Sulla scrittura: viaggio tra le lettere di Charles Bukowski

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

Lasciamo dunque la parola a lui, Charles Bukoswki, Buk, Henry Chinaski, il Dirty Old Man, Hank: «Nato il 16/08/1920, Andernach, Germania, non so dire una parola in tedesco, anche in inglese me la cavo male. I redattori dicono, senza motivo: Bukowski, o non conosci l’ortografia o non batti correttamente o forse continui a usare lo stesso stramaledetto nastro della macchina da scrivere». Ancora, più avanti negli anni: «Biog.? Sono folle e vecchio e rimbecillito, fumo come le foreste dell’inferno, ma mi sento sempre meglio, cioè, peggio e meglio. E quando mi siedo alla macchina da scrivere è per scolpire tette su una mucca – una cosa davvero enorme».

California, il nuovo numero della rivista di John Freeman

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“[…] Era anche un tempo in cui le stelle erano tornate di moda / senza che se ne conoscessero il nome o le proprietà fisiche, / ma le si usava per i vaticini o anche solo per diagnosticare / i tratti di personalità. Molti si rivolgevano alle stelle sentendosi abbandonati […]”

La California, la terra del nostro sognare, ma del sognare di tutti. Desiderata meta di viaggio territoriale e interiore. La California dello spazio, degli alberi, dei tramonti, della visione. I giorni che spostano sempre il futuro più in là. Tutte quelle strade di Los Angeles, tutte le salite di San Francisco. La California della musica, degli hippie, del cinema, di Joan Didion.

“Taccuino delle piccole occupazioni”, il nuovo romanzo di Graziano Graziani

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Si potrebbe definire il lavoro di scrittura di Graziano Graziani come un processo continuo di catalogazione: ne sono esempi lampanti i due volumi pubblicati dallo scrittore con Quodlibet, il Catalogo delle religioni nuovissime, racconto dei numerosi culti che continuamente nascono, dal jedismo al culto di Maradona, e Atlante delle micronazioni, descrizione della fondazione e della struttura di piccoli e strani stati. Una narrazione dunque che procede per frammenti, un’idea perfettamente in linea con la nostra contemporaneità che, nella sua vastità di forme e diramazioni, non ci consente di cogliere tutto con un unico sguardo.

Stregati: “Giovanissimi” di Alessio Forgione

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Continuiamo a pubblicare la serie di interviste realizzate da Barbara Belzini per il quotidiano Libertà agli autori dei libri entrati in dozzina al Premio Strega di quest’anno: ringraziamo la rivista e l’autrice.

Il nuovo appuntamento con i libri dei 12 semifinalisti del Premio Strega, che stiamo conducendo grazie al prezioso supporto della libreria Fahrenheit 451 di Sonia Galli, è dedicato a “Giovanissimi” di Alessio Forgione, un romanzo che parte lento e poi cresce portandoci nell’adolescenza del protagonista Marco detto “Marocco”, che da quando la madre se n’è andata vive solo con il padre, a Soccavo, un quartiere di Napoli.

“La scrittura non si insegna”, il manuale atipico di Vanni Santoni

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di Marco Renzi

Quante volte ci sarà capitato di pensare «ci sono più scrittori che lettori»? A me molte, per esempio. Del resto, pare quasi un dato oggettivo, specie in un paese in cui le uscite si moltiplicano e il numero di italiani disposto a leggerle – e a comprarle – rimane fermo. Consideriamo poi che una fetta dei lettori cosiddetti «forti» è costituito dagli stessi scrittori, e in dei casi pure questi ultimi preferiscono di gran lunga la scrittura alla lettura, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Sotto il mirrorball: una storia della disco music

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di Simone Bachechi

Quando la disco music spopolava nelle sale da ballo di tutto il pianeta, nei secondi anni 80, chi scrive era ancora bambino. Il boom della disco c’era già stato e in ogni caso quel bambino, allora adolescente, aveva fatto suo lo slogan “Grazie a Dio è venerdì”, come il titolo del film del 1978 prodotto da Neil Bogart, uno dei mostri sacri della disco music, il produttore della Casablanca Records, casa discografica che ha allevato tanti dei cavalli di razza del genere, film che parla proprio di disco music. Quell’adolescente a quel tempo non aspettava altro che scatenarsi in discoteca, pur avendo ascoltato come primo disco in assoluto pochi anni prima “Dressed to Kill” dei Kiss ed essendosi lasciato contagiare dal glam rock, mentre successivamente andrà in fissa per The Smiths e farà da lì in avanti suo l’inno della band capitanata di Morrissey quando in Panic del 1986 canterà  “burn down the disco, hang the blessed DJ”, scatenando le polemiche di chi vedeva in questo brano un attacco di tipo razzistico verso la musica black, vera fonte di ispirazione del fenomeno disco.

La notte della civetta. Intervista a Piero Melati

Peppino Impastato di Gaspare Nuccio

Fotografia di Gaspare Nuccio.

«Oggi, dopo mille stragi, dopo Falcone e Borsellino, ogni spazio parrebbe chiudersi, non dico all’idillio, ma alla fiducia più esangue. E tuttavia…finché in una biblioteca mani febbrili sfoglieranno un libro per impararvi a credere in una Sicilia, in un’Italia, in un mondo più umani, varrà la pena di combattere ancora, di sperare ancora. Rinunziando una volta per tutte a issare sul punto più alto della barricata uno straccio di bandiera bianca», scrisse Gesualdo Bufalino nella nota Poscritto 1992 contenuta nell’antologia Cento Sicilie.

Alla vigilia degli anniversari dei due eventi, la strage di Capaci e quella di via D’Amelio, che hanno segnato la contemporaneità della storia repubblicana, il giornalista e scrittore palermitano Piero Melati pone con il libro La notte della civetta (Zolfo editore, 288 pagine, 18 euro) domande taciute, che ci fanno evadere dalla riserva indiana nella quale è costretto un pezzo gigante della biografia nazionale. La storia della Sicilia è quella d’Italia. Melati ci libera dalla retorica degli eroi, per leggere le pagine chiare e tentare di decifrare quelle ancora oscure.

Non temere la vampa del sole – su Virginia Woolf

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di Edoardo Pisani Voglio affondare con la bandiera spiegata. Virginia Woolf Nell’estate del 1904, poco dopo la morte del padre Leslie, Virginia Woolf, allora Virginia Stephen, vive una delle crisi più profonde della sua esistenza. È a casa dell’amica Violet Dickinson, che tanto l’ha rincuorata nelle lettere. Ha appena tentato il suicidio, buttandosi dalla finestra, […]

Il cupo corale delle separazioni e delle perdite in Sylvie Schenk

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È diventata una persona che solo di rado pensa alle imperscrutabili possibilità di un precipizio, Louise. Ripercorre la sua vita osservandola sul finire, provando ancora piacere alla vista del verde intenso di un prato, “della luce autunnale che fa emergere il mondo dal grigiore, l’incandescente luce meridiana dell’estate che regala al mondo profili netti, irrevocabili, la luce accecante di una cascata ghiacciata e il luccichio della neve al crepuscolo”.

Ripensa a quella luce capace di abbellire il proprio mondo reale e solido la protagonista di Veloce la vita (Syilvie Schenk, Keller, trad. Franco Filice) nel ripercorrere, ormai anziana, gli anni vissuti nelle Alpi francesi caratterizzati dal difficile rapporto con un padre autoritario e una madre talmente sola da dover sussurrare le proprie angosce agli armadi aperti.

Nuovi modi di raccontare il contemporaneo: Intervista a Shane Jones

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di Cristò

Shane Jones è uno scrittore statunitense di quaranta anni che negli ultimi dieci anni ha pubblicato quattro romanzi apparentemente stravaganti che tuttavia sembrano indicare una possibile declinazione contemporanea della narrativa. Ciò che colpisce nella sua scrittura è la capacità di creare mondi bizzarri ma assolutamente concreti e coerenti e di delineare personaggi fortemente simbolici ma anche profondamente umani. Sempre in bilico tra surrealismo, realismo magico e iper-realismo i libri di Shane Jones si discostano tanto dal verismo del grande romanzo americano, quanto dal postmodernismo di fine Novecento e cercano nuovi modi di raccontare il contemporaneo.