Come un ragno che non si allontana dalla tela. Dentro il labirinto di Burhan Sönmez

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Sperava forse di cancellare un dolore di cui ora non ha più memoria, Boratin Bey, il giorno in cui decise di buttarsi nel Bosforo e togliersi la vita. L’esito di quell’intento una costola rotta e la perdita della memoria. Si può vivere nel presente senza il proprio passato? È possibile ricrearlo se solo il corpo ne porta i segni? È ciò su cui si interroga il protagonista del nuovo romanzo di Burhan Sönmez che si muove in una sorta di labirinto mentale tra i frammenti di un’esistenza che non riconosce e con la perenne sensazione di vivere separato dal mondo.

L’intera produzione letteraria di Sönmez ruota attorno a un’idea di passato che come in Labirinto, (trad. Nicola Verderame, Nottetempo, 2019), ne Gli innocenti (trad. Eda Ozbakay, Del Vecchio, 2014) e in Istanbul Istanbul (trad. Anna Valerio, Nottetempo, 2016) rappresenta il fulcro di un’indagine nata da storie individuali per diventare collettiva.

“I ragazzi della Nickel”: intervista a Colson Whitehead

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo (fonte immagine).

Colson Whitehead, insignito nel 2017 del Premio Pulitzer per la narrativa, dopo la consacrazione internazionale arrivata con La ferrovia sotterranea, è tornato in libreria con il nuovo romanzo I ragazzi della Nickel (Mondadori, 216 pagine, 18.50 euro, traduzione di Silvia Pareschi). Nel libro Whitehead ha esplorato con l’osservazione sul campo e l’immaginazione una vicenda che racconta dell’America di ieri, ma parla di un futuro di libertà ancora da conquistare.

Nel 2014 un gruppo di archeologi e antropologi forensi della University of South Florida ha riportato alla luce l’esito delle brutalità perpetrate nel cuore degli anni Sessanta presso il riformatorio Arthur G Dozier School for Boys, chiuso nel 2011, nel paesino di Marianna. Dai primi scavi, compiuti nel 2012, a oggi, nell’area circostante alla scuola, inaugurata il primo giorno del Novecento, sono state individuate oltre ottanta tombe clandestine.

We need to talk about Brexit (again)

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Brex-lit è una categoria trans-genere che raccoglie sotto di sé testi ascrivibili ai generi letterari più vari – dal romanzo sperimentale a quello di idee, dalla satira alla distopia, dal romanzo realista a quello più prettamente postmoderno – che in maniera più o meno diretta riflettono sulle cause o le conseguenze causate dagli esiti del referendum.

La definizione è sufficientemente generica perché la lista di testi che compongono questo corpus possa allungarsi ogni settimana; basta infatti che in qualche modo si intraveda l’ombra di un riferimento al referendum perché il romanzo possa essere associato a questo sottogenere. Che si tratti del quartetto di Ali Smith, di The cut di Anthony Cartwright, Crudo di Olivia Laing, Middle England di Coe, The man who saw everything di Deborah Levy, The cockroach di Ian McEwan, Reservoir 13 di McGregor, Kudos di Rachel Cusk (giusto per citarne alcuni, ma la lista sarebbe lunghissima), sembra infatti impossibile per i romanzi ambientati nel presente contemporaneo inglese evitare di alludere alla  fatidica data del 23 giugno 2016.

Tradurre Olga Tokarczuk

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Tra le lingue che Barbara Delfino traduce non c’è lo svedese, ma all’annuncio dell’Accademia di Svezia ha distinto limpidamente il nome di Olga Tokarczuk. In Italia, pochi conoscono come Delfino il percorso e la scrittura del nuovo Premio Nobel per la letteratura.

La traduttrice in italiano del sesto romanzo, I vagabondi (Bompiani), che con la vittoria del Man Booker Prize International aveva consacrato Tokarczuk a livello internazionale, frequentava il terzo anno nella sezione di polonistica dell’Università di Torino, quando ha lavorato per la prima volta a un suo testo.

«All’università, durante alcune esercitazioni di traduzione, la professoressa ci diede un racconto breve di Tokarczuk. Mi colpì subito e cominciai a raccogliere informazioni sull’autrice. Nel Duemila non aveva ancora scritto molto, ma mi appassionò tanto da lavorarci per la tesi di laurea», racconta Delfino.

Lw’nafh ng yar, ovvero: tutto quello che avreste sempre voluto sapere su H.P. Lovecraft

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di Francesco Gallo

La Providence Press è una casa editrice indipendente specializzata nella pubblicazione di testi, soprattutto racconti, appartenenti al genere fantastico e “dimenticati”: importanti, ma poco noti al grande pubblico.

Ecco quindi i lavori di William Chambers Morrow, o di Barry Pain e Bessie Kyffin-Taylor. Ed ecco le storie di Steve Costigan e Buckner J. Grimes — due dei personaggi meno noti di Robert E. Howard, l’inventore di Conan il barbaro.
Omaggiando già nel nome il creatore dei Miti di Cthulhu, la Providence Press ha quindi deciso — e, personalmente, non la ringrazierò mai abbastanza per il coraggio — di colmare un vuoto editoriale italiano secondo me enorme pubblicando la monumentale biografia Io sono providence: la vita e i tempi di H.P. Lovecraft di S. T. Joshi, il più grande esperto mondiale dello scrittore.

Sono un pompiere, da grande voglio fare lo scrittore – Un diario di scrittura

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo. L’ultimo libro di Marco Cubeddu, Un uomo in fiamme, è da poco in libreria per Giunti.

di Marco Cubeddu

Sarà che, dopo settimane di turni di notte come guardiafuochi in Fincantieri, sto ascoltando Redemption Song nella versione di Johnny Cash e Joe Strummer accanto a una Moretti ghiacciata. Il sole caldo e l’aria fresca di una tarda mattinata di settembre. Il bosco di castagni da cui sono appena tornato col mio primo porcino. La possibilità di urlare fuori tutto l’animale che mi porto dentro dalla prima di nove case di un paese deserto a una vallata di paesi abbandonati.

Ma la prima cosa che mi viene da dire su questo libro è che mi ha dato pace. Un senso di redenzione personale. Ho fatto una vita spericolata. E scrivere Un uomo in fiamme è stata la cosa migliore che potessi fare per salvarmela. Per fare pace con tante cose. Capire chi sono. Amare chi amo. Mi vergogno molto per tutto il giudizio di cui ho subito il peso e di come l’ho scaricato sulle persone a cui tenevo di più.

Emanuele e Antigone – su “Emanuele nella battaglia” di Daniele Vicari

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I fatti, già dopo la prima sentenza di mezza estate, sono davvero semplici: una sera, un ragazzo di 20 anni muore, massacrato da un gruppo enorme di conterranei. Il ragazzo non ha fatto niente, ma davvero niente – se non dire a un tizio strafatto di piantarla di spintonarlo al bancone del club dove stanno. Dove stanno tutti.

Daniele Vicari di solito fa il regista: film di finzione (Velocità massima, L’orizzonte degli eventi, Il passato è una terra straniera), documentari (Il mio paese, La nave dolce), e opere che definire di ‘finzione’ fa sorridere amari (DiazSole cuore amore). Qui per la prima volta scrive e interpreta con le parole le immagini che gli fluttuano in testa da quando,un mattino del marzo 2017, ha collegato un diluvio di lanci d’agenzia alla figura di un ragazzo sveglio, gioviale, che veniva a caccia dalle sue parti: Emanuele Morganti.

Una biografia rimbalzata: “La vita dispari” di Paolo Colagrande

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C’è un solo gioco durante il quale ci si augura che vada tutto al contrario di come dovrebbe, e che l’esito sia il frutto di un imbroglio. È un gioco il cui successo dipende più dalla possibilità che degeneri, che fallisca, che dalla sua riuscita, e dal fatto che i partecipanti non rispettino né le sue regole né il codice etico di base. Si chiama telefono senza fili, ed è quello, per intenderci, in cui ci si passa la staffetta di una frase sussurrata sperando che quello dopo la trasformi in qualcosa di osceno, o comunque di molto diverso dal concetto di partenza. Poi l’ultimo pronuncia quello che ha capito, e se corrisponde alla frase originaria (cosa rara) ci si auto-assegna un debole applauso di gruppo. Altrimenti niente, mugugni, urletti, cose così: il falsario si camuffa, qualcuno lo accusa, lui nega, e quello da cui il cerchio è partito fa finta di offendersi. Un modo arcaico, e tra i pochissimi che mi vengono in mente, per ridere con le parole.

Paolo Colagrande, con La vita dispari (Einaudi, terzo classificato al Campiello 57), ha fatto una cosa del genere: sia per quanto riguarda l’allegria scaturita dal modo in cui scrive e dalle sue scelte lessicali (più che dagli eventi che racconta), sia perché la storia del suo Buttarelli è una biografia “per sentito dire”, come ha fatto notare Giacomo Raccis su La Balena Bianca: un monologo da bar su un’intera vita rimbalzata di versione in versione, e giunta alla foce ampiamente sfigurata, e piena di parallelismi che si contraddicono tra loro.

Andrea Camilleri, “Il casellante” e le metamorfosi

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di Virginia Fattori

Era il 2008 quando Andrea Camilleri, scomparso il 17 luglio scorso, scrisse Il Casellante, una storia che verrà pubblicata da Sellerio (sua fidatissima casa editrice palermitana). Nello stesso anno il governo Prodi cade; un asteroide passa vicino alla Terra, mentre in Germania, Francia e Portogallo entra in vigore la legge che stabilisce che non si può fumare nei luoghi pubblici. Intanto, la saggezza di Camilleri sfocia in una trilogia che tratta le metamorfosi; il Casellante si inserisce al secondo posto in ordine di elaborazione e pubblicazione.

La genesi del romanzo viene raccontata dallo stesso Camilleri in un’intervista a l’Unità, che introducendo la nascita del primo romanzo della trilogia, quello dedicato a Maruzza Musumeci, la cui metamorfosi in sirena è riuscita, prosegue (anche narrativamente) con la significativa sinossi della metamorfosi non riuscita di questo secondo romanzo.

Prima e dopo la caduta del muro di Berlino. Intervista a Bernhard Schlink

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Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Bernhard Schlink, uno dei maggiori scrittori tedeschi contemporanei, ha vissuto in prima linea soprattutto nella veste di costituzionalista l’autunno del 1989, che condusse alla caduta del Muro di Berlino e alla riunificazione della Germania.

Sino al 2006 Schlink è stato giudice presso la Corte Costituzionale della Renania Settentrionale-Vestfalia. Lo stesso anno è stato ordinato professore di Filosofia del diritto presso la prestigiosa Humboldt Universität di Berlino, situata nella zona orientale della città, sotto il controllo sovietico dopo la Seconda guerra mondiale. Il suo primo contatto con la più antica università di Berlino avvenne nel cruciale autunno 1989, quando accettò l’incarico di visiting professor.