La ragazza nel portabagagli: storia del genio incompreso che qualcuno chiamò «il vero Fitzgerald»

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Nella sua postfazione intitolata Appuntamento a Gibbsville, Stefano Friani racconta tutto ciò che c’è da sapere sull’identità di John Henry O’Hara: il brutto carattere, il disperato bisogno di un doppio, i meritati benché intermittenti e tardivi successi (tra cui il National Book Award del 1956), la militanza presso il New Yorker e la mastodontica produzione letteraria – sedici romanzi e circa quattrocento racconti, che pure non riuscirono a fargli conquistare la simpatia di un pubblico che si sarebbe equamente diviso, sul suo valore di uomo e scrittore, tra scettici e ammiratori.

Michele Sovente, il poeta flegreo del sacro e del profano

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Photo by Valentin Salja on Unsplash

«A Cappella, in via petrara, io vivo/sempre qui ho vissuto in casa dei miei/dove respiro e tesso ombre di corvi che si intrecciano con leggende di famiglia».

Era il 2011 quando i miei occhi incontrarono questa poesia di Michele Sovente, tratta dalla sua raccolta “Carbones”, e, solo dopo tanti anni, ho compreso che questo grandissimo poeta, ai più sconosciuto, che spesso scriveva la stessa poesia in tre lingue diverse (italiano, latino e dialetto di Cappella), parlava anche il mio idioma.

Ritratti di New York. Ricordando Jason Polan

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo. Jason Polan è mancato il 27 gennaio scorso.

Uno dopo l’altro li sta disegnando tutti. All’inizio del 2008 l’artista e illustratore Jason Polan si è dato una missione: disegnare tutte le persone che incontra a New York. I suoi sono ritratti veloci, fatti in metropolitana o dentro i musei, di gente famosa e gente qualunque. Piccoli disegni che restituiscono al meglio il compromesso tra la riconoscibilità della persona disegnata e il tratto autoriale di Polan.

Mettere in pausa la realtà. Microfictions di Régis Jauffret

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“Tutto cominciò come un giorno normale solidamente aggrappato alla realtà”.

Con Microfictions (traduzione di Tommaso Gurrieri, pp. 1018, € 25, 2019, Edizioni Clichy), Régis Jauffret esplora il campionario umano attraverso un costante rinnovamento della rappresentazione del mondo fisico contemporaneo e della realtà sensibile, mettendo in scena atti brevi in cui rendere il dolore attraverso il paradosso, l’assurdo, il caricaturale. Definito un’opera-monstre, tradotto in dodici lingue e insignito del Prix Goncourt del racconto, Microfictions rappresenta l’esito più alto di un percorso d’indagine sull’umano intrapreso già nelle prime opere, dall’esordio nel 1985 con Seule au milieu d’elle, sino al primo successo con l’uscita nel 1998, di Histoire d’amour, e a narrazioni insignite di riconoscimenti significativi come il Prix Décembre per Univers, univers o il Prix Fémina per Asiles de fous, che avrebbero consacrato Jauffret come uno degli esponenti di maggior rilievo della letteratura francese contemporanea.

Il cinema è mito: un estratto

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Pubblichiamo un estratto dal libro di Marcello Garofalo Il cinema è mito, in uscita per minimum fax, che ringraziamo.

di Marcello Garofalo

Il 14 giugno 1982 iniziano a Roma le riprese di quello che sarà, in un cammino ancora irto di ostacoli, il film col quale Leone intende affermare al massimo il senso della sua esperienza artistica e professionale. L’organizzatore generale del film è Mario Cotone.

La sua testimonianza13 offre un quadro molto preciso non solo dei metodi di lavorazione del regista, ma anche una serie di informazioni e di curiosità sull’intera lavorazione 232 del film e sulla personalità di Leone: «Il venerdì prima di iniziare il film, nell’ufficio di Cinecittà, Sergio era seduto con un tabellone enorme con tutte fotografie, grandi come cartoline, di cinesi alle sue spalle.

Nessuno è come qualcun altro: quindici nuove ragioni per vivere nell’ultima antologia di Amy Hempel

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«Amo i racconti perché credo rappresentino il modo in cui viviamo», scriveva Andre Dubus nel 1978. E se non proprio il modo esatto in cui viviamo, il racconto traccia e illustra lo spazio intimo che abitiamo – quello dell’esistenza frantumata – in cui si svolgono i nostri piccoli dispiaceri quotidiani.

È ciò che succede anche in Nessuno è come qualcun altro di Amy Hempel, che segue un lungo silenzio editoriale (non italiano, poiché all’inizio del 2019 SEM aveva già pubblicato Ragioni per vivere, un’antologia che raccoglieva tutte le sue opere precedenti) dopo le ultime uscite straniere del 2008 e del 2010 con Quercus e Algonquin.

La forma racconto, mai come in America, genera da sempre visioni e rappresenta il luogo d’elezione in cui convergono e si fondono fiction e vita reale, dando vita al realismo magico del nostro ultra-danneggiato presente. Amy Hempel – allieva di Gordon Lish, l’editor che contribuì al successo, tra gli altri, di Raymond Carver, Richard Ford e Grace Paley –, scrittrice minimalista e minimale nella prosa ma sovrabbondante nell’intenzione emotiva, ha fatto della short story molto più di uno stile: ne ha introiettato la forma per restituirci un’impressione complessa ed emotiva della realtà, filtrata da un’empatia sempre tesa a rappresentare i più reconditi movimenti del cuore.

Un racconto sulla “storia della colonna infame”: terza parte

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Pubblichiamo la terza e ultima parte della serie a cura di Virginia Fattori dedicata al classico di Alessandro Manzoni. Qui la prima puntata, qui la seconda.

di Virginia Fattori

A seguito delle parti I e II sulla Storia della Colonna infame,  è emerso come Alessandro Manzoni aprì “un processo contro un processo”. L’ autore milanese arricchì la sua dissertazione con un’importante critica nei confronti della tortura. Questa pratica violenta si rivelò una risorsa incisiva all’interno dei meccanismi cospirativi, da un lato per la dimensione corporea dell’uomo torturato che acquistava uno strabordante valore simbolico; dall’altro per il dolore e la gogna pubblica. Per il Manzoni questo fu il punto più basso dell’ingiuria poiché gli uomini spostarono i limiti che la Legge avrebbe dovuto porre. Così cadde la natura e si entrò nel baratro infernale della crudeltà e dell’impunità, due certezze nella storia del Piazza e del Mora.

Cime tempestose tradotto da Monica Pareschi: la nuova vita di un classico

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Da poco più di un mese è possibile rileggere Cime tempestose di Emily Brontë nella nuova traduzione che Einaudi ha affidato a Monica Pareschi (che peraltro scrive, oltre a tradurre), sulla scia, forse, dell’idea sottesa alla loro stessa collana “Scrittori tradotti da scrittori”, chiusa nel 2000, in cui a cimentarsi erano Pavese, Natalia Ginzburg, Eco, Palazzeschi e tanti altri notissimi.

Ce lo ripetiamo di continuo: quello che rende un classico tale è il fatto di essere immortale, di parlare a lettori di epoche diverse, e a uno stesso lettore nel corso della vita, permettendogli di cogliere ogni volta punti di vista, se non quasi fatti veri e propri, nuovi. È come se il libro fosse in grado di adattarsi, o contenesse, inespressi, germi di futuro.

Raccontare l’America contemporanea: “The Free” di Willy Vlautin

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

Sarà poco ordinario, ma se cercate un gran romanzo americano bisogna rivolgersi a Willy Vlautin, di professione cantautore, attivo a partire dagli anni Novanta con una band, i Richmond Fontaine, probabilmente poco nota ma di cui vale la pena recuperare la discografia; piaceranno, soprattutto a chi ama un certo rock alternativo venato di country.

Originario di Portland, Oregon, dove gli Stati Uniti iniziano a diventare un estremo Nord, Vlautin ha scritto cinque romanzi; il primo, The Motel Life, è uscito nel 2006 guadagnandosi subito un buon credito tra le pagine culturali dei più importanti giornali americani. The Free, il penultimo, è pubblicato in Italia da Jimenez, per cui era già uscito l’anno scorso Io sarò qualcuno, una storia polverosa di boxe e ambizioni destinate a fallire.

Heridas: la nuova letteratura colombiana

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“Irene è la cosa più bella che gli sia capitata dopo Star Wars”.

La Colombia, soprattutto. La Colombia del racconto, della nuova narrativa, perciò della lingua diversa, della capacità di elevarsi al di sopra di quello che ci è stato sempre mostrato. Una Colombia di città, di case – principalmente – di interni, di bar, scuole, università, di taxi, di locali notturni, di amori, di sbronze, di risse, di scenari familiari.

Una Colombia fatta di libri da studiare e studiati. Una Colombia di scrittori giovani ai quali interessa la tensione del racconto breve, di ciò che si può tenere fuori dalla trama, di quanto poco possa contare una trama regolare.  Ventidue scrittori nati tra gli anni settanta e gli anni ottanta che hanno voglia di misurarsi col presente e di far vedere che c’è un’altra Colombia al di fuori del mondo del narcotraffico, una nazione che non conosciamo, città che – come dappertutto – sono fatte di persone e le persone non sono mai uguali e cambiano in funzione delle relazioni che vivono con gli altri.