Creare è togliere: intervista a Amélie Nothomb

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di Matteo Cavezzali

Amélie Nothomb è una donna di poche parole. Scrittrice di culto da milioni di copie vendute in tutto il mondo, vive senza alcuna tecnologia. Non ha cellulare, non ha computer. Farle un’intervista a distanza non è cosa semplice. Le domande vengono stampate, consegnatele a mano, e le risposte arrivano scritte a penna, con una calligrafia elegante e spigolosa. Non sono molti gli autori che usano scrivere i loro libri a mano, lettera dopo lettera, come gli antichi amanuensi, ma anche come ognuno di noi ha imparato a fare a scuola. Con pazienza. Sulla pagina di bianca ogni errore è un segno indelebile, ogni correzione una cicatrice. Forse in questo è debitrice a Giappone, dove è cresciuta, in cui la calligrafia è un’arte al pari della pittura. Con un tratto di penna prendono vita i romanzi di Amélie Nothomb e allo stesso modo ha preso il via la nostra conversazione, che anticipa la sua presenza – per la prima volta a Ravenna – per l’anteprima di ScrittuRa festival/Il Tempo Ritrovato il 29 febbraio alle 10 a Palazzo dei Congressi (la sala della Biblioteca Classense pensata inizialmente si è rivelata non abbastanza capiente viste le moltissime lettere che abbiamo ricevuto di persone che verranno a sentirla da diverse città d’Italia).

Nero, il gatto di Parigi: una favola di Osvaldo Soriano

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«Fu come se all’improvviso fossimo diventati due gatti e una sola paura.»

Ieri sera ho passato una splendida ora tra le pagine del racconto Nero, il gatto di Parigi, di Osvaldo Soriano, una favola, una storia per ragazzi, pubblicata per la prima volta in Italia da Liberaria editrice, con la traduzione (sempre perfetta) di Ilide Carmignani e le illustrazioni meravigliose di Vincenza Peschechera.

Quando ami un autore non lo consideri mai morto, anche se lo è o, prima o poi, lo sarà. Lo scrittore amato, il grande scrittore, rimane sempre vivo per i capolavori che ci ha lasciato. Romanzi, racconti, poesie che stanno sui nostri scaffali in bella mostra, nell’ordine che per loro abbiamo scelto, pronti a essere riletti qualche volta, a distanza di qualche anno tra una lettura e un’altra. Ogni volta troveremo una cosa nuova, ogni volta ci stupiremo e diremo cose come “Che bellezza”; e ci appunteremo un passaggio nuovo, e troveremo un nuovo (o diverso) significato.

Sull’editoria di poesia contemporanea – #4: Franco Buffoni

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Ed ecco la quarta puntata dell’inchiesta sulla poesia contemporanea in Italia curata da Francesca Sante. Le interviste precedenti sono qui: la prima, la seconda, la terza.

Franco Buffoni è qui interpellato non come poeta, né come traduttore, né in qualità di critico, ma in un’ulteriore sfaccettatura della sua figura intellettuale, quella forse meno approfondita al momento, per quanto da sempre presente: ovvero nel suo ruolo di editor di collane di poesia e dunque di operatore culturale della poesia. Una qualità che deriva probabilmente dal suo essere mediatore culturale tra le lingue, dunque traduttore. Esemplare da questo punto di vista è l’antologia da lei curata, Italian Contemporary Poets, che lei ha voluto e curato in inglese, e che è un tipo di testo diretto e pensato più che per il pubblico di lettori di poesia per l’ambiente dell’ambasciata, dell’Istituto Italiano di Cultura e della fiera del libro, con la quale si vogliono far conoscere le varie voci italiane a un possibile mercato estero. Lei ha anche curato antologie di poeti italiani tradotte in russo, cinese, spagnolo, arabo, ebraico,per volontà del Ministero dei Beni Culturali in accordo con il Ministero degli Esteri. Qual è il senso del suo impegno come operatore culturale all’interno del mercato della poesia? Cosa ha fatto sì che intraprendesse questo ruolo?

Questo tipo di ruolo è venuto da sé, in seguito a mosse precedenti. Quindi il fatto di essere poeta, un accademico, il fatto di avere sempre frequentato come donatore di idee la piccola, la media, la grande editoria, questo ha fatto sì che in età abbastanza giovane io abbia cominciato con l’esperienza dei Quaderni di Poesia Italiana Contemporanea che risalgono ormai ai primi anni ’90 e poi appunto alla curatela di antologie sempre mirate a un target specifico; lei ha ricordato quelle appunto in portoghese, cinese.

I mille dribbling del favoloso Arpino

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la postfazione di Darwin Pastorin al romanzo Domingo il favoloso di Giovanni Arpino, ripubblicato da minimum fax.

di Darwin Pastorin

«Avevi ragione, oggi so stare all’ombra del grande albero che sei. Tu corri inventa cerca cambia tempesta ma torna a trovarmi, un giorno, io sono sempre qui, Domingo».

Le parole di Angela, la fidanzata di Domingo, chiudono alla perfezione questo libro di Giovanni Arpino, un romanzo tra i più scintillanti, misteriosi e innovativi (nel linguaggio, ad esempio) del Novecento. Angela sa di poter «vedere» ancora l’uomo amato (così difficile da seguire e comprendere, ma un autentico gigante nel suo attraversare la vita da picaro astuto e sentimentale) in ogni anfratto di case piante nuvole. Così come Domingo sapeva intravedere Arianna, la zingara giovane e malata e sognante, «nell’occhio del colombo» o «nella fontana di piazza Solferino».

Woodstock senza ritorno. Herlihy e la stagione della strega

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Siamo i primi figli della più bella stagione che avremmo potuto vivere, gli eredi nostalgici di un passato appena trascorso, sognato e immaginato come quando si guarda al futuro: Un passato accaduto alle nostre spalle che dovremmo ringraziare e mantenere un poco in vita senza sperperarlo, molti dei privilegi che appartengono al nostro tempo ci arrivano per gentile concessione di ciò che è capitato tra la seconda metà degli anni sessanta e buona parte degli anni settanta. Se per qualche istante ci siamo sentiti liberi è grazie a qualcuno che ha vissuto quei giorni. Siamo debitori di ogni cosa, dei jeans stinti che abbiamo indossato, delle barbe incolte, dei capelli lunghi, delle giacche consumate, del sesso libero (aspetto al quale abbiamo rinunciato alla velocità della luce in nome di qualche tipo di morale), delle canne che abbiamo fumato, di tanta musica meravigliosa che ancora ascoltiamo.

Mercé Rodoreda e il profumo delle camelie

Inizia questo pomeriggio a Book Pride (alle ore 18 in sala Doris Lessing, interverranno Viola Di Grado e Elena Stancanelli) il ciclo di nove dialoghi dedicati alla scrittrice catalana Mercé Rodoreda, autrice di romanzi, militante antifascista, scomparsa trent’anni fa. Gli incontri si terranno in diversi festival letterari italiani e sono curati da La nuova frontiera in collaborazione con l’Institut Ramon Llull; la direzione artistica è di Chiara Valerio. Di seguito vi proponiamo l’incipit del romanzo Via delle Camelie, al centro dell’incontro di oggi.

di Mercé Rodoreda (traduzione di Giuseppe Tavani)

Mi lasciarono in via delle Camelie, vicino al cancello di un giardino, e il vigilante mi trovò la mattina dopo. I signori di quella casa volevano tenermi, ma lì per lì non sapevano che fare: se prendermi o affidarmi alle monache. Li conquistai con il mio modo di ridere, e dato che erano anziani e non avevano figli mi raccolsero. Una vicina disse che forse mio padre era un delinquente e che prendersi una creatura sconosciuta era una bella responsabilità.

Goffredo Parise e le coppole rosse

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di Dario Borso

Nel corso degli anni 70 e oltre il Corriere della sera ospitò tre commentatori politici d’eccezione: Pasolini, Calvino, Parise. Politici nel senso che a mo’ di sismografi sapevano intercettare, ciascuno a modo suo, i sommovimenti del costume, ovvero l’etica.

Possono dirci ancora qualcosa? Secondo me sì. E in ogni caso spero che il lettore mi sarà grato se riesumo un articolo parisiano del 23 febbraio 1983, mai più ristampato, recante a titolo: DAI PRODOTTI FURTICIDI ALLE POESIE DI CUTOLO.

In un negozio di ferramenta e casalinghi a Roma ho visto esposto un prodotto dal nome: “furticida”. Si tratta di una catena d’acciaio foderata di nylon blu, con lucchetto, pesantissima, confezionata dentro una scatola. Ne avevo già viste in vendita, ma si trattava di prodotti provvisori, fatti all’uopo e artigianalmente, a metraggio. Qui si tratta invece di un prodotto industriale, inscatolato, brevettato. Mi ha condotto a varie riflessioni di cui la più interessante è questa.

Very holy – un estratto da “I fratelli Michelangelo”

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  (È uscito in questi giorni per Mondadori I fratelli Michelangelo, nuovo romanzo di Vanni Santoni. Ne pubblichiamo un estratto dalla terza parte, su gentile concessione dell’editore.) * * * – Che tipo è, dimmi un po’, Ramesh, questo J.J. Gurgaya. Tu hai fatto degli shoot per loro, no? – Però, – si intromette Carletto, […]

Venticinque anni senza Bukowski

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Il 9 marzo 1994 moriva Charles Bukowski. Lo ricordiamo la prefazione di Christian Raimo a Birra, fagioli, crackers e sigarette, il secondo volume dell’epistolario di Bukowski uscito per minimum fax nel 2001.

Il rapporto di Bukowski con la letteratura è quello di un autoctono. Il suo talento è così esageratamente e fastidiosamente esplosivo, naturale, che il suo percorso si sviluppa per certi versi all’opposto delle usuali parabole biografiche degli scrittori. Bu­kowski non sembra essere “arrivato” alla letteratura, ma essercisi “trovato”. La sua posizione quindi rispetto a tutto quello che è la scena letteraria è la stessa di un figlio ribelle ed ergo rinnegato (quanti ancora storcono il naso quando si parla di Bukowski come di un grande scrittore…), capace di svelarci quali sono le dinamiche famigliari, come funzionano sia i comportamenti di facciata che le beghe interne, sia la “sovrastruttura” della letteratura (editoria, industria culturale, eccetera) che la “struttura” (i meccanismi della narrazione, della poesia, eccetera). Perché è vero che, nonostante (o proprio per mezzo di) questa apparente a-letterarietà di Bukowski, noi nei suoi libri arriviamo a interrogarci (e risponderci) in molti modi su questioni del tipo “che cos’è che trasforma un testo scritto in un testo letterario?” E se è naturale che siano proprio quelle pagine originariamente non destinate alla pubblicazione, come i diari e le lettere degli scrittori, a fornire il campione migliore per analizzare il tessuto del testo, il caso di Bukowski può rivelarsi ancora più esemplare proprio per l’assoluta trasparenza, la sfacciataggine con cui il vecchio Hank sa gettarsi tra le braccia del lettore. La domanda di partenza insomma è questa: un brano di un diario o una lettera privata di uno scrittore è semplicemente una interessante testimonianza scritta (vai al punto 2) o può essere anche letteratura (vai al punto 5)?

Contro la normalizzazione dell’insolito. Sulle orme di Robert Walser

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di Alice Pisu

Natale 1956, Herisau, Svizzera orientale. Una foto immortala il corpo disteso sulla neve di Robert Walser. Sono i suoi utimi passi verso il bianco, dopo oltre vent’anni “inchiodato dai suoi doveri quotidiani” nella casa di cura dell’Appenzell Ausserrhoden. Quello trascorso prima a Waldau poi a Herisau, è un tempo segnato dalla totale chiusura nel silenzio e dall’abbandono della scrittura in mancanza della condizione fondamentale di libertà per esprimerla. L’autore de I fratelli Tanner amato da Musil e Kafka, sarà conosciuto in Italia solo dal 1961, con l’uscita di Una cena elegante, a cura di Aloisio Rendi, a cui sarebbe seguito L’assistente e quasi dieci anni dopo Jakob von Gunten, La passeggiata, I temi di Fritz Kocher.

Tra la vasta produzione in ricordo dello scrittore svizzero, dai ritratti di Winfried Georg Sebald in Soggiorno in una casa di campagna, alle riflessioni di Walter Benjamin sino alle Passeggiate con Robert Walser di Carl Seeling e agli appunti di Elias Canetti in Un regno di matite, spicca l’omaggio di Paolo Miorandi, Verso il bianco, Exorma, come contributo significativo nel riconsegnare centralità a uno dei massimi autori in lingua tedesca del Novecento, rimasto a lungo in ombra.  Un viaggio sulle orme di Walser che parte proprio dalle tracce sulla neve: gli ultimi sette passi richiamati, anche nella struttura, da sette capitoli che non si limitano a dare forma a un omaggio, ma intendono porsi come l’esito di un’esplorazione anzitutto fisica dei luoghi di Walser, oltre che letteraria, nel fitto tessuto reso nella sovrapposizione della voce dell’autore-guida con quella di quanti, da Peter Bichsel a Fleur Jaeggy, avrebbero contribuito a ricordarlo.