La casa del dolore altrui, il Messico di Julián Herbert

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“[Questo è un western]”, è questa la frase che Julián Herbert pone in esergo al primo capitolo del molto bello La casa del dolore altrui (Gran Via, 2018, trad. di Francesco Fava), la scelta la spiega l’autore alla penultima pagina, ciò che è certo che quel pensiero a un certo punto – stando perfettamente allineati, tenendo la ricostruzione storica a sinistra (oppure a destra) e la prosa poetica, acuta, ricca di suoni e slanci di Herbert a destra (oppure a sinistra, si capisce) – lo facciamo anche noi, o quantomeno potremmo avvicinarci.

Julián Herbert è nato ad Acapulco, è poeta, scrittore, musicista. È considerato uno degli autori più interessanti della sua generazione, è nato nel 1971.  Gran Via ha già pubblicato, nel 2014 Ballata per mia madre, romanzo intenso e importante, molto premiato. Herbert è noto per la raccolta di racconti Cocaina, uno solo di questi tradotto in italiano. Il suo lavoro più recente è la raccolta di racconti Tráiganme la cabeza de Quentin Tarantino del 2017, che attendo con grande curiosità.

In punta di penna: Denis Johnson

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Pubblichiamo, ringraziando l’editore, un estratto dal libro In punta di penna – Riflessioni sull’arte della narrativa. Volume secondo, appena uscito per minimum fax. (fonte immagine)

Agente segreto

di Denis Johnson

Mi ricordo una volta, a Chicago. Nei dintorni di Jefferson Street, qualche strada più giù del Loop. Adesso non ricordo neanche quante, ventuno, ventidue, o ventitré anni dopo. Alle quattro del mattino diventava un quartiere di sbandati e ubriaconi. Gente senz’anima o spirito che dormiva appoggiata ai muri o nei canali di scolo, come li avevano avvisati che sarebbe successo se avessero continuato a bere… e loro avevano continuato.

Quel mattino buio ero andato lì per unirmi alle squadre di operai alla giornata che i tizi del collocamento radunavano nei giorni feriali, ma avevo come la sensazione che sarei finito a vivere lì anch’io, un giorno, e osservavo triste e irrequieto il mio futuro intorno a me, tizi dai volti spenti che annuivano come pupazzi, tormentavano le sdruciture dei vestiti a brandelli e si fregavano le labbra con la lingua.

Non conosco la combinazione della dispensa

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di Marco Mantello   Il tempo accelera le commissioni e rende gli uomini più obbedienti nel formulare opinioni sui saldi estivi e il debito, dunque lavoro, per qualche cosa di impersonale e puro che decide, delibera, aiuta a barricarsi nel singolare e a declinarsi al plurale senza alcuna credibile alternativa a un dizionario di fallimenti […]

Rileggendo Shakespeare: intervista a Giovanni Nucci

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Non lasciatevi ingannare dal titolo, suggestivo ma fuorviante. La differenziazione dell’umido. E altre storie politiche di Giovanni Nucci (Italo Svevo Libri) non è un divertissement letterario, né una elucubrazione sterilmente distante della realtà: al contrario, è una delle più lucide letture sulla contemporaneità.

Nell’assordante e vano cianciare degli ultimi mesi, la riflessione che propone Nucci è tra le poche che aiutano veramente a comprendere il presente allucinante che stiamo vivendo. Si tratta di un libro di rara intelligenza, a tratti formidabile. Ripetiamo, il titolo è beffardamente fuorviante: Nucci, in realtà, si produce in una appassionata e urgente dissertazione sull’attualità del Giulio Cesare shakespeariano. La tragedia romana del Bardo si impone, nella ponderata interpretazione di Nucci,  come cruciale chiave di lettura della disperante contemporaneità politica.

Il fuoco dentro “Jesus’ Son” di Denis Johnson

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Nella copertina della nuova traduzione italiana di Jesus’ Son, a cura di Silvia Pareschi, le dita di una mano reggono un fiammifero acceso, sul punto di spegnersi. L’incendio però è già divampato ed è dentro le cento pagine che compongono questa raccolta di racconti spietata e di bellezza accecante, scritta da Denis Johnson all’inizio degli anni Novanta. Troveremo uomini derelitti e donne sbandate, figure ai margini, persone che frequentano i bordi delle città, piccole o grandi città che siano, e violenza e amore, territori che in letteratura abbiamo incrociato altre volte – nella fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr, ad esempio – o che possiamo scorgere tra le pieghe della nostra società, aprendo bene gli occhi. I personaggi di Jesus’ Son sono dentro e sono fuori le loro storie.

Ricordando la poesia di Sylvia Plath e Amelia Rosselli

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L’undici febbraio è una data fatidica per gli amanti della poesia. Una tragica coincidenza (probabilmente ricercata) avvince due delle più alte voci femminili del Novecento: Sylvia Plath e Amelia Rosselli, entrambe morte suicide lo stesso giorno a trentatré anni di distanza (la prima nel 1963, la seconda nel 1996).

Per ricordarle, ho creduto opportuno interpellare due protagoniste della cultura italiana contemporanea: Leonetta Bentivoglio (firma storica di Repubblica, nota anche per i suoi saggi su Pina Bausch e Wim Wenders) e Sonia Bergamasco (attrice e regista teatrale, tra le cui collaborazioni ricordiamo nomi quali Giorgio Strehler, Carmelo Bene, Franco Battiato, Glauco Mauri, Bernardo Bertolucci e Liliana Cavani).

Persone care: l’incanto nei racconti di Vera Giaconi

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Ho finito di leggere Persone care di Vera Giaconi (Sur 2019, traduzione di  Giulia Zavagna) da un paio di settimane e da quando ho chiuso il libro non ho mai smesso di pensarci. Il motivo per cui non ne ho scritto il giorno stesso o quello immediatamente dopo credo vada ricondotto a due sensazioni che mi avevano accompagnato durante la lettura e che non mi abbandonavano, lo stupore e l’ansia.

Avevo bisogno di ritrovare un minimo di razionalità per raccontare i dieci racconti della scrittrice uruguaiana – tradotta in italiano per la prima volta, nel solco del gran lavoro che stanno facendo i tipi di edizioni Sur sulla nuova letteratura sudamericana – anche se mi rendo conto che se avessi twittato “Stupore e ansia, tra le cose che restano dei racconti di Vera Giaconi” qualcuno avrebbe ritwittato, magari un paio sarebbero andati poi a procurarsi il libro, me la sarei cavata con poco.

«Limpida meraviglia e delirante fermento»: 100 anni di Allegria di naufragi

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di Rossella Farnese

Nel 1919 per i tipi di Vallecchi uscì la raccolta ungarettiana Allegria di naufragi, in cui il poeta volle inglobare tutta la propria produzione in versi – in un libro, così, più ampio ma certamente meno unitario del precedente nucleo Il porto sepolto (1916) – dai primi tentativi accolti su «Lacerba» nel 1915 alle prove più recenti comparse sulla «Ronda», con un bilancio ancora provvisorio degli esordi, interessato più a esibire l’intensità del proprio lavoro, quasi per certificare l’ineluttabilità della propria vocazione che non a selezionare i migliori risultati raggiunti. Nelle successive edizioni infatti, già dalla seconda (Preda, Milano, 1931) – quando il titolo venne mutilato e mutato in L’allegria – fino a quella mondadoriana (1942) passando per l’edizione romana (Novissima, 1936), questa raccolta subì un notevole prosciugamento, dagli iniziali 105 componimenti ai definitivi 76, e una sensibile ristrutturazione interna, con la caduta di alcune sezioni tematiche posticce e prive di coesione stilistica.

La sistemazione dell’opera, volta a restituirle maggiore coerenza, organizza le liriche in cinque sezioni cronologiche: le sezioni estreme, Ultime e Prime, inglobano rispettivamente le poesie composte a Milano prima dell’entrata in guerra dell’Italia, uscite su «Lacerba» e licenziate a posteriori con questa etichetta perché considerate le ultime prove del proprio apprendistato poetico, e quelle prose liriche composte tra Parigi e Milano nel 1919 ritenute le prime di un nuovo modo di scrivere che preannuncia la stagione del Sentimento del tempo. Il trittico centrale si apre con Il porto sepolto, che entra quindi nella nuova raccolta come specifica sezione, prosegue con Naufragi, quindici testi composti durante la guerra, e Girovago, cinque poesie uscite nel 1918 sulla rivista bolognese «La raccolta» sul tema del viaggio, del nomadismo del poeta – rielaborazione dell’archetipo romantico del Wanderer‒ e della sorte universale dell’uomo esule.

“Sogni e favole” di Emanuele Trevi

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Questo articolo è uscito su “Il Sole 24 Ore”, che ringraziamo. di Gianluigi Simonetti È proprio vero: per chi oggi ha venti o trent’anni è difficile immaginare quanto fosse sconnessa, alla fine del Novecento, l’esistenza umana. Sconnessa perché dis-connessa, letteralmente scollegata dal flusso delle informazioni digitali; ma anche perché disunita, o meglio unita solo in […]

“Il nuotatore” ovvero l’incoscienza dell’atto creativo: intervista a Emidio Clementi

Il nuovo disco dei Massimo Volume ha una copertina bellissima che mi ha portato alla mente una mostra della fotografa americana Alex Prager vista di recente a Londra e, in particolare, una foto della serie Face in the Crowd in cui è ritratta una spiaggia piena di persone, una delle quali colta mentre fissa l’obiettivo. Non essendo un esperto di fotografia, ho pensato che i Massimo Volume avessero scelto una foto della Prager per la copertina del loro album. La poetica della Prager peraltro si sposa bene con l’immaginario che, da Sam Shepard fino a John Cheever, la band ha sempre frequentato. Leggendo i crediti ho scoperto invece che l’autore dello scatto è Luciano Leonotti, fotografo italiano meno pop ma non meno bravo della Prager. Anche il suo scatto immortala una spiaggia affollata, un insieme di silenziose solitudini mescolate, però, senza l’evidente nota di falsità creata ad arte dalla Prager. Nessuno guarda l’obiettivo, non c’è iperrealismo ma solo realtà.