Caligola? C’est moi

È uscito da qualche tempo per Contrasto Stranieri. Albert Camus e il nostro tempo. A cura di Goffredo Fofi e Vittorio Giacopini, con testi di  Piergiorgio Bellocchio, Marcello Benfante, Alfonso Berardinelli, Marco Bresciani, Alessandro Bresolin, Franco Cassano, Nicola Chiaromonte, Francesco Ciafaloni,  Francesco De Core, Marcello Flores, Goffredo Fofi, Vittorio Giacopini, Caterina Grignani, Nicola Lagioia, Alessandro Leogrande, Fabio Milana, Letizia Muratori, Lorenzo Pavolini, Stefano Velotti, e con testimonianze di Albert Camus  e Jean-Paul Sartre.
Con la bella stagione, la mia sul suo “Caligola”.  

L’uomo laser

mirino

Lo scorso weekend, tra i tanti appuntamenti del festival dei libri e della lettura organizzato all’Auditorium di Roma, abbiamo assistito all’incontro con Gallert Tamas, ospite di Libri come per presentare il suo ultimo lavoro, «L’uomo laser. C’era una volta la Svezia» (Iperborea). Si tratta di un reportage-inchiesta su John Ausonius, responsabile nei primi anni novanta di una serie di attentati a danni di immigrati che sconvolsero e gettarono nel panico un’intera capitale europea. Di seguito la recessione di Giuliano Battiston uscita per «il manifesto».  

Nell’estate del 1989 John Ausonius è “un uomo nel fiore degli anni: trentasei”, “il ritratto del successo e della fiducia in se stesso”, abituato a indossare abiti fatti su misura e a spostarsi su una costosa macchina sportiva giapponese. Lavorando duramente come tassista nel corso dell’anno precedente, ha messo da parte un capitale sufficiente per speculare alla borsa di Stoccolma. Guadagna con facilità alte somme di denaro. Sente di rientrare appieno nella definizione più popolare nei secondi anni Ottanta: è uno yuppie, uno young urban professional. Crede nella libertà individuale, nell’iniziativa privata, è contrario al parassitismo sociale, ce l’ha con quei socialdemocratici che sono “quasi riusciti a distruggere il paese con le loro fottute chiacchiere sull’egualitarismo e sul salario uguale per tutti”.

Meglio non leggere

citati

Riproponiamo qui, con alcune glosse a cura di Christian Raimo, un editoriale di qualche giorno fa uscito sul Corriere della Sera.

di Pietro Citati [che potremmo definire la firma del giornalismo culturale più prestigiosa in Italia, oggi in forze al Corriere, dopo anni di collaborazioni a Repubblica, interrotti forse per questo motivo]

Credo che i lettori italiani siano peggiorati negli ultimi trenta-quarant’anni. [Sarebbe interessante capire quale sia la convinzione che porti Citati a scrivere quest’affermazione. Per alcuni critici come Girolamo De Michele o Antonio Pascale che si sono occupati del “citatismo”, la sua cifra precisa è quella di rimpiangere un’età perduta (assolutamente preclusa al lettore) in cui le cose andavano molto meglio e quindi se le cose vanno male oggi un po’ evidentemente e anche colpa del lettore)] La generazione letteraria che pubblicava i propri libri attorno al 1960-1970 è stata la più ricca e feconda apparsa da secoli.

Apocalypse town

town

Nicola Villa ci presenta un saggio uscito qualche settimana fa per l’editore Laterza, di Alessandro Coppola, «Apocalyplse town. Cronache dalla fine della civiltà urbana». Partendo dalle “città fantasma” della regione americana del Rustbelt, da tempo avvilite da un massiccio spopolamento e ormai abbandonate all’autodistruzione dalla stessa amministrazione comunale, passando per la moderna Bufalo e per i deserti alimentari delle periferie di Detroit e Philadelphia, fino agli esperimenti di agricoltura urbana sostenuti a New York, Coppola ci racconta di territori e popolazioni in cui, per necessità, ci si inventano nuovi modelli di vita comunitaria e molto diversi dalla società contemporanea a cui siamo abituati.

Le letteratura, Roma, la resistenza, le donne, la storia, Paola Soriga

In questi giorni è uscito il romanzo di Paola Soriga, «Dove finisce Roma». Lo leggeremo e ne riparleremo. Ma la cosa interessante intanto è capire cosa implica scrivere oggi un piccolo romanzo storico.

Buon compleanno, Gabo

In occasione dell’ottantacinquesimo compleanno di Gabriel García Márquez (ieri, 6 marzo), siamo andati a ripescare negli archivi di minimum fax questa introduzione scritta nel 1996 da Marco Cassini per il libro-intervista pubblicato nella collana “Macchine da scrivere”, che raccoglieva in piccoli libretti tascabili le famose conversazioni della serie “The Art of Fiction”, originariamente pubblicate sulla rivista letteraria americana The Paris Review. L’intervista a Márquez è rimasta nel catalago minimum fax fino al 2009, quando l’editore Fandango ha intrapreso la pubblicazione di quelle conversazioni in volumi antologici (finora sono usciti tre volumi).

Gabriel Garcìa Márquez ottenne il Premio Nobel per la letteratura il 21 ottobre 1982, ricevendone notizia nella sua casa in Messico alle sei e cinque minuti del mattino, quando la moglie Mercedes, svegliata dallo squillo del telefono, gli passò la cornetta dicendo: “Ti chiamano da Stoccolma”. Un anno più tardi, in occasione della consegna a William Golding del medesimo riconoscimento, Márquez ricordò: «Una voce maschile, in uno spagnolo perfetto con un lieve accento nordico, e che si presentò come redattore del quotidiano più importante di Stoccolma, mi disse che l’Accademia svedese aveva comunicato cinque minuti prima la notizia ufficiale».

La famiglia vuota

irlanda

In una recensione apparsa sul «Riformista», Francesco Longo ci invita a leggere «La famiglia vuota», l’ultima raccolta di racconti di Colm Tóibín, scrittore irlandese avventuriero della forma breve.

Facile, per gli scrittori irlandesi. A loro basta descrivere «la semplice bellezza della grigia luce irlandese» per dar vita a pagine grandiose. Potrebbero non raccontare altro, se non il mare e i raggi del sole. Lo sa bene Colm Tóibín, che nella sua ultima raccolta di racconti, La famiglia vuota (Bompiani) inebria il lettore a forza di incanti paesaggistici: «Laggiù le onde erano come gente che combatteva, piene di cognizione e volontà e destino e di una persistente consapevolezza della propria bellezza». Lo sanno benissimo anche i suoi nostalgici personaggi, che sarebbero capaci di nutrirsi esclusivamente della natura d’Irlanda: «Nel frattempo, tutto ciò che ho è questa casa, questa luce, questa libertà e, se ne avrò il coraggio, passerò il tempo a guardare il mare, attento ai suoi mutamenti e ai suoni che produce». Esistono almeno due tipologie di racconti. La prima comprende tutti quelli che emulano gli orologi. Tutto si incastra alla perfezione. La struttura ticchetta senza incepparsi, i dialoghi sono scolpiti, le storie sono arcobaleni di carta: durano pochi minuti e seguono una parabola geometrica. Cechov, Salinger e Carver scrivono usando la clessidra e il compasso. Ci sono poi i racconti in cui l’Imprevedibilità detta il ritmo e stabilisce la rotta della trama. O’Connor, Moody e proprio Colm Tóibín, che fa parte degli avventurieri della forma breve.

Il dolore non è un ciao

Costituente Pd

[Piccola premessa: ho scritto molte volte sulla produzione letteraria di Walter Veltroni, cercando di tenere ben distinto un giudizio sull’uomo politico. Penso che quest’esercizio di onestà intellettuale sia stato per molti versi una mia forma di colpevole tenerezza. Perché, per fortuna, da qualche mese, da più parti vedo emergere una presa di distanza molto critica e molto condivisa per quell’esperienza politica lì. In modi molto spesso elaborati, ma anche in modo molto spesso semplicemente schietti, il giudizio su Veltroni e il veltronismo comincia a essere storico e implacabile. Anche il mio. Ma provate per esempio a vedere i commenti sul sito della Rai dopo la sua intervista a Che tempo che fa? Nonostante questo, Walter Veltroni appunto continua a avere un credito giornalistico incommensurato al suo credito politico. Ieri ha detto quello che ha detto sull’Articolo 18. Posto oggi questo pezzo che avevo scritto per Alfabeta2, che raccoglie anche considerazioni che ho fatto altrove e la cui pubblicazione su minimaetmoralia avrei rimandato a altre occasioni. Ma ieri Veltroni stesso mi ha fornito un pretesto che non avrei voluto.]

La dimensione etica dello spazio in cui abitiamo

lucia

Questa recensione al romanzo di Alessandra Sarchi, «Violazione», è uscita su «Repubblica». La foto è di Lucia Re.

Lo spazio può essere intelligente, così come può essere stupido. Può rivelare una cultura tanto quanto il suo opposto. In ogni caso non è mai neutro, non è mai irrilevante. Perché lo spazio descrive il tempo, è tempo che si manifesta fisicamente: decidere di vivere in un determinato luogo significa decidere la specifica qualità di tempo in cui si desidera abitare.
Con Violazione (Einaudi Stile Libero) Alessandra Sarchi edifica, è il caso di dire, una narrazione sempre consapevole del potenziale rivelatore dello spazio.
Alberto e Linda Donelli vogliono lasciare la città e trasferirsi con i figli in campagna. O meglio in quell’interregno tra l’area urbana iperantropizzata e qualcosa che nel concedere i privilegi degli spazi agricoli conserva una distanza accettabile dal centro abitato. Lo spazio-tempo che hanno in mente è un altrove reale e sano da opporre alla frustrazione di un qui vissuto come finto e insalubre: una nuova fondazione, insomma, uno spazio dal quale far ricominciare il tempo.

Gli scritti senatoriali di Paolo Volponi

volponi

Il libro appena uscito per Ediesse «Parlamenti», raccoglie gli scritti senatoriali di Paolo Volponi e ci ricorda di un’epoca ormai scomparsa, in cui il rapporto tra intellettuali, istituzioni e Palazzo era considerato vitale e necessario. Ci racconta di questo libro Alessandro Leogrande, con una recensione apparsa sul «Riformista».

Paolo Volponi viene eletto in Senato nel 1983, nello stesso anno in cui si conclude l’esperienza parlamentare di Leonardo Sciascia. Ci resterà un decennio, per due legislature e l’inizio di una terza. Dapprima nel Partito comunista, da indipendente, poi in Rifondazione: avrebbe preso la tessera del Pci solo nel febbraio del 1991, per partecipare al congresso della Bolognina.