“La lavoratrice” di Elvira Navarro, una nuova voce nella narrativa spagnola

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“Avremmo anche potuto congedarci come due persone felici di aver soddisfatto il proprio desiderio, dato che la linea di partenza della speranza si trovava in regioni non dolorose.”

Precarietà, questa parola, uno dei termini centrali per identificare in poche sillabe i nostri giorni. Lavoriamo in condizioni di perenne precariato, viviamo in case dall’arredo provvisorio, le nostre situazioni sentimentali sono ben lontane dall’avere una qualche somiglianza con la stabilità. Siamo in contatto costante con il mondo eppure siamo soli. I nostri amici o sono lontani o non riusciamo a vederli. Nuotiamo, respiriamo a fatica in una sorta di mare di latta, una specie di miraggio bianchissimo che ricorda da molto vicino la bottiglia d’orzata in un cui galleggiava Milano di cui cantava De André.

Il punto è che non c’è più alcuna fuga in tram da tentare. Il presente è quattro mura prese in affitto in quartieri troppo lontani dal centro,  è due di queste mura che subaffittiamo perché non arriviamo a fine mese, rinunciando ad altro spazio, altra aria.

Luca Mercadante e i ruggenti anni novanta di “Presunzione”

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Era da tempo che non compariva, tra quelli di casa nostra, un romanzo politico intelligente, ben scritto, dotato di strafottente vitalità. Luca Mercadante ce ne ha donato uno – Presunzione –, di cui già avevamo avuto un assaggio grazie alla menzione del Premio Calvino dell’anno scorso. Un libro che si affaccia nel panorama degli esordienti con coraggio, e con una storia – quella di un giovane ambizioso e arrogante che schifa la provincia e le ipocrisie di quelli che lo circondano, famiglia compresa – che bene inquadra l’Italia dei primi anni Novanta, quella della leva obbligatoria, dell’istituzionalizzazione della camorra, ma anche quella più ruggente e assoluta di un diciottenne in rotta con gli ultimi avamposti illusori dell’adolescenza.

Bruno Guida, cresciuto a Villa Literno, non si fa incantare dalle promesse facili di una vita d’obbedienza e d’ufficio: si aspetta grandi cose dalla vita, le pretende; e benché non gli occorrano autorizzazioni cerca di meritarsele, mordendo sempre la mano di chi vuole addomesticarlo.

La violenza dell’esistere e del resistere. James Purdy e l’imbelle teatro del quotidiano

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di Marco Di Marco

Il mio incontro con James Purdy ormai affonda all’inizio del millennio, quando lessi quel piccolo gioiello sull’assenza che è Il nipote, al momento della sua ripubblicazione per minimum fax (nel 2005, nella collana Miminum Classics), un romanzo che probabilmente – pur essendo soltanto il secondo scritto da Purdy dopo il peculiare esordio di Malcolm nel 1959 – riesce a mettere in campo tutte o quasi le componenti dell’universo letterario di questo autore che da sempre, come lui stesso ha affermato, scorre come «un fiume sotterraneo che ha attraversato il paesaggio americano senza mai venire alla luce».

Negli anni, Purdy è infatti diventato una sorta di icona dell’autore di culto, religiosamente ossequiato da un’enclave ristretta, quasi custode del sacro mistero racchiuso nella sua scrittura, della quale diversi grandi autori (da Dorothy Parker a Samuel Beckett, Tennesse Williams e Paul Bowles, da Gore Vidal a Susan Sontag, Jonathan Franzen e David Means) non esitano a riconoscere la tragica e avvenente magia, sempre in flottante equilibrio tra la realtà e il suo specchio iperreale.

Definire Michael Jackson. Il re del pop secondo Margo Jefferson

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Tra pochi giorni, il venticinque giugno, saranno dieci anni esatti dalla morte di Michael Jackson. È uno di quegli eventi generalmente incasellati nell’insieme «Ricordo perfettamente dov’ero quando l’ho saputo». E quindi: ero in macchina di un’amica che mi stava riaccompagnando a casa, di sera tardi, una calma sera romana di prima estate. Mi arriva un SMS (niente whatsapp, non ancora): è morto Michael Jackson. Stupore / incredulità generale («Ma no dai, non è possibile», e così via), cerchiamo notizie in radio. Rincasato, accendo il televisore e vado dritto su MTV – perlomeno quello che ne rimaneva, già allora. Non ne rimasi deluso: il canale aveva già iniziato a trasmettere l’intera videografia di Michael Jackson, cosa che fece ininterrottamente nelle ore successive. Era morto un re, e quello fu il naturale tributo di MTV, un’estensione nevralgica del suo regno, gli epici e lunghissimi video dal budget ogni volta più portentoso trasmessi in heavy rotation[1].

Nel momento in cui accesi il televisore, neanche troppo a sorpresa, il video che MTV stava trasmettendo era Thriller, secondo alcune fonti il più programmato nella storia dell’emittente[2]. «Quando ho visto quella cassetta, ecco, la mia vita è cambiata», racconta Wade Robson nel documentario prodotto da HBO Leaving Neverland. La cassetta in questione è quella del making of del video di Thriller, uscita nel 1983, nei giorni del successo planetario di Jackson; e Wade Robson è uno dei due protagonisti, assieme a James Safechuck, di Leaving Neverland.

Masha Gessen e la Russia, tra storia e futuro

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

A raccontare la Russia degli ultimi trent’anni e del presente, è in libreria il bel volume Il futuro è storia (Sellerio, traduzione di Andrea Grechi, pp. 694, 18 euro), vincitore lo scorso anno del National Book Award per la non-fiction.

La grammatica della corsa: intervista a Fausto Vitaliano

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di Federico Vergari

La grammatica della corsa è il nuovo romanzo di Fausto Vitaliano – tra i più noti sceneggiatori di fumetti Disney, ma anche scrittore, traduttore e autore teatrale. Il libro è edito da Laurana e parte da un tema universale – la ricerca del padre – per arrivare ad affrontare numerosi altri temi di grande attualità. Abbiamo rivolto all’autore qualche domanda e lui ci ha risposto spaziando tra suggestioni visive di George Grosz e citazioni dell’indimenticato e sempre prezioso Alessandro Leogrande. Un momento per parlare del suo libro che però dice anche tanto altro. Su di noi, sul nostro Paese, su quello che siamo e che potremmo diventare.

Sulla ragione artificiale, e dintorni

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I ragionamenti e le discussioni sull’intelligenza artificiale occupano oggi un posto importante all’interno del dibattito pubblico e delle riflessioni contemporanee. Questo è certamente dovuto al fatto che l’intelligenza artificiale, dopo un periodo di affinamento e ricerca nei laboratori, ha ormai un ruolo pervasivo nella nostra società, occupando una porzione decisiva della quotidianità e investendo così le esistenze di nuove speranze e interessanti promesse.

Ovviamente a fianco di queste prospettive positive, se ne prefigurano altre di segno opposto, portate avanti da osservatori critici che sottolineano, per esempio, come questo tipo di novità metta a repentaglio posti di lavoro per gli uomini.

Stranger Things: una guida ragionevole

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di Simone Tribuzio

Manca ancora poco al binge watching più sfrenato per quanto riguarda una nota serie originale Netflix: trattasi proprio dell’attesissima terza stagione di Stranger Things. La serie dei fratelli (gemelli) Duffers, attingendo a piene mani dall’immaginario cinematografico horror e fantastico degli anni ’80, si è conquistata in poco tempo un pubblico vastissimo e grazie anche – in parte – al sano passaparola. La ricetta che ha portato la serie al successo mondiale, e sulle bacheche di tutti i profili social, è ascrivibile in primo luogo a due (tra i vari) elementi che le hanno permesso di accedere a pieno titolo nell’olimpo della cultura pop.

Tutto questo ha spinto Nadia Bailey, autrice ed esperta di cinema e lifestyle, a scrivere quello che è un manifesto, una limpida dichiarazione d’amore verso un prodotto televisivo che unisce tanti altri fan sotto lo stesso tetto.

Sai chi è lui? Berta Isla di Javier Marías

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di Valentina Berengo

Javier Marías è un romanziere inconfondibile, non c’è niente da fare: anche in Berta Isla (in questi giorni in uscita in economica per Einaudi, a un anno dalla pubblicazione, tradotto da Maria Nicola) ritrova, intessendoli in una nuova storia con nuovi contorni e confini, i suoi temi.

Sì, perché nei romanzi dello scrittore spagnolo nulla è mai come sembra: identità, realtà, fatti, pensieri, convinzioni, punti di vista potrebbero tutto d’un tratto ribaltarsi, e il lettore, pur non sapendo cosa succederà la pagina dopo, ne è in qualche modo avvertito.

L’intimità delle nostre battaglie. Intervista a Claudia Durastanti

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di Livia De Paoli

Misurare le parole; le distanze; la durata di un amore; lo spazio che offre una città; e poi perdere il conto di tutto. Claudia Durastanti scrive da molteplici punti di rottura, interruzioni del tempo; e da un luogo dislocato appena sotto la soglia del visibile. Fading. Lì dove le cose si stanno dissolvendo e perdono forma, e tuttavia si possono ancora rintracciare i contorni e interrogarli così come si interroga un oracolo: senza risposte certe. La straniera è un romanzo che accoglie l’eco di una genealogia femminile, da cui l’autrice discende, e diventa poi anche il brusio proveniente da una generazione che viaggia e sposta continuamente il proprio punto di vista sul mondo e non smette di sentirsi straniera, di cercare casa, e finisce con familiarizzare proprio con questo senso perenne di estraneità, di non completa appartenenza.