La foto della domenica

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Pubblichiamo un racconto dalla raccolta “Libro dei dispersi e dei ritornati” (Musicaos) di Lea Barletti, ringraziando autrice ed editore.

Disperazione e speranza nella poesia di Agota Kristof

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La vita di Agota Kristof è segnata come quella di molti altri intellettuali, scrittori, poeti dell’Europa orientale ed esuli, sin dalla giovinezza dalla necessità della partenza e della fuga. Nata in Ungheria nel 1935, nel 1956, in seguito e a causa all’intervento dell’Armata Rossa in Ungheria, fuggirà con la famiglia in Svizzera, nella città di Neuchatel, dove vivrà fino alla fine dei suoi giorni.

In un bellissimo volume edito dalla casa editrice svizzero-italiana Casagrande, dal titolo Analfabeta, Kristof ripercorre alcuni dei momenti più importanti della sua vita, dalla felice spensieratezza dell’infanzia agli anni di solitudine durante gli studi: uno dei momenti più interessanti di questa narrazione autobiografica è la parte che si concentra sulle lingue («All’inizio, non c’era che una sola lingua.

“L’amore all’inizio”: l’ossessione secondo Judith Hermann

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Cosa succederebbe alle nostre vite se da un giorno all’altro un estraneo si mettesse a guardarci dietro il cancello della nostra casa, reclamando l’unica cosa che sappiamo di non volergli né potergli concedere: il nostro tempo? Tempo di ascoltare un uomo che non conosciamo, tempo di guardarlo negli occhi, accogliere un’alterità folle e indomabile che esige divederci ed essere vista, parlare ed essere ascoltata. Tempo di donare un’identità allo sconosciuto che vuole un posto nella nostra vita, lo reclama come se fosse semplice ottenerlo, come se stesse chiedendo qualsiasi altra piccola cosa.

Slittamenti di significato e coscienza. Su “Cometa” di Gregorio Magini

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di Stefano Felici

C’è uno sfiancante sottofondo da realismo isterico nella lingua, nella mente, e quindi nelle peripezie raccontate dalla voce narrante di Raffaele, ed è il sottofondo che apre Cometa – il nuovo romanzo di Gregorio Magini uscito per Neo  con le sue Pseudologie Fantastiche; un’apertura di romanzo il cui nome è ben lontano dall’essere una garanzia.

La festa nera

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Pubblichiamo un estratto dal nuovo romanzo di Violetta Bellocchio, La festa nera, uscito per Chiarelettere: ringraziamo editore e autrice.

di Violetta Bellocchio

Le immagini hanno tutto il potere. Niente voce fuori campo all’inizio. Punta la telecamera su una persona, non ti muovere, e stai tranquillo che presto o tardi ti racconta cose che non avrebbe mai pensato di dire a voce alta. Non esistono domande stupide. Lascia respirare le immagini. Rispetta lo spazio vuoto tra una parola e l’altra, perché tre secondi di silenzio, quando li metti su uno schermo, possono portare molto lontano. Tieni la batteria carica. Tieni la testa alta. Non chiudere gli occhi davanti a niente. Nessuna vita è bella come sembra, nessuna vita è brutta come sembra: c’è una crepa in ogni singola cosa. Cercala, infilaci due dita e guarda la luce che entra. Segui quella luce fino a quando non senti di aver toccato il fondo.

I cani romantici sulla strada di Roberto Bolaño

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In Chiamate telefoniche (Adelphi, traduzione di Barbara Bertoni), Roberto Bolaño apre il racconto dedicato a Enrique Vila-Matas così: «Un poeta può sopportare di tutto. Il che equivale a dire che un uomo può sopportare di tutto. Ma non è vero: sono poche le cose che un uomo può sopportare. Sopportare veramente. Un poeta, invece, può sopportare di tutto. Siamo cresciuti con questa convinzione. Il primo enunciato è vero, ma conduce alla rovina, alla follia, alla morte.»; è una delle frasi di Bolaño a cui sono più affezionato, l’ho imparata a memoria, naturalmente, ma non è questo il motivo per cui ci sono affezionato, il motivo è un altro ed è più importante.

“Notturno salentino”: un estratto

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Pubblichiamo un estratto da Notturno salentino, l’ultimo romanzo di Federica De Paolis pubblicato da Mondadori.

di Federica De Paolis

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«Dove vai, mamma?» chiese Marta.
«In una città qui vicino che si chiama Lecce.» Le tolsi la molletta, stirai i capelli con il palmo della mano e gliela rinfilai.
«Ma Miriam viene con te…»
«Sì…»
«Perché?»
«Perché deve andare dalla sua mamma.»
«Non sei tu ora la sua mamma?»
«Solo un po’… Lei ha una mamma tutta sua…»
«E io? Io no?»
«Certo che sì… io chi sono?»
«Ma tu non sei solo mia, tu sei anche la mamma di Tito e un po’ anche di lei, tu sei di tutti…»
«Concordo» disse Boris, che si stava infilando le sue Vans rosse. «Sei un po’ un tegame…» E rise da solo.
“Tegame”. Me lo aveva insegnato lui: era l’equivalente lucchese di puttana, mignotta, un sostantivo vernacolare ironico e caldo.
«Che vuol dire tegame, mamma?» Marta faceva la lagna, parlava strascicando le parole.

Della giovinezza sul mare di Livorno

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di Gennaro Rega

In un recente incontro pubblico con lo scrittore romano Paolo Di Paolo, si osservò che il titolo del suo ultimo romanzo costituiva un perfetto endecasillabo (U/na/ sto/ria/ qua/si/ so/lo/ d’a/mo/re/). Dichiarata la involontarietà della scelta, egli, però, aggiunse che era in sintonia con il tema dell’autenticità che il libro voleva evidenziare, perché la poesia deve suonare autentica per essere apprezzata.

Essere Boris Vian

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di Giorgio Biferali

Chissà com’era vivere come Boris Vian. Essere Boris Vian, scrivere romanzi, racconti, poesie, testi teatrali, tradurre autori come Chandler e Strindberg, e soprattutto suonare la tromba, nonostante il fiato e il cuore non andassero troppo d’accordo. Era tutta una musica, la sua vita, sicuramente jazz, quello che suonavano nei locali di Saint-Germain-des-Prés negli anni Cinquanta. Una musica che è durata poco, però, trentanove anni, il tempo di laurearsi in ingegneria, diventare amico di Queneau e nemico di Sartre (Jean Sol Partre ne La schiuma dei giorni), sposarsi due volte, frequentare Duke Ellington, Miles Davis, Orson Welles, pubblicare romanzi con uno pseudonimo, inventare cose come la ruota elastica e immaginarne altre come il piano cocktail, un pianoforte in grado di fare cocktail a seconda dei tasti suonati.

Quando la letteratura è d’acqua

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Il rapporto di Shakespeare con la forza dell’acqua muta nel tempo. In un primo momento, con La dodicesima notte, ne racconta solo conseguenze. Viola entra in scena spaesata, sopravvissuta a un naufragio, e chiede ai pochi superstiti su che terra siano approdati. È convinta che il mare si sia preso suo fratello, Sebastian, così come lui, presente dal secondo atto, crede lei «annegata […] nell’acqua salata». L’immagine della donna sulla spiaggia d’Illiria, seguita da marinai e capitano, pone alle spalle l’esperienza di morte che scatena l’azione e il mutamento: i due protagonisti si muovono sulla scena già cambiati dalla catastrofe, e intenzionati a giocare con quel che resta.

La tempesta, scritta circa dieci anni dopo, si compone degli stessi ingredienti, proposti in dosi diverse. Anche qui, tra primo e secondo atto, due familiari si cedono il testimone del credersi reciprocamente morti. Si ripete addirittura, ma è meno importante, un Sebastian(o). Tutto cambia, però, se si pensa al modo in cui la tempesta, fin dal titolo, acquista centralità: la scena si apre sul mare burrascoso, e i tentativi di mettersi in salvo sono descritti in modo dettagliato. L’acqua, come nella storia di Viola e Sebastian, è un elemento risolutivo, ma qui presentato in azione, nella sua piena, purgatoriale complessità. Alleata di Prospero (che, mago, dialoga bene con gli elementi), nemica di suo fratello Antonio, l’usurpatore. Madre e potenziale assassina.