«Limpida meraviglia e delirante fermento»: 100 anni di Allegria di naufragi

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di Rossella Farnese

Nel 1919 per i tipi di Vallecchi uscì la raccolta ungarettiana Allegria di naufragi, in cui il poeta volle inglobare tutta la propria produzione in versi – in un libro, così, più ampio ma certamente meno unitario del precedente nucleo Il porto sepolto (1916) – dai primi tentativi accolti su «Lacerba» nel 1915 alle prove più recenti comparse sulla «Ronda», con un bilancio ancora provvisorio degli esordi, interessato più a esibire l’intensità del proprio lavoro, quasi per certificare l’ineluttabilità della propria vocazione che non a selezionare i migliori risultati raggiunti. Nelle successive edizioni infatti, già dalla seconda (Preda, Milano, 1931) – quando il titolo venne mutilato e mutato in L’allegria – fino a quella mondadoriana (1942) passando per l’edizione romana (Novissima, 1936), questa raccolta subì un notevole prosciugamento, dagli iniziali 105 componimenti ai definitivi 76, e una sensibile ristrutturazione interna, con la caduta di alcune sezioni tematiche posticce e prive di coesione stilistica.

La sistemazione dell’opera, volta a restituirle maggiore coerenza, organizza le liriche in cinque sezioni cronologiche: le sezioni estreme, Ultime e Prime, inglobano rispettivamente le poesie composte a Milano prima dell’entrata in guerra dell’Italia, uscite su «Lacerba» e licenziate a posteriori con questa etichetta perché considerate le ultime prove del proprio apprendistato poetico, e quelle prose liriche composte tra Parigi e Milano nel 1919 ritenute le prime di un nuovo modo di scrivere che preannuncia la stagione del Sentimento del tempo. Il trittico centrale si apre con Il porto sepolto, che entra quindi nella nuova raccolta come specifica sezione, prosegue con Naufragi, quindici testi composti durante la guerra, e Girovago, cinque poesie uscite nel 1918 sulla rivista bolognese «La raccolta» sul tema del viaggio, del nomadismo del poeta – rielaborazione dell’archetipo romantico del Wanderer‒ e della sorte universale dell’uomo esule.

“Sogni e favole” di Emanuele Trevi

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Questo articolo è uscito su “Il Sole 24 Ore”, che ringraziamo. di Gianluigi Simonetti È proprio vero: per chi oggi ha venti o trent’anni è difficile immaginare quanto fosse sconnessa, alla fine del Novecento, l’esistenza umana. Sconnessa perché dis-connessa, letteralmente scollegata dal flusso delle informazioni digitali; ma anche perché disunita, o meglio unita solo in […]

“Il nuotatore” ovvero l’incoscienza dell’atto creativo: intervista a Emidio Clementi

Il nuovo disco dei Massimo Volume ha una copertina bellissima che mi ha portato alla mente una mostra della fotografa americana Alex Prager vista di recente a Londra e, in particolare, una foto della serie Face in the Crowd in cui è ritratta una spiaggia piena di persone, una delle quali colta mentre fissa l’obiettivo. Non essendo un esperto di fotografia, ho pensato che i Massimo Volume avessero scelto una foto della Prager per la copertina del loro album. La poetica della Prager peraltro si sposa bene con l’immaginario che, da Sam Shepard fino a John Cheever, la band ha sempre frequentato. Leggendo i crediti ho scoperto invece che l’autore dello scatto è Luciano Leonotti, fotografo italiano meno pop ma non meno bravo della Prager. Anche il suo scatto immortala una spiaggia affollata, un insieme di silenziose solitudini mescolate, però, senza l’evidente nota di falsità creata ad arte dalla Prager. Nessuno guarda l’obiettivo, non c’è iperrealismo ma solo realtà.

Il silenzio delle piante: sette anni senza Wisława Szymborska

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Sette anni senza Wisława Szymborska, una delle voci più riconoscibili e amate della poesia contemporanea.

Qual è il segreto dell’incanto esercitato dai suoi versi su innumerevoli lettori non solitamente avvezzi a leggere poesia? Qual è il destino della sua opera in un’epoca di consumo estetico bulimico e distratto?

Ne abbiamo parlato con Luigi Marinelli, intellettuale dalla cultura straordinaria e tra i massimi esperti di letteratura polacca contemporanea, a cui ci lega una profonda e affettuosa stima.

Speriamo che la giocosità con cui ci prendiamo in giro in questa conversazione possa essere in armonia con la proverbiale e adorabile ironia szymborskiana.

Le impalcature della malinconia, il romanzo del ritorno di Mario Benedetti

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Il romanzo del ritorno di Mario Benedetti, Impalcature, appena uscito con la traduzione di Maria Nicola da Nottetempo, traccia i tentativi di una ricostruzione messi in atto da chi decide, dopo oltre dieci anni di esilio, di ricongiungersi alla terra natìa, l’Uruguay, confrontandosi però con i traumi generati dagli stravolgimenti sociali e politici della dittatura. Emerge un racconto solo in apparenza disarmonico, per la scelta di strutturarlo slegandosi dalla tradizionale forma romanzo in favore di una costruzione per frammenti, rimandi temporali e inserimenti di voci che si alternano a quella del protagonista Javier.

Attraverso un insieme di impalcature narrative caratterizzate dalla frammentarietà che definisce i ricordi, Benedetti delinea la costruzione immaginaria della storia di un uomo, attuando continue immersioni nella memoria e un contemporaneo distacco dalla realtà.

Nuova fantascienza cinese: intervista allo scrittore Han Song

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di Simone Pieranni

Han Song è nato nel 1965 e lavora come giornalista alla Xinhua, l’agenzia di stampa statale cinese. È uno degli scrittori di fantascienza più conosciuti – e prolifici – in Cina, ma è praticamente sconosciuto in Italia e al grande pubblico non cinese.
Eppure il suo stile e le sue trame – nonché la sua profonda analisi della società cinese – sono tra le più avvincenti del panorama sci-fi asiatico. Conta l’età, l’esperienza e la capacità di leggere gli eventi alla luce di una critica – non per forza politica – sempre presente.

Ma contano anche alcune intuizioni, come quelle presenti all’interno di Red star over America (Huoxing Zhaoyao Meiguo in cinese), scritto a fine anni ’90 e pubblicato nel 2000, nel quale Han Song immagina un attentato in grado di polverizzare le Torri gemelle.

I nomi dello sterminio e l’attualità della questione antisemita

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Come ogni anno, a ridosso del Giorno della Memoria, fioccano iniziative editoriali, ristampe in nuove vesti di testi già editi o, in casi meno numericamente impressionanti, pubblicazioni di nuovi studi che hanno la forza di uscire dall’occasione per aprire invece un ragionamento più ampio e, di conseguenza, interessante. In particolare sono stati pubblicati quest’anno quattro volumi, che coinvolgono vari editori, da Bompiani ad altri più specificatamente occupati a sviscerare questioni che hanno a che fare con il mondo dell’ebraismo, come Giuntina, EDB e la rinata Marietti.

Si tratta della Breve storia della questione antisemita di Roberto Finzi (Bompiani), dei testi su un lessico delle sterminio di Anna-Vera Sullam Calimani (I nomi dello sterminio. Definizioni di una tragedia, Marietti 1820) e di Tel Bruttmann e Christophe Tarricone (Le 100 parole della Shoah, Giuntina) e, infine, la riflessione sull’emancipazione ebraica di Bruno Karsenti (L’ebreo emancipato. Attualità dell’antisemitismo in Europa, EDB).

Discorsi sul metodo – 29: Sandro Veronesi

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Sandro Veronesi è nato a Firenze nel 1959. Il suo ultimo libro è Cani d’estate (La nave di Teseo, 2018) * * *   Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Non funziona così, per me. Io prendo quello che viene, quando viene e quando posso permettermi di […]

La storia della Russia secondo Gustave Doré

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Ricorre oggi l’anniversario della morte del leggendario pittore e incisore francese Gustave Doré. Eris Edizioni ha pubblicato di recente la sua Storia della santa Russia.

di Daniele Ferriero

Imparammo l’estensione del segno di Gustave Doré tutti insieme, alla stessa maniera. Lungo gli stessi anni, l’uguale trafila ormonale. Non tra le pagine colorate dei manuali di storia dell’arte, bensì sulle bigie e fitte di caratteri che recitavano le lettere del mondo: l’italianistica, le letterature straniere e le lingue che si voleva forzatamente ricordare come “morte”, benché cariche di significati tutt’altro che spenti o smarriti.

Fu lì, tra un Don Chisciotte della Mancia, un Paradiso perduto e una Divina Commedia, che le incisioni – l’incisività – superbe di Doré scelsero di scalciare con cupa allegria nelle nostre menti. Durarono il tempo di un sospiro, non avendo noialtri le energie per sostenere l’attenzione troppo a lungo. La grazia forzata di quelle immagini e il prodigio tecnico delle mani che l’avevano prodotta probabilmente ci sfuggivano. D’altronde, si era negli anni giovani dell’immaturità da superare, e la bellezza ostentata dei suoi disegni non riusciva a scalfire la preoccupazione, o il disinteresse, per lo studio.

Il tocco leggero di Rivka ne Il Tunnel di Abraham Yehoshua

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(fonte immagine)

Zvi Luria è un ingegnere. Ha lavorato per tutta la vita in una società che costruisce strade in Israele, e ora è a riposo da qualche anno. Al momento del suo pensionamento, Davon, il suo vice, invece di approfittare dell’occasione per subentrare al suo posto, accetta un’offerta allettante da una società keniota, e, prima di partire, chiede a Luria di consegnargli dei progetti che potrebbero essergli utili nel nuovo lavoro. Luria decide di portarglieli a casa personalmente, ma giunto all’abitazione del suo ex collega, la trova completamente a soqquadro, nel bel mezzo del trasloco che l’uomo sta compiendo per trasferirsi in Africa. Dentro casa c’è soltanto la moglie di Davon, che si trova ancora addormentata in camera da letto.

Luria, suo malgrado, si vede costretto a entrare in quel disordine, profanare quell’intimità, fino ad approssimarsi al letto della donna e a percepire il tepore del suo riposo.