Vivere da straniera, il nuovo libro di Claudia Durastanti

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«A cinque anni contrabbandavo mozzarelle, ero cattolica, non pensavo che avrei mai tinto i miei capelli neri, dicevo che non volevo fare figli e ballavo sulle ginocchia di zii acquisiti che si chiamavano sempre Tony e avevano sposato donne con un gusto vistoso in termini di pellicce». Non è l’estratto migliore che potessi scegliere, ma di certo il più somigliante alla battuta d’apertura di una commedia agrodolce di fine ’80 inizio ’90, con voce di ragazza fuoricampo e carrellata su caseggiati americani ingioiellati con vecchie Ford Fairmont. Colonna sonora: Eye in the sky, The Alan Parsons Project.

Un estratto da “Il giorno della nutria” di Andrea Zandomeneghi

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Pubblichiamo un estratto dal libro Il giorno della nutria di Andrea Zandomeneghi, uscito per Tunué. Ringraziamo editore e autore.

di Andrea Zandomeneghi

E comunque, quando la sciagurata vicenda principiò, quel martedì mattina di fine aprile, io non ero granché lucido, anzi sarebbe più corretto dire che versavo in un penoso stato di rincoglionimento stordito e dolorante. Correnti poderose di agonia cefalgica e umorale da postsbronza. Anche per questo, soprattutto per questo, credo, fui così turbato dal rinvenimento del cadavere di nutria scorticato che andava oscenamente scongelandosi, infatti era stato inequivocabilmente congelato in precedenza, buttato sulle scale esterne – che non danno direttamente sulla strada, danno sul giardino recintato con muretti bassi sovrastati da gelsomini rampicanti – di casa mia, a Borgo Carige, Capalbio; a metà strada tra le lagune di Orbetello e la foce dell’impianto di raffreddamento della centrale elettrica di Montalto, o, se si preferisce, a metà strada tra l’estuario del Fiora e quello dell’Albegna.

Il fuoco dentro “Jesus’ Son” di Denis Johnson

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Nella copertina della nuova traduzione italiana di Jesus’ Son, a cura di Silvia Pareschi, le dita di una mano reggono un fiammifero acceso, sul punto di spegnersi. L’incendio però è già divampato ed è dentro le cento pagine che compongono questa raccolta di racconti spietata e di bellezza accecante, scritta da Denis Johnson all’inizio degli anni Novanta. Troveremo uomini derelitti e donne sbandate, figure ai margini, persone che frequentano i bordi delle città, piccole o grandi città che siano, e violenza e amore, territori che in letteratura abbiamo incrociato altre volte – nella fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr, ad esempio – o che possiamo scorgere tra le pieghe della nostra società, aprendo bene gli occhi. I personaggi di Jesus’ Son sono dentro e sono fuori le loro storie.

Ricordando la poesia di Sylvia Plath e Amelia Rosselli

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L’undici febbraio è una data fatidica per gli amanti della poesia. Una tragica coincidenza (probabilmente ricercata) avvince due delle più alte voci femminili del Novecento: Sylvia Plath e Amelia Rosselli, entrambe morte suicide lo stesso giorno a trentatré anni di distanza (la prima nel 1963, la seconda nel 1996).

Per ricordarle, ho creduto opportuno interpellare due protagoniste della cultura italiana contemporanea: Leonetta Bentivoglio (firma storica di Repubblica, nota anche per i suoi saggi su Pina Bausch e Wim Wenders) e Sonia Bergamasco (attrice e regista teatrale, tra le cui collaborazioni ricordiamo nomi quali Giorgio Strehler, Carmelo Bene, Franco Battiato, Glauco Mauri, Bernardo Bertolucci e Liliana Cavani).

Nessun limite oltre il cielo. Un estratto

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di Luca Cherubino

La mattina successiva, Tiziano era impaziente di raccogliere altre informazioni e alla fine delle udienze si collegò alla chat-room dal computer dell’ufficio, con il nickname Diego@Goccia1970. Scorse la lista degli utenti on-line, poi lesse velocemente gli ultimi messaggi pubblicati nel forum di discussione.

Persone care: l’incanto nei racconti di Vera Giaconi

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Ho finito di leggere Persone care di Vera Giaconi (Sur 2019, traduzione di  Giulia Zavagna) da un paio di settimane e da quando ho chiuso il libro non ho mai smesso di pensarci. Il motivo per cui non ne ho scritto il giorno stesso o quello immediatamente dopo credo vada ricondotto a due sensazioni che mi avevano accompagnato durante la lettura e che non mi abbandonavano, lo stupore e l’ansia.

Avevo bisogno di ritrovare un minimo di razionalità per raccontare i dieci racconti della scrittrice uruguaiana – tradotta in italiano per la prima volta, nel solco del gran lavoro che stanno facendo i tipi di edizioni Sur sulla nuova letteratura sudamericana – anche se mi rendo conto che se avessi twittato “Stupore e ansia, tra le cose che restano dei racconti di Vera Giaconi” qualcuno avrebbe ritwittato, magari un paio sarebbero andati poi a procurarsi il libro, me la sarei cavata con poco.

«Limpida meraviglia e delirante fermento»: 100 anni di Allegria di naufragi

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di Rossella Farnese

Nel 1919 per i tipi di Vallecchi uscì la raccolta ungarettiana Allegria di naufragi, in cui il poeta volle inglobare tutta la propria produzione in versi – in un libro, così, più ampio ma certamente meno unitario del precedente nucleo Il porto sepolto (1916) – dai primi tentativi accolti su «Lacerba» nel 1915 alle prove più recenti comparse sulla «Ronda», con un bilancio ancora provvisorio degli esordi, interessato più a esibire l’intensità del proprio lavoro, quasi per certificare l’ineluttabilità della propria vocazione che non a selezionare i migliori risultati raggiunti. Nelle successive edizioni infatti, già dalla seconda (Preda, Milano, 1931) – quando il titolo venne mutilato e mutato in L’allegria – fino a quella mondadoriana (1942) passando per l’edizione romana (Novissima, 1936), questa raccolta subì un notevole prosciugamento, dagli iniziali 105 componimenti ai definitivi 76, e una sensibile ristrutturazione interna, con la caduta di alcune sezioni tematiche posticce e prive di coesione stilistica.

La sistemazione dell’opera, volta a restituirle maggiore coerenza, organizza le liriche in cinque sezioni cronologiche: le sezioni estreme, Ultime e Prime, inglobano rispettivamente le poesie composte a Milano prima dell’entrata in guerra dell’Italia, uscite su «Lacerba» e licenziate a posteriori con questa etichetta perché considerate le ultime prove del proprio apprendistato poetico, e quelle prose liriche composte tra Parigi e Milano nel 1919 ritenute le prime di un nuovo modo di scrivere che preannuncia la stagione del Sentimento del tempo. Il trittico centrale si apre con Il porto sepolto, che entra quindi nella nuova raccolta come specifica sezione, prosegue con Naufragi, quindici testi composti durante la guerra, e Girovago, cinque poesie uscite nel 1918 sulla rivista bolognese «La raccolta» sul tema del viaggio, del nomadismo del poeta – rielaborazione dell’archetipo romantico del Wanderer‒ e della sorte universale dell’uomo esule.

Dalla Bassa: racconti di un giovane Gianni Brera

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la prefazione di Dario Borso al volume Dalla Bassa, una raccolta di quattro racconti scritti da Gianni Brera in età giovanile.

L’arte di narrare storie è sempre
quella di continuare a narrarle.
Walter Benjamin

«Ho riflettuto molte volte sulla diversa natura del descrittore e del narratore, e ho dedotto che, contrariamente al descrittore, costretto a ricoprire le cose delle sue colorite immagini e nei suoi scritti necessariamente multiforme, il narratore può essere un’anima semplice. Le vicende corrono gonfie di significati diversi dalla mente al cuore, dal cuore ancora alla mente e, senza particolari deformazioni, dalla mente alla penna».

A parlare così non è un critico, né uno scrittore al termine della sua carriera, bensì un sottotenentino che ha appena compiuto ventidue anni: Brera Giovanni, nato l’8 settembre 1919.

Il quale continua, precisando così profilo e ruolo: «Una conferma nuova mi offrì di questo il mio caporal maggiore Battaglino, che si preparava a superare gli esami di sergente.

“Sogni e favole” di Emanuele Trevi

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Questo articolo è uscito su “Il Sole 24 Ore”, che ringraziamo. di Gianluigi Simonetti È proprio vero: per chi oggi ha venti o trent’anni è difficile immaginare quanto fosse sconnessa, alla fine del Novecento, l’esistenza umana. Sconnessa perché dis-connessa, letteralmente scollegata dal flusso delle informazioni digitali; ma anche perché disunita, o meglio unita solo in […]

Le impalcature della malinconia, il romanzo del ritorno di Mario Benedetti

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di Alice Pisu

Il romanzo del ritorno di Mario Benedetti, Impalcature, appena uscito con la traduzione di Maria Nicola da Nottetempo, traccia i tentativi di una ricostruzione messi in atto da chi decide, dopo oltre dieci anni di esilio, di ricongiungersi alla terra natìa, l’Uruguay, confrontandosi però con i traumi generati dagli stravolgimenti sociali e politici della dittatura. Emerge un racconto solo in apparenza disarmonico, per la scelta di strutturarlo slegandosi dalla tradizionale forma romanzo in favore di una costruzione per frammenti, rimandi temporali e inserimenti di voci che si alternano a quella del protagonista Javier.

Attraverso un insieme di impalcature narrative caratterizzate dalla frammentarietà che definisce i ricordi, Benedetti delinea la costruzione immaginaria della storia di un uomo, attuando continue immersioni nella memoria e un contemporaneo distacco dalla realtà.