Niente più culto dei morti nell’Italia del Novecento

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Questo racconto è stato scritto e pubblicato sei anni fa.

di Christian Raimo e Nicola Lagioia

Io e Nicola eravamo stati amici – molto amici, stretti, sodali, soprattutto nei due anni in cui le cose stavano andando talmente a scatafascio che potevamo passare le ore a fare battute sarcastiche sul fatto che non avevamo i soldi per comprarci una corda da agganciare al soffitto.
In un’Italia divorata dalla crisi economica, nel maggio assolato e ventoso in cui per un periodo ci dividemmo un appartamentino a San Giovanni, le cose erano andate più o meno in questo modo: io ero depresso perché ero depresso e Nicola era depresso perché – fuori tempo massimo, nevrotizzato dai sensi di colpa – si stava sputtanando i pochi soldi che gli passava una web-agency facendosi nelle vene. Io lo guardavo con gli occhi abbacinati, abbozzavo meraviglia: preparare tutta quella roba lì, le bustine di cellophane, i filtrini di ovatta, il cucchiaino… Tutti i pulpiti su cui sarei dovuto salire per contraddirlo o almeno biasimarlo mi sembravano troppo alti, e del resto ero convinto che lui ce l’avrebbe fatta perché aveva una fidanzata, Betta, che nonostante tutto gli voleva bene, come lui era convinto che io mi sarei salvato perché avevo una famiglia che mi avrebbe fatto in qualsiasi evenienza da materasso protettivo; ma questo, appunto, non ce lo dicevamo.

Appunti su La Storia, l’innocenza e la colpa

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Carola Susani, autrice di «Eravamo bambini abbastanza», racconta «La Storia» di Elsa Morante in un articolo uscito sull’ultimo numero di «Nuovi Argomenti» dedicato al centenario della nascita della scrittrice romana.

di Carola Susani

In questi giorni rileggevo La Storia di Elsa Morante e mi accorgevo di quanto in profondità quelle pagine si erano depositate in me. Le vicende occorse a Ida, Nino e Useppe, quelle minute e quelle gravi, nell’inverno del 1974, mia madre me le raccontava la sera per addormentarmi. Certo, sorvolava sui momenti più crudi e dolorosi, ma il sentimento del mondo che si respira in quelle pagine, sono sicura, mi è rimasto dentro fin da allora; la saggezza monumentale di Useppe e Bella, la precisione del loro sguardo sulla vita, di assoluta tenerezza.

Mi pare di vivere in un mondo che neanche Kurt Vonnegut avrebbe saputo immaginare

In occasione dell’anniversario della morte di Kurt Vonnegut, pubblichiamo un estratto dal libro «Un uomo senza patria». È in uscita nella nuova collana mini • i tascabili di minimum fax, «Dio la benedica, dottor Kevorkian», un libro che raccoglie le interviste impossibili di questo genio dell’umorismo nero: ventuno dialoghi immaginari con scrittori, scienziati, ma anche uomini e donne comuni, con una prefazione inedita di Francesco Piccolo.

di Kurt Vonnegut

Qualche anno fa mi scrisse una tipa di Ypsilanti, una romanticona. Sapeva che ero un romanticone anche io, vale a dire un inveterato democratico del Nord alla Franklin Delano Roosevelt, amico delle classi lavoratrici. La signora era incinta – non di me – e voleva sapere se era una crudeltà dare alla luce una creatura tanto delicata e innocente in un mondo brutto come quello di oggi.

Umuzungu

tribu

Tre romanzi, usciti da poco in Italia, utili per indagare quella salutare inquietudine che caratterizza il nostro rapporto con l’altro. Carlo Mazza Galanti per «il manifesto».

Umuzungu, toubabu, oyinbo, fauré, umlungu: diversi termini per denotare, nel continente africano, una sola “entità”: l’uomo bianco. Ma quante sono le sfumature del bianco nel corso della storia, nel presente, nella vita quotidiana e sullo sfondo spesso opaco e sfuggente delle società africane? Quante le maschere, quanti gli abiti indossati in terra africana dall’uomo occidentale come individuo e rappresentante della propria civiltà? La letteratura può aiutarci a capirlo.

Altro che Crescitalia, ovvero il Paese di domani si costruisce oggi nelle biblioteche

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di Antonella Agnoli

Il disegno che illustrava il Manifesto per la cultura del Sole, di cui tanto si è parlato, ci mostra un uomo di spalle che guarda al di là di un muro stando in piedi sopra una pila di libri.

Il disegno rafforza il titolo della pagina “Tutti insieme per guardare lontano” ma, come a volte accade, l’opera dice più di quanto l’autore volesse dire.

Nel tempo di mezzo

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La recensione di Giorgio Vasta all’ultimo libro di Marcello Fois, «Nel tempo di mezzo», uscita per «Repubblica».

Nell’incipit del nuovo romanzo di Marcello Fois, Nel tempo di mezzo (Einaudi 2012), il protagonista, appena arrivato a Cagliari dal Friuli dove è nato e ha vissuto in orfanotrofio fino all’età di ventisette anni, rivolgendosi all’impiegato di un ufficio della capitaneria di porto non riesce a pronunciare per intero il suo nome: Vincenzo, riesce a dire, ma il cognome – Chironi – non viene fuori.
Marcello Fois sa che gli uomini sono strutturalmente fratti, spezzati in varie parti che di rado e sempre a fatica riescono a tenere insieme. Sa che per ricucire tra loro i pezzi di un’esistenza ci vogliono anni da attraversare in lungo e in largo, e che spesso una vita sola non basta perché per provare a dare consistenza alle cose servono intere generazioni e servono i racconti che a quelle generazioni danno la parola.
Fois sa dunque che a causa di questa loro natura frantumata la parola degli uomini è incompleta e che tra il nome proprio – ciò che ci individua e ci sostanzia – e il cognome – ciò che ci collega a una storia familiare ma ancora di più alle epoche, al tempo irrisolvibile – c’è un luogo che è una cesura, qualcosa che rischia di essere un vuoto e che ambisce, se qualcuno se ne prenderà cura, a trasformarsi in una trama.

43 anni dopo: un libro e un film

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È uscito da poco nelle sale italiane il nuovo film di Marco Tullio Giordana, «Romanzo di una strage», ispirato (in parte, come si vedrà) al libro di Paolo Cucchiarelli, uscito nel 2009 per Ponte alle Grazie con il titolo «Il segreto di Piazza Fontana»; un film che ha l’ambizioso proposito di ricostruire le vicende italiane accorse nel breve e significativo arco temporale che va dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre del 1969, all’uccisione di Luigi Calabresi, il 17 maggio del 1972. Christian Raimo ha definito quest’opera di Giordana un’occasione mancata, argomentandone qui le sensate ragioni. A seguito di questo suo intervento, abbiamo deciso di recuperare e proporvi in lettura l’opinione, apertamente negativa su libro e film, di un testimone e attore di quegli anni, Adriano Sofri, che in questi giorni ha scritto un istant book, scaricabarile gratuitamente, proprio per fare luce sulle importanti inesattezze della ricostruzione della realtà storica operate prima dal libro, poi dal film ispirato. Di seguito la prefazione e le conclusioni di «43 anni. Piazza Fontana, un libro, un film» di Adriano Sofri.

Richard Yates e l’America degli anni Cinquanta – Un tentativo di indagine

di Marco Mantello

Limitiamoci alla piccola borghesia universale, per favore, lasciamo da parte i poveracci, i clandestini e i pazzi. E ripetiamolo tutti insieme, con convinzione: non è vero che  quando si muore si muore soli.
Se non sei un barbone dickensiano sotto i ponti di Buniago di Maserà, o un vedovo di settant’anni chiuso in casa col telecomando, è molto difficile andarsene senza avere della gente intorno, delle opinioni, finanche azioni od omissioni dirette a gestire in modo più o meno cooperativo il come e il quando morirai.
I reparti di rianimazione degli ospedali sono luoghi affollatissimi.
Nella casa del malato terminale c’è sempre qualcuno, fosse anche solo un’infermiera, una moglie o una colf. Gente che tace, che ha qualcosa da eseguire, gente in visita, amici, preti e animali domestici.

A Firenze si sbuffa

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La recensione di Giorgio Vasta al libro di Vanni Santoni, «Se fossi fuoco, arderei Firenze» (Laterza, Contromano), apparsa in forma ridotta su «Repubblica». 

A Firenze si sbuffa. Di fatica, salendo verso piazzale Michelangelo per osservare la città dall’alto, oppure di impazienza mentre in macchina si manovra per venire fuori dai viali esterni che ti tengono saldamente in ostaggio circolando infiniti intorno alla città. Per una o per l’altra ragione – e per tante altre ancora, non ultima la percezione traumatica di come Firenze sembri ormai perduta a se stessa, cinicamente concentrata sul suo destino autotrofo – a Firenze si sbuffa.

Grazie della foto, e ora? Un’interpretazione candida (ma anche no) dei dati Nielsen sulla lettura presentati dal Cepell giusto ieri

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È un po’ di tempo che ci stiamo occupando del Cepell, ossia del Centro per il libro e la lettura, un organismo fortemente voluto da chi ha a cuore la promozione della lettura in Italia. Il Cepell ha visto la luce solo nel 2008 e ieri in un’attesa conferenza stampa ha presentato il rapporto Nielsen sulla lettura degli italiani relativi al 2011. In questi mesi ci eravamo chiesti se tra le priorità delle attività del Cepell ci dovesse essere quella di fare ricerche di mercato – più utili agli uffici commerciali delle case editrici che ai tanti bibliotecari, per dire, che vivono una situazione di urgenza al di là dell’immaginabile. Comunque, abbiamo aspettato questa conferenza stampa, sperando di venire smentiti. Non è accaduto.