Le Clézio, sotto il cielo di Seul

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

«Senza carta, penna e inchiostro, ho disegnato e scritto le mie prime parole sulle tessere del razionamento del cibo, usando la matita rossa e blu di un falegname. E mi è rimasto un certo gusto per i supporti ruvidi e per le matite semplici», racconta Jean-Marie-Gustave Le Clézio, classe 1940, insignito nel 2008 del Premio Nobel per la letteratura, che non ha perso il senso del viaggio e della scrittura.

Il suo romanzo più recente, appena tradotto e pubblicato in Italia da La nave di Teseo, porta il lettore in Corea del Sud, alla scoperta di Seul, posando sulla città icona della mondializzazione lo sguardo straniero di una donna giovane e tenace, che approda dalla campagna. Bitna, sotto il cielo di Seul (traduzione di Anna Maria Lorusso, 155 pagine, 18 euro) è la storia della ricerca della libertà di una studentessa povera, che però conosce il potere della parola e intravede quello della letteratura.

Non spargere lacrime. Conversazione con Patricio Pron

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Patricio Pron, scrittore argentino che da anni vive a Madrid, si è imposto da tempo come una delle penne più acute e intriganti della letteratura sudamericana.

Tradotto in dodici lingue, pluripremiato (ricordiamo il Premio Cálamo Extraordinario 2016), viene riproprosto in italia dalla casa editrice Gran Via col romanzo Non spargere lacrime.

Un libro che (dobbiamo dire, purtroppo) è di impressionante attualità: ambientato in Italia, in un arco temporale che va dal 1945 ai giorni nostri, passando per l’epoca incendiaria degli anni di piombo, è strutturato con particolare acume e affronta le contraddizioni dilanianti e mai risolte del tessuto ideologico del Dopoguerra.

Mark Fisher e l’inquietante neoliberista

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Pubblichiamo un pezzo uscito su DinamoPress, che ringraziamo.

di Valerio Renzi

In uno scritto datato 25 aprile e intitolato Il lampo, Italo Calvino racconta la vicenda di un uomo che all’improvviso, mentre cammina in mezzo alla strada, è colto da una sensazione che lo pervade: vede il mondo sotto una luce nuova, raggiunge per pochi secondi un piano nuovo di consapevolezza, vede le cose che lo circondano per come sono, scorge la follia e l’insensatezza del mondo e della vita propria e delle persone che gli stanno attorno. Una vertigine di coscienza che presto scompare, facendo spazio al ritorno alla normale percezione delle cose. In Blast, lungo romanzo a fumetti di Manu Larcenet, il protagonista vive qualcosa di simile: momenti in cui tutto si illumina e in cui lui diventa a un tratto consapevole di tutto ciò che lo circonda, lo comprende. Momenti che chiama per l’appunto blast. Precipizi di coscienza che lo porteranno a una vita erratica, lontano dalla società, dove il vuoto del ritorno alla normale percezione è colmato da dolore, solitudine, droghe e alcol, morte.

Giuseppe Pontiggia e la letteratura senza mediazioni

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Corsi e ricorsi della letteratura italiana portano ad una frequentazione maggiore o minore con certi autori: nel caso di Giuseppe Pontiggia, purtroppo, questi meccanismi non hanno generato l’attenzione che l’autore si meriterebbe, certamente inferiore a molti pochi colleghi nel secondo Novecento italiano.

Fortunatamente però le sue opere continuano a venir pubblicate e ad avere un pubblico –  ed esiste anche un Meridiano a lui dedicato: si tratta di una fortuna perché molti dei suoi romanzi sono capaci di parlare in maniera profonda e centrata ancora oggi, uno su tutti lo splendido Il giocatore invisibile, insuperato ritratto di un mondo accademico narcisistico e tragicamente ripiegato su se stesso, raccontato con magistrale distacco ironico.

“Bruciare i giorni”, l’autobiografia tra realtà e finzione di James Salter

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Perché si legge? Per trarre godimento da una storia? Per riflettere? Per sviluppare una coscienza critica? Per dimenticare la realtà? Per dilettarsi di un linguaggio e di uno stile accattivanti? Leggere Bruciare i giorni – l’autobiografia di James Salter pubblicata da poco da Guanda, con la traduzione di Katia Bagnoli – significa fare tutte queste cose: entrare in un universo narrativo solidissimo e verificare la consistenza delle sue fondamenta, saggiare la profondità del suo cielo, prendere possesso dei suoi spazi aperti, sperimentare i suoi contorni, camminare e respirare per i viali ombreggiati della sua narrazione.

Il mondo che impazzisce: “La festa nera” di Violetta Bellocchio

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Photo by Andrei Lazarev on Unsplash

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Il dopo è adesso, il futuro è nel presente e, se pure può apparire paradossale, somiglia tantissimo al passato più arcaico, a una specie di preistoria, al grado zero delle cose: questi i presupposti da cui muove Altrove,la collana diretta da Michele Vaccari e inaugurata di recente da Chiarelettere con un primo titolo, Il grido di Luciano Funetta.

Dalla parte di Baboucar

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Un gruppo di ragazzi nel centro Italia, tra Perugia e Falconara Marittima, colti in due giorni, nell’attesa che il loro destino di richiedenti asilo venga sciolto dai cosiddetti organismi preposti. Baboucar, uno dei ragazzi, è alla testa della banda, come scrive all’inizio di ogni capitolo Giovanni Dozzini, l’autore di E Baboucar guidava la fila (minimum fax), un romanzo di azioni e movimenti, di pensieri e di libertà nella giovinezza, mentre il territorio intorno a loro oscilla tra curiosità, diffidenza, ostilità nei loro riguardi.

Nella narrazione quotidiana contemporanea, come sappiamo, la questione dei migranti occupa uno spazio consistente. E non occorre riportare qui un campione di titoli di giornale o di servizi televisivi per sostenere come in queste narrazioni venga messo in luce, a stragrande maggioranza, l’aspetto di minaccia che gli stessi migranti rappresenterebbero per Gli Italiani. Di tutto il resto – delle vite, ad esempio – sembra importare davvero poco.

Dentro il cielo bianco. “L’uomo che trema” di Andrea Pomella

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Photo by Sasha Freemind on Unsplash

Quando mi hanno parlato della depressione, o, meglio, di ciò che prova chi di quella malattia soffre, ho sempre immaginato un colore, il bianco. Non il bianco abbagliante della neve o quello da riempire di un foglio word, né quello luminoso delle maglie che qualche volta indossiamo per andare al mare. Piuttosto un bianco molto opaco, con alcune sfumature di grigio chiaro, molto simile al colore del cielo che io abbino agli istanti prima del terremoto, perché di quel colore era il cielo su Napoli nei minuti che precedettero il terremoto dell’ottanta. Un cielo dal quale non ti saresti aspettato nulla, né un fenomeno atmosferico, né un suono, e che metteva ansia. Un cielo gonfio di silenzio e attesa, un cielo che mai e poi mai avrebbe lasciato scampo.

Mark Fisher, il weird e l’eerie. Conversazione con Gianluca Didino

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Conversazione con Gianluca Didino, che ha curato la postfazione a “The weird and the eerie” di Mark Fisher (pubblicato in Italia da minimum fax, con la traduzione di Vincenzo Perna).

Dentro «Il gioco del rovescio» di Antonio Tabucchi

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Pubblichiamo un articolo a cura di Andrea Siviero uscito il 26 settembre 2018 sulla rivista Tre racconti, che ringraziamo.