La guerra e la pace secondo Harry Parker

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Modena. Quando Harry Parker appare nell’Aula Magna dell’Accademia Militare, i 389 Allievi Ufficiali che riempiono fino all’ultimo posto la grande platea sanno già tutto di lui. Nella rigorosa rigida compostezza con cui aspettano, di là dal grande banco su cui è inciso il motto dell’Accademia – “Una Acies” (una sola schiera) –, vedono un trentatreenne inglese del Wiltshire che dieci anni fa ha prestato servizio come Capitano in Irak e che nel 2009, in Afghanistan, nel distretto di Nad-e-Ali, al termine di un giro di ricognizione nei dintorni della base, è saltato su una mina, ha rischiato di morire durante il trasporto in elicottero, ha perso entrambe le gambe e ora cammina su due ipertecnologiche protesi. Sanno tutto di lui, i cadetti che riempiono l’aula.

Il paradigma della luce di Gaia Manzini

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In Ultima la luce, il nuovo romanzo di Gaia Manzini edito da Mondadori, la luce non si limita a fornire al libro l’occasione del titolo, ma si configura come un elemento fondamentale. È una luce che si deposita sulle cose come una patina e le rifrange senza svelarle, provocando una visione incompleta, prismatica, in un certo senso ingannevole. È la luce dello sfarzo, dell’insincerità, destinata a far brillare più che a illuminare, a risplendere più che a rivelare. Una luce agnostica, che non ha il compito di fare chiarezza ma quello di colorare un’ora del giorno, una percezione sensoriale o un’intera esistenza.

Gaia Manzini ha scritto un libro ambizioso, inserendosi con autorevolezza nel filone del romanzo borghese, che in Italia negli ultimi anni ha avuto l’esponente più illustre in Alessandro Piperno. Dopo la morte della moglie Sofia, Ivano, un ingegnere milanese di sessantotto anni, va a trovare il fratello Lorenzo nella villa di Santo Domingo in cui si è trasferito a vivere da un po’ di tempo. Lì conosce Liliana, una donna indipendente e affascinante, e scopre una verità legata alla sua defunta moglie che non avrebbe mai potuto immaginare. Il viaggio rende a Ivano quell’energia che negli anni del matrimonio a poco a poco gli era venuta a mancare. E tornando a casa riuscirà a recuperare il proprio rapporto con la figlia Anna e a porre le basi per iniziare una nuova vita.

Letteratura e natura: “Il giro del miele”

Il giro del miele

Chi l’avrebbe detto? La grande ossessione della nuova Italia letteraria è la natura. O meglio: la collocazione dell’uomo tra una natura e l’altra, quella civilizzata, borghese, in cui governa la mente, e quella fuori, in cui, vuoi o non vuoi, si resta eterni ospiti: i boschi, le autostrade, la provincia.

Diario di un voyeur

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Riprendiamo un pezzo di Carlo Mazza Galanti apparso su Linus di febbraio, un numero speciale tutto dedicato all’amore. (Fonte immagine)

Nel 1980, venuto a conoscenza del lungo reportage narrativo sui costumi sessuali americani che Gay Talese era in procinto di pubblicare (La donna d’altri), un tale Gerald Foos ha scritto al decano del new journalism una lettera dove gli racconta la sua lunga storia di guardone.

Generations of love, diciotto anni dopo. Intervista a Matteo B. Bianchi

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di Marco Mancassola

“I mutamenti del pianeta sono più veloci della mia capacità di registrarli”, scrive il narratore di Generations of love –  una frase che riecheggia a lungo dopo aver riletto, a diciott’anni dalla prima edizione, il romanzo d’esordio di Matteo B. Bianchi (uscito nel 1999 e ora ripubblicato da Fandango, in una edizione arricchita di “contenuti speciali”). Se quella frase era già attuale ai tempi della prima uscita del libro, oggi riassume un sentimento conclamato e generalizzato. Lo stato di accelerazione in cui viviamo sembra rendere il nostro tempo un oggetto sfuggente per le coscienze, figurarsi per i romanzi – i cui ritmi di scrittura (e anche di lettura) sembrerebbero incommensurabili a quelli del ribollire del mondo.

Eppure, c’è qualcosa di speciale nel rapporto fra un romanzo di formazione d’esordio e il tempo in cui è stato scritto e letto; c’è qualcosa di speciale anche in un romanzo che viene ripubblicato dopo alcuni anni, tornando ad abitare un mondo sottilmente, radicalmente cambiato.

La frontiera di Dave Eggers

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Per il suo nuovo romanzo Dave Eggers ha scelto l’Alaska come frontiera praticabile per esplorare limiti e possibilità delle relazioni nell’età contemporanea. Il libro si chiama Heroes of the Frontier (è appena uscito in America per Alfred Knopf, pagg. 385, $ 28,95, e sarà pubblicato in Italia nel 2017 per Mondadori) e ha per protagonista una donna di trentotto anni con due bambini.

La donna si chiama Josie, ha appena perso il lavoro e il compagno nonché padre dei suoi figli, che non è morto ma ha sposato un’altra donna. A inizio storia Josie decide di partire dall’Ohio per l’Alaska insieme ai figli, senza progetti a lungo termine al di là di un camper preso in affitto sul posto per attraversare in semi-autonomia il futuro immediato. Più che in cerca della felicità, Josie è alla ricerca di un’infanzia felice per i suoi figli. Tutto quello che desidera è che i suoi bambini costruiscano adesso e insieme a lei ricordi felici.

Letteratura “metropolitana” a Berlino

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di Francesca Faccini

Prima ancora di rimanere meravigliata dall’anomala, per il mio sguardo italiano, quantità di lettrici e lettori sulla metro, sono stata colpita da un distributore automatico che campeggia sul binario della linea 8 di Alexanderplatz: tra i Twix, la Coca Cola, il Bounty e la Red Bull si trovano dei libri. Che la metropolitana di Berlino fosse il paradiso del “to go” – dal caffè al döner kebab, dalla birra ai bretzel ripieni di burro, tutto è consumato in piedi o seduti nei vagoni – ne ero a conoscenza, ma al “Lesestoff to go” non ci avevo ancora fatto caso.

Con un prezzo che varia da un euro a un massimo di dieci, è possibile selezionare libri per bambini, romanzi, guide; con un costo inferiore a una lattina si può avere qualcosa da leggere, einen Lesestoff contro la noia degli spostamenti: Langeweile in der Bahn? Tauchen Sie ab! – Dem Alltag entfliehen und abtauchen in die Welt der Bücher. Die Liebe finden, Abenteuer erleben und Spannung spüren (Noia alla stazione? Evadi! – Fuggi dalla quotidianità e immergiti nel mondo dei libri. Trova l’amore, vivi avventure, divertiti).

Arte e sfera pubblica: un estratto

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È appena uscito per Donzelli Editore Arte e sfera pubblica di Michele Dantini (pp. 408, maggiori info qui), saggio ampio e ambizioso dedicato ai temi della storia dell’arte e della critica.  L’indagine sui rapporti tra immagini e parole è al centro del libro, così come l’interesse per il compito civile delle discipline umanistiche e l’indicazione dei limiti dello specialismo deteriore.  Di seguito un estratto dal capitolo dedicato a Aby Warburg e alle origini dell’iconologia.

di Michele Dantini

Per tutti coloro che si sono occupati della tradizione di studi associata al nome di Warburg si è posto a un dato momento il problema di stabilire il grado di coesione interna di questa stessa tradizione: cosa fa l’unità, se qualcosa, di una scuola tanto prestigiosa, e cosa distingue il «metodo Warburg»? Non presumo qui di procurare una facile risposta a una domanda tanto impegnativa. Tuttavia ritengo che lo spoglio incrociato di un corpus di studi – detto in modo meno pomposamente accademico: la trasformazione di determinati testi nei personaggi di una conversazione – aiuti a rintracciare invarianti o a misurare ampiezza e fecondità delle differenze.

L’interesse per l’ambivalenza dell’Antico, o se si preferisce il desiderio di procurare un’immagine meno ristretta e convenzionale dell’eredità classico-rinascimentale, costituisce un elemento cruciale per Warburg non meno che per i suoi eredi. Con le sue tesi sulle origini della cultura occidentale «dallo spirito della musica», Nietzsche ha svolto un ruolo maieutico difficile da sopravvalutare, anche se Warburg per primo ha avvertito la necessità di delimitare e circoscrivere la propria ammirazione per il filosofo tornando a più riprese, in pagine di toccante umanità, sul suo tracollo psichico torinese.

La spiritualità degli indiani d’America in “LaRose”

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Con il suo nuovo impeccabile LaRose (in Italia per Feltrinelli, traduzione di Vincenzo Mantovani, pagg. 432, 19 euro), l’americana Louise Erdrich torna nella riserva di indiani ojibwe nel Nord Dakota già ambientazione dei precedenti romanzi La casa tonda e Il paese dei colombi (pubblicati entrambi sempre da Feltrinelli). Al centro della storia c’è un bambino, il cinquenne LaRose, che il padre cede alla famiglia dei cognati dopo averne ucciso il figlio accidentalmente durante una battuta di caccia.

A giustificare il gesto è il desiderio di interrompere alle radici l’odio e il desiderio di vendetta, di condividere materialmente il lutto, di provare a riparare un danno apparentemente irreparabile. Un gesto di pace il suo, comprensibile nelle intenzioni, doloroso nelle ragioni e nelle conseguenze.

La parola mala: un estratto

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto dal libro La parola mala, a cura di Giovanni Chianelli, uscito per Ad est dell’equatore.

di Giuseppe Sansonna

La volgarità non è volgare: si potrebbe parafrasare così il Maupassant citato da Max Ophuls, ne Le Plaisir. Quello che affermava che la felicità non è allegra.

Forse tutto dipende da come le si maneggiano, volgarità e felicità: declinazioni diverse, a volte complementari, del vitalismo espressivo. L’ebbrezza della liberazione del linguaggio, lo sconfinamento improvviso nella trivialità, può generare lampi d’allegria. Per questo il parlar grasso è usato, e spesso abusato, da tanto cinema comico.