente riempiono all’inverosimile le stradine del quartiere, e malgrado la chiusura dei locali tra cui il venerabile bar San Calisto – la cosa che più di tutte in effetti ci sorprende e intristisce – tutta quest’atmosfera da distopia, in realtà, non si sente. Roma sembra avere questa capacità di normalizzare, di neutralizzare, di contenere – così come d’altronde in altri momenti sa drammatizzare, estremizzare. Ed è quindi persino con una certa naturalezza che muniti di mascherine d’ordinanza scegliamo due portoncini adiacenti e a debita distanza di sicurezza ci sistemiamo sui rispettivi gradini d’ingresso; dopodiché, piazzo sui sampietrini un giornale con il registratore sopra, e iniziamo a chiacchierare. A un certo punto un freak del quartiere ci interrompe, attacca un bottone su chi siamo e cosa stiamo facendo, si informa sui libri scritti da Claudia, ci lascia il suo account Instagram, bisticcia con un altro tizio a ridosso di una fontana e poi va via salutandoci con ampie cerimonie e promesse.

Avvicinare Emily Dickinson #1

1ed

Rileggendo questa poesia, mi figuro Emily Dickinson nel 1864. La ritrovo vestita di bianco, come in tutti i libri in cui il suo nome è sussurrato come un mistero. Ha più o meno trentaquattro anni. I capelli raccolti. Le labbra carnose. Una fossetta sul mento. Un problema agli occhi. Molto probabilmente soffre di qualche forma di epilessia. Nottetempo scrive poesie su dei foglietti che poi ricuce in fascicoli con ago e filo. Da qualche anno ha preso la decisione irrevocabile di non uscire più di casa. «Tentare di parlare di ciò che è stato, sarebbe impossibile. L’abisso non ha biografi», scrive in una lettera del 1884. Tanto più la vedo stendere i piedini sulle assi del pavimento, e camminare lentamente, cautamente, di notte, mentre tutti dormono.

La mia lotta. La musica in Karl Ove Knausgård

knaus

di Eugenio Giannetta e Luca Momblano

E – Ho scritto più volte queste parole nella mia testa, come nella brutta copia di una lettera d’amore mai spedita, poi mi sono arreso. Ho guardato in un angolo immaginario della mia mente e ci ho visto una montagna di carta sbagliata appallottolata di fianco a un cestino.

In ognuno di quei fogli l’incipit rispondeva a una domanda da tema delle scuole medie: dopo l’uscita del sesto e ultimo libro de La mia battaglia, “Fine” (Feltrinelli), fai un bilancio di cosa rappresenta Karl Ove Knausgård per te.

Dopo svariati tentativi e altrettanti fallimenti, l’epifania. Knausgård è il mio Miles Davis, come si fa a spiegarlo? In quel momento ho capito che avrei voluto raccontare il mio personalissimo Knausgård non solo attraverso le 4.115 pagine e i sei anni che abbiamo passato assieme, ma attraverso la sua musica.

Ho fatto la spia, l’ultimo romanzo di Joyce Carol Oates

1oat

Prendiamo un arco di vent’anni. Dieci, per non esagerare. In un decennio, non sono molte le persone di cui si possa dire che, nel loro campo, sono insuperate a livello universale; le più grandi di tutte. Sì, ok, la logica suggerirebbe che non superino l’unità, ma visto che l’assolutismo è un cascamorto ogni categoria finisce per comprendere più di una medaglia d’oro nella stessa disciplina. Cosa che, pur svilendo di un poco la proclamazione e la simbologia del podio, in realtà non pregiudica la vittoria: quando qualcuno la spara grossa dicendo “Per me, X è la più brava del mondo/il più grande di tutti”, vuol dire che c’era sia la preda che la carica, non solo il silenzio giusto per far risaltare un boato. Che, cioè, i criteri sono arbitrari, ma le basi solide, rispettabili, di pubblica conoscenza.

L’eredità di Giovanni Testori. Una conversazione con Alessandro Zaccuri

tes

Oggi Giovanni Testori avrebbe compiuto 97 anni.

Questa ricorrenza ci offre l’occasione di ricordare uno degli autori più complessi, contraddittori, eclettici e prolifici del Novecento italiano.

Scrittore, poeta, drammaturgo, saggista, critico d’arte, pittore, regista, attore, penna formidabile e vulcanica, mente divisa tra rigore analitico e ardente visione profetica, Testori è stato un uomo dilaniato da una profonda scissione interiore, tra il rigore della sua ortodossia cattolica e quella che lui definiva “la sua condizione di omosessuale”.