L’alfabeto di fuoco. Ben Marcus e l’immaginazione radioattiva

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

C’è un’epidemia di linguaggio tossico, l’umanità si sta ammalando di parole. Sembra una di quelle idee irresistibili per un prodotto commerciale: una serie young adult, un film dell’orrore. Portatori sani della malattia sono bambini e ragazzi; se loro parlano, gli adulti si ammalano e muoiono. La storia è raccontata dal punto di vista di un padre di famiglia: ascoltando la voce radioattiva della figlia adolescente (“con periodo di dimezzamento significativo”) “si provava un immediato senso di repulsione”. I sintomi di padre e madre sono: letargia, “quel formicolio a gambe e braccia che ci faceva trascinare i corpi come sacchi”, la “schiena ricoperta di chiazze rosse”. Prima o poi si moriva, e “le vittime erano prosciugate, prive di sali”.

Nuova fantascienza cinese: il realismo aumentato di Xia Jia

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Simone Pieranni

Xia Jia, nome d’arte di Wang Yao, classe 1984, è una delle scrittrici della new wave fantascientifica cinese che più mischia generi e stile letterari. Le sue opere diventano così ibride, uscendo dal mondo della sci-fi classica per approdare a una vera e propria letteratura di difficile classificazione. Come scrive lei stessa in una «storia della fantascienza cinese» a margine della raccolta di racconti Invisible Planets, i cinesi conobbero la fantascienza, attraverso la sua produzione occidentale, figlia del capitalismo. Da allora il tentativo della Cina è stato quello di utilizzare il genere prima per celebrare il socialismo e i suoi successi, infine oggi, per descrivere in modo più complesso la società cinese contemporanea, uscendo dunque dalle maglie di un uso troppo «propagandistico» del genere.

La presenza dei bambini. Su “Repubblica luminosa” di Andrés Barba

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Questo pezzo è uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Apparire, scomparire. Sono i nodi fondamentali della fiaba, il momento improvviso in cui il mistero si concentra e lo stupore esplode, il fenomeno che dà luogo alla rivelazione e all’incanto. Perché se ciò che non c’era si manifesta, o se ciò che c’era di colpo si dilegua, a imporsi è il trauma, meraviglia e sgomento insieme. Un troppo vuoto o un incredibilmente pieno che farà da motore di un’intera storia. È il presupposto di narrazioni letterarie e cinematografiche che vanno da L’avventura di Antonioni a Il dolce domani di Russell Banks, passando per Il villaggio dei dannati di WolfRilla (e poi di John Carpenter) e Picnic a Hanging Rock (tanto il film di Peter Weir del 1975 quanto la recentissima miniserie televisiva, sempre a partire dal romanzo di Joan Lindsay), ed è il presupposto di Repubblica luminosa, il nuovo romanzo dello scrittore madrileno Andrés Barba (La nave di Teseo, traduzione di Pino Cacucci).

La letteratura americana dopo David Foster Wallace

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Negli anni Duemila per un paio di generazioni di lettori Wallace rappresentò un ideale: mente onnivora, cultura alta e bassa a braccetto, virtuosismi formali e lessicali e una morale solida ai limiti della pedagogia. DFW è ancora molto letto, ma dopo la sua scomparsa dove è andata la letteratura dei suoi coetanei e della generazione successiva?

Jonathan Franzen, l’universo puro e incontaminato delle storie

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Quando per la prima volta iniziai a leggere Purity era il settembre del 2015. Io mi ero appena trasferito a Stoccarda e il libro era uscito in inglese proprio in quei giorni. Lo scaricai sul Kobo per una cifra che a me sembrò folle e cominciai a leggerlo sulla U-Bahn, nel tragitto di quarantacinque minuti da casa verso il lavoro e dall’ufficio verso casa.

Avevo divorato avidamente Le correzioni e Libertà, e mi aspettavo grandi cose da questo nuovo romanzo di Jonathan Franzen.

Sulle tracce di Ulisse

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Non soffia il meltemi, quest’estate, nell’Egeo. Strano, strano, molto strano – ripetono i vecchi seduti lungo le mura ombrose delle taverne, alzando le sopracciglia a ostentare un senso di ignoranza e impotenza. Pochi giorni fa a Naxos addirittura pioveva. Una pioggia fugace ma del tutto fuori dall’ordinario. I turisti che si dicono fortunati ignorano un fatto dalla duplice conseguenza. Il meltemi è un vento di bel tempo, non alza il mare, favorisce la navigazione e fu grazie a esso secondo molti studiosi che si svilupparono i commerci e gli scambi culturali su cui ebbe origine la civiltà greca.

Ceronetti “Fedele d’Amore”. La presenza della Tradizione Occidentale nelle sue opere

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Ricordiamo Guido Ceronetti con un intervento di Daniele Capuano, uno dei più assidui frequentatori dell’opera ceronettiana, tenuto durante una conferenza celebrativa dei 90 anni dell’autore, organizzata dal cenacolo culturale PerìArχôn. L’intervento si sofferma sul suo ruolo di “maestro del ‘900” e sulla sua profonda connessione con la spiritualità del movimento eretico dei Catari, confermata dalla richiesta dello scrittore di ricevere in punto di morte il loro sacramento.

di Daniele Capuano

È fin troppo facile dire che Ceronetti è l’unico vero cataro della letteratura italiana contemporanea. Ma è bene intenderlo come una affiliazione religiosa in senso proprio, non come una timida e insostanziale simpatia o una generica congenialità.

La felicità è un maiale morto sul Müggelsee

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di Marco Mantello   “Vagano per decenni sulle distese di ghiaccio della noia e dell’abitudine e intanto si odiano, si odiano perché uno dei due è più distinto dell’altro, perché ha ricevuto un’educazione più raffinata e tiene il coltello e la forchetta in maniera più elegante, o perché ha conservato lo spirito di casa inculcatogli […]

Giorgio Scerbanenco tra rosa e nero

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Questo pezzo è uscito su Alias, che ringraziamo.

Il destino di Giorgio Scerbanenco ha qualcosa di paradossale. Da un lato i suoi romanzi noir sono sempre più letti e ristampati, dall’altro permane tuttora un ostinato pregiudizio critico sul suo conto, che lo esclude da ogni canone accademico. Con buone ragioni molti hanno paragonato il caso Scerbanenco a Simenon; tuttavia, se i romanzi di quest’ultimo figurano ormai tra i classici della Pléiade, quelli di Scerbanenco non sono mai sostanzialmente usciti dagli effimeri scaffali della letteratura di genere. Per non parlare della fortuna critica: i saggi su Scerbanenco sono pochi e, salvo rare eccezioni, di modesta qualità.

Scrivere per dimenticarsi. Quando conobbi Borges

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo.

Tanti anni fa, quando le terze pagine stavano dove dicevano di essere, io mi fidavo della letteratura. La sera aspettavo con trepidazione che mio padre rincasasse dall’ufficio col Corriere, e dopo cena m’immergevo nella lettura della pagina culturale. Gli articoli che preferivo erano quelli più netti, che stroncavano o lodavano un libro con decisione, e fu grazie a uno di questi che inciampai in Jorge Luis Borges. Erano i primi di ottobre, la vigilia del premio Nobel, e il giornale aveva raccolto dei pronostici riguardo al possibile vincitore.