Leggere “I baffi” di Emmanuel Carrère mentre il mondo sta crollando

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Leggere I baffi di Emmanuel Carrère mentre il mondo sta crollando. Anzi, peggio: cominciare a leggerlo una sera come tante e voltare pagina verso una doppia rivoluzione: quella del protagonista, che ti aspettavi, e la tua, anticipata da sinossi in altre lingue e più volte ignorata. Alla prima arrivi con un languore familiare al lettore e all’autolesionista, costretto da una scrittura abilissima, sia cortese che crudele. Per la seconda, invece,devi prenderti la colpa. Non puoi sospirare “Ah, la letteratura!”, no: dovevi guardare fuori, demolire la leggenda dei tuoi tempi immuni dalla catastrofe, apparentemente impossibili da incrinare,e pensarlo: «Quella spedizione da Zara Home per la tovaglia antimacchia, be’, dovevo godermela di più».

Dentro “Casa di foglie”, il libro-matrioska di Mark Z. Danielewski

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Pubblichiamo uno speciale in due parti dedicato a Casa di foglie, il romanzo di culto di Mark D. Zanielewski, a cura di Leonardo G. Luccone. In questa prima sezione pubblichiamo un articolo apparso originariamente su Repubblica e qui pubblicato in una versione molto più estesa.

di Leonardo G. Luccone

«Fin dall’apertura della Versione di Navidson siamo catapultati in un labirinto: seguiamo il percorso tortuoso tracciato sulla celluloide, spiamo il fotogramma successivo sperando di intravedere una soluzione, un centro, un senso di completezza, solo per svelare l’ennesima sequenza che conduce in una direzione completamente diversa, a un discorso in continua evoluzione, alla promessa di una scoperta che per tutto il tempo non ha fatto che dissolversi in caotiche ambiguità troppo fumose per poter essere comprese a fondo».

Cosa si prova a perdersi nella propria casa, dopo aver percorso un corridoio che non c’era e aver svoltato prima a destra poi a sinistra in passaggi che sembrano infiniti?

Piccolo discorso sul mal contagioso

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Photo by Sharon McCutcheon on Unsplash

Domenica 8 marzo la trasmissione La lingua batte di Rai Radio 3 mi ha chiesto un’intervista partendo da una vecchia ricerca che avevo pubblicato su una rivista di storia contemporanea, Per una cosmografia della peste. Appunti sulla storia di una metafora nel romanzo del secondo Novecento. Ho cercato di sintetizzare in questo modo quella lontana riflessione tornata purtroppo attuale per l’emergenza in corso.

Se si potesse redigere una storia della metafora, un lungo capitolo andrebbe sicuramente dedicato a tutte le epidemie che hanno attraversato la letteratura universale. La peste è senz’altro la più importante, e in ogni tempo ha avuto il suo cronista: Tucidide, Boccaccio, Manzoni. Ma il mal contagioso si riaffacciò prepotentemente negli atlanti letterari anche alla fine della seconda guerra mondiale, per non sparirne più.

È a questo campo semantico e all’antico parallelo tra pestilenza e funzione stessa del narrare (nel Decamerone fa da cornice), che si può ascrivere anche la paura generata dal coronavirus: indagarne analogie, esempi e cause potrebbe aiutarci a capire molte ragioni del suo dilagare.

Desidero di inventare i luoghi dove vivo

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Forma che così pura t’arrotondi,
là dalla pura falce delle reni,
e nella man che ti ricerca abbondi
avanzando in tua copia tutti i seni,
la parabola io solva della Cruna
e del Cammello, o specie della Luna!

Questi versi, che nel 1927 Gabriele d’Annunzio dedicò al fondoschiena di Elena Sangro, non sono solamente l’indizio di un amore appassionato, audace ed eminentemente carnale, ma anche la testimonianza di un animo perennemente stregato dalla forma, dall’aspetto puramente materiale della realtà, dalla commovente esattezza dei contorni che impongono la bellezza sulla grigia indistinzione. È ciò che la critica tradizionale definisce – in maniera un po’ semplicistica – «estetismo dannunziano», ovvero l’esaltazione della forma come valore assoluto, criterio fondamentale di valutazione dell’esperienza, riferimento non soltanto artistico, ma anche etico ed esistenziale.

Being Amelia Gray

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Pubblichiamo un dialogo tra Amelia Gray, scrittrice e sceneggiatrice americana, autrice della raccolta di racconti Viscere (uscita per Pidgin edizioni) e Paolo Latini del blog Americanorum, dedicato alla narrativa statunitense. (credit photo to Meiko Takechi Arquillos)

Hai iniziato con la flash fiction su Am/Pm. Ora ci sono siti dedicati alla flash fiction (Fast and Deadly, SmokeLong Quarterly), il New Yorker ha (o aveva) una sezione dedicata alla flash fiction, c’è un’antologia, Hint Fiction, che raccoglie flash-fiction, microfiction, dribble, drabble e altro di autori anche famosi (tra i quali Joyce Carol Oates, con una flashfiction che ha per titolo “Il primo anno della vedova” e che recita “Sono rimasta viva,” che per me è puro genio). Pensi che la flash fiction possa guadagnare un po’ di attenzione? O è destinata a restare un interesse di nicchia?

Sai, per uno scrittore non è una brutta cosa essere al riparo e al sicuro dai problemi che si manifestano nel momento in cui si tratta di guadagnare denaro.

Space Opera, sopravvissuti e senzienti

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di Alberta Aureli Se l’universo pullula di alieni, dove sono finiti tutti quanti? Così nel 1950 il paradosso di Enrico Fermi escludeva la possibile presenza di vite aliene all’essere umano nell’universo. E se da un lato la logica schiacciante del se ci sono, dove sono ha messo in pace molti, molti altri non riescono a […]

Mettere in pausa la realtà. Microfictions di Régis Jauffret

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“Tutto cominciò come un giorno normale solidamente aggrappato alla realtà”.

Con Microfictions (traduzione di Tommaso Gurrieri, pp. 1018, € 25, 2019, Edizioni Clichy), Régis Jauffret esplora il campionario umano attraverso un costante rinnovamento della rappresentazione del mondo fisico contemporaneo e della realtà sensibile, mettendo in scena atti brevi in cui rendere il dolore attraverso il paradosso, l’assurdo, il caricaturale. Definito un’opera-monstre, tradotto in dodici lingue e insignito del Prix Goncourt del racconto, Microfictions rappresenta l’esito più alto di un percorso d’indagine sull’umano intrapreso già nelle prime opere, dall’esordio nel 1985 con Seule au milieu d’elle, sino al primo successo con l’uscita nel 1998, di Histoire d’amour, e a narrazioni insignite di riconoscimenti significativi come il Prix Décembre per Univers, univers o il Prix Fémina per Asiles de fous, che avrebbero consacrato Jauffret come uno degli esponenti di maggior rilievo della letteratura francese contemporanea.

Parlar figurato: santi che muoiono male e altre figure retoriche

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di Valentina Manganaro

Non esiste la versione definitiva di Google. Scrivere è riscrivere. Il tutto vale anche per colossi della letteratura come l’Orlando Furioso: nel febbraio di 499 anni fa vedeva la luce la sua seconda versione. Per meglio dire, edizione. Nemmeno l’ultima, a essere sinceri: quella che ha traumatizzato me, per esempio, è la numero tre; quella che si studia nelle scuole e nelle università.

«Vorrei proporle un gioco, visto che studia Storia dell’arte. Le va?»

Primo anno della Triennale, sede d’esame di Letteratura italiana: a questa domanda, una studentessa (la sottoscritta) sentì confermati tutti gli incubi che l’ansia pre-esame potesse congetturare.

Cime tempestose tradotto da Monica Pareschi: la nuova vita di un classico

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Da poco più di un mese è possibile rileggere Cime tempestose di Emily Brontë nella nuova traduzione che Einaudi ha affidato a Monica Pareschi (che peraltro scrive, oltre a tradurre), sulla scia, forse, dell’idea sottesa alla loro stessa collana “Scrittori tradotti da scrittori”, chiusa nel 2000, in cui a cimentarsi erano Pavese, Natalia Ginzburg, Eco, Palazzeschi e tanti altri notissimi.

Ce lo ripetiamo di continuo: quello che rende un classico tale è il fatto di essere immortale, di parlare a lettori di epoche diverse, e a uno stesso lettore nel corso della vita, permettendogli di cogliere ogni volta punti di vista, se non quasi fatti veri e propri, nuovi. È come se il libro fosse in grado di adattarsi, o contenesse, inespressi, germi di futuro.

L’apertura al cambiamento e la violazione dell’intimità nella Sposa liberata di Abraham B. Yehoshua

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Nel quarto capitolo della Sposa liberata, al centro esatto del romanzo più bello e più compiuto di Abraham B. Yehoshua, l’autore israeliano pone una lunga lettera d’amore. È la lettera che Ofer, il figlio maggiore del professor Rivlin – ovvero il protagonista del libro –, scrive a Galia, la sua ex-moglie. In realtà, la lettera è lunga non più di mezza paginetta, e il resto del capitolo consiste in un interminabile post-scriptum che contiene una vera e propria teoria dell’amore. La cosa particolare è che – stando a quanto rivela lo stesso Ofer – la lettera non sarà mai spedita. Anzi, mentre la sta scrivendo, il suo autore ci rivela che – alla fine della sua stesura – essa sarà cancellata tramite la pressione di un semplice tasto del computer.