Un salto nell’abisso. Le lettere a Milena di Franz Kafka

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Corriere della Sera, che ringraziamo.

di Emanuele Trevi

«Se vieni da me, salti nell’abisso», scrive Kafka a Milena il 13 giugno del 1920. Un avvertimento, un ironico invito ? Un tentativo (spesso reiterato) di sedurre respingendo ? Da qualche mese, tra la pensione Ottoburg di Merano, dove lo scrittore cerca di combattere il decorso della tubercolosi, e la casa viennese di Milena Jesenská scorre un fiume in piena di lettere, cartoline, telegrammi. Si erano conosciuti fugacemente in un caffè di Praga, la primavera precedente, quando Milena aveva iniziato a tradurre in ceco alcuni racconti di Kafka. Per lui, di madrelingua tedesca, si tratta della lingua di un «popolo», scarsamente frequentato e compreso. E senza dubbio, le traduzioni che Milena pubblica dei suoi scritti gli rivelano possibilità sorprendenti, inespresse. Come la prova che qualcuno, nel mondo, vede le stesse cose. Un fatto che per lui, che si sente l’uomo più solo del mondo, ha la natura del sovrannaturale. Soprattutto, Kafka ha la sensazione, di lancinante intensità, di aver trovato, lui che è «colpevole di tutto», una donna che lo capisce, e non lo accusa di nulla.

Nel cuore del conflitto in Irlanda del Nord. “Milkman” di Anna Burns

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Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

La vita di Anna Burns, classe 1962, prima autrice nordirlandese ad aggiudicarsi nell’ultima edizione il prestigioso Man Booker Prize, non è stata semplice, ma non ha mai tradito la scrittura. Nata ad Ardoyne, quartiere situato nel nord di Belfast, in una famiglia cattolica della working class, Burns ha affrontato col coraggio della letteratura la propria realtà complessa fino alla consacrazione internazionale del romanzo Milkman, che finora ha venduto cinquecentomila copie.

Dopo il premio letterario anglosassone più importante, il libro ha ottenuto l’Orwell Prize for political fiction e negli Stati Uniti il National Book Critics Circle Award. Con una scelta saggia, il titolo non cambierà nella versione italiana, che dal 20 settembre sarà in libreria. L’opera è tradotta da Elvira Grassi per la casa editrice Keller.

“I ragazzi della Nickel”, l’America razzista raccontata da Colson Whitehead

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di Eugenio Giannetta

«Il mondo è razzista e sessista. Ci odiamo con gli altri per ragioni diverse. Io ad esempio ho l’aria di un secchione, ma anche io sono stato fermato e interrogato dalla polizia». Anche lui, sì. Colson Whitehead, lo scrittore “indagatore d’America”, come è spesso definito. Tra i più importanti autori contemporanei degli Stati Uniti. Lui che a luglio scorso era sulla copertina del Time Magazine in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo: I ragazzi della Nickel (Mondadori).

Il suo libro esce a distanza di quattrocento anni dall’avvistamento della prima nave schiavista sulle coste degli Stati Uniti, e catapulta nelle zone più buie e oscure del razzismo, caricandosi il passato sulle spalle, per portare il lettore in un presente imbarazzante.

Il luogo in cui è ambientato è realmente esistito. Siamo nel 1963, il movimento per i diritti civili sta prendendo piede. Ci sono in vigore le Jim Crow Laws, ovvero le leggi di segregazione razziale.

Il destino di animali e uomini nel Vecchio e il mare di Hemingway

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero di Confronti, dedicato agli animali e al rapporto tra uomo e animale.

Pochi giorni fa, un’amica mi ha chiesto di accompagnarla in una pasticceria per cani. Lì per lì sono rimasto spaesato, quasi afono, e ho finito per seguirla. Ma, mentre i clienti giravano per il locale con i rispettivi cagnolini in braccio per evitare che si sporcassero le zampette offrendo loro scintillanti gelati, le ho detto con chiarezza che mi pareva il sintomo di un mondo malato. “E quale sarebbe un rapporto sano con gli animali?” ha domandato lei “forse quello che piace tanto a te? il torero che uccide il toro?”. Esatto. Nel momento in cui il torero si confronta con il toro per l’ultima volta, prima di dargli la morte, ossia in quello che è chiamato “momento della verità”, risiede oggi ancora uno spiraglio per guardare a una relazione alta dell’essere umano con gli animali e con se stesso.

Memorie dall’esilio. “Impalcature” di Mario Benedetti

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Le dittature non finiscono con la destituzione dei dittatori, lasciano strascichi, ferite insanabili, dolori che non se ne andranno. Rimangono nelle memorie, di chi ne è stato vittima, gli atti, le torture, le fughe, le distruzioni, i morti, i cari morti, i figli, gli amici, le persone amate perdute. Le dittature prima o poi finiscono ma non se ne vanno, perché hanno intaccato un nucleo, perché hanno cucito del filo spinato sul cuore dei sopravvissuti, perché il cuore lo hanno strappato dal petto dei morti, anche prima di ammazzarli.

Le dittature non se ne vanno mai del tutto, perché il segno rimane anche sotto la pelle degli esiliati, di chi è riuscito a scappare in tempo. Il segno rimane, che torni o meno, che torni una volta sola o che torni molte volte. Anche i ritorni, come le dittature, tendono a non finire. Le dittature in Sudamerica sono state diverse, alcune di queste sono molto vicine a noi nel tempo. Sono appena accadute e mettono ancora i brividi. La dittatura di Videla in Argentina, quella di Pinochet in Cile, e i dodici anni di dittatura in Uruguay. Di quest’ultima, di un ritorno a casa dopo la sua fine, parla il bellissimo Impalcature di Mario Benedetti (nottetempo 2019, trad. di Maria Niola).

120 anni fa, Jorge Luis Borges

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Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

“Sourtout, pas de zèle”. In occasioni come questa, in cui si celebra il centoventesimo anniversario della nascita di un mostro sacro come Jorge Luis Borges, l’ammonimento di Talleyrand andrebbe raccomandato con forza agli addetti alla manutenzione del mito, spesso inclini a esagerare con il fervore apologetico. Così, anche considerando che lo scrittore argentino non fu del tutto estraneo alla propria museificazione, in fondo quasi un inevitabile contrappasso per chi concepiva l’universo sotto forma di una biblioteca, ci piace iniziare la sua commemorazione  citando i suoi detrattori più illustri e pervicaci.

Tra alberi e letteratura: intervista a Richard Powers

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

È difficile riparare le cose e in alcuni casi sono perse per sempre, ricorda lo scrittore statunitense Richard Powers, insignito del Premio Pulitzer per la narrativa, raccontando nel romanzo Il sussurro del mondo (La nave di Teseo, 672 pagine, 22 euro, traduzione di Licia Vighi) le profonde connessioni tra le persone e gli alberi.

I personaggi del romanzo di Powers sono disposti a mettere in pericolo le proprie vite, per salvare il 2% delle foreste nordamericane vergini che ci rimangono. Essi hanno compreso le conseguenze del disboscamento di foreste antiche e della scomparsa di un’ecosistema complesso, denso e così interconnesso.

La rivoluzione solitaria di una bambina degli anni Sessanta. Il capolavoro dimenticato del Salinger canadese

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21 agosto 2017. Réjean Ducharme muore a Montréal. A sei mesi dalla sua scomparsa La Nuova Frontiera pubblica il romanzo che nel 1966 lo consacrò come autore di spicco nel panorama della letteratura canadese in lingua francese. Inghiottita ripercorre, dalla prospettiva della protagonista Bérénice Einberg, il percorso emotivo di una bambina di nove anni seguita sino all’adolescenza, tra stravolgimenti famigliari che determineranno l’allontanamento dall’isola in cui è nata per vivere prima a New York, poi in Israele.

Il doppio sogno di Arthur Schnitzler

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di Virginia Fattori

Arthur Schnitzler abbozza Doppio sogno, traduzione ultima del titolo originale Traumnovelle, nel 1907 per iniziare a scriverlo compiutamente tra il 1921 e 1925, infine, Fridolin e Albertine verranno presentati al pubblico per la prima volta dalla casa editrice S. Fischer Verlag nel 1926. In questo romanzo l’autore affronta il percorso della psiche umana tra le contraddizioni sociali e i doveri morali dell’individuo della prima metà del Novecento. La storia dei due protagonisti svela  le ombre e le trasgressioni autobiografiche di Schnitzler, prima studente di medicina, poi professionista laringoiatra che già dall’età di diciassette anni annotava su un diario le sue passionali storie sessuali.

Unknown Pleasures, quarant’anni dopo

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Per celebrare i quarant’anni di Unkown Pleasure, pubblichiamo un capitolo del libro Joy Division. BrokenHeart Romance, uscito per Arcana.

di Marco Di Marco

“Quelle ore inaccessibili e torturanti durante le quali
lei avrebbe gustato piaceri sconosciuti, ecco che,
per una breccia insperata, anche noi vi penetriamo”
Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

Quando i Joy Division entrano negli Strawberry Studios di Stockport, nell’aprile del ’79, le premesse ci sono tutte: una gavetta veloce ma intensa, l’attesa della critica, il favore della nicchia di pubblico conquistata nei concerti in quasi due anni di attività, un manage riperattivo come Rob Gretton.