Se la letteratura diventa un gioco

letteratura

Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su «Repubblica», sul libro di Marco Rossari «L’unico scrittore buono è quello morto» (Edizioni E/O).

Il campo letterario italiano è un luogo che sembra esistere ai limiti dell’indicibile. Per qualcuno è un inferno senza vie d’uscita, qualcun altro lo descrive come una zona depressa e deprimente, altri ancora obiettano che pur essendo lontano dal migliore dei mondi possibili è comunque un contesto all’interno del quale si lavora cercando di potenziare ciò che c’è di buono. Raccolte le testimonianze permane la sensazione che quella cosa – il punto nel quale confluisce l’esperienza di chi scrive, di chi decide cosa pubblicare e di chi leggerà ciò che è stato pubblicato – sia invincibilmente opaca. Cercare di comprenderla, continuare a interrogarla, vuol dire votarsi a un’esperienza di frustrazione.

Con L’unico scrittore buono è quello morto (edito da e/o) Marco Rossari sceglie di interrogare la cosa opaca mappandola ironicamente attraverso un libro che ha la forma di uno zibaldone, quasi a sottintendere che è nell’affastellarsi di testi eterogenei – ventidue racconti veri e propri, aforismi, bozzetti, pensieri improvvisi e acutissimi – che si può rendere conto della natura caotica e imprendibile del campo letterario; e che sorridere di ciò che accade – della sua deformazione rivelatrice – serve a produrre una conoscenza critica (e autocritica) dei fenomeni.

Il tic della prole

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Fabio Viola mette a confronto «L’inumano» di Massimiliano Parente (Mondadori) e «Il bambino indaco» di Marco Franzoso (Einaudi).

di Fabio Viola

Massimiliano Parente è un omonimo del protagonista dei suoi romanzi. I due fanno anche lo stesso lavoro – sono entrambi scrittori – con la differenza che il primo è meno famoso del secondo. L’autofiction non è una novità, di scrittori che diventano personaggi ce ne sono a bizzeffe, ma Parente suggerisce che il suo sia un processo inverso, ovvero che sia il personaggio a determinare il Parente scrittore. Nel nuovo libro, L’inumano (Mondadori), il protagonista – appunto, Massimiliano Parente, autore degli stessi libri del Parente scrittore – su pressioni della sua editrice vuole partecipare al premio Strenna, e pur detestando l’intera baracconata si presta a svendersi presso i giurati, una serie poderosa di nobili decrepiti e allupati, ai quali cede il suo corpo e ciò che resta della sua dignità. Allo stesso tempo un omonimo del protagonista omonimo di Parente è prigioniero di qualcuno o qualcosa, e in un contesto temporale (in)determinato dal rapido succedersi di ere zoo-geologiche, viene torturato, seviziato, violentato, eccetera.

Che cos’è letteratura per il Festival delle Letterature?

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Ieri si è inaugurato il Festival internazionale delle letterature a Massenzio, a Roma. A un certo punto della serata Ambra Angiolini ha letto dei testi di Calvino. A un certo punto il tweet del festival chiedeva: “Avete qualche domanda per #AmbraAngiolini?”. A un certo punto della serata Silvia Avallone ha letto il testo che segue. Fate voi. Christian Raimo

L’amore e il test (di gravidanza)

Sì, diceva il test. Un trattino azzurro, elementare, come una virgola tra due parole. C’era un prima, adesso, e un dopo. Lei stava nel mezzo, barricata in bagno da più di un’ora. Il paese contava 450 anime a malapena.
Se se ne fosse aggiunta una, se ne sarebbero accorti tutti. Rosa si lasciò cadere sul bordo della vasca, ci scivolò dentro. Continuava a stringere il responso tra le mani, il risultato della sua disubbidienza. Il rumore della legna spaccata dai suoi fratelli cadeva a intervalli regolari fuori dalla finestra.

Dominguín e il rosa di Picasso

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Pubblichiamo una recensione di Matteo Nucci, uscita sul «Messaggero», a proposito del libro «Per Pablo», scritto da Dominguìn, il torero marito di Lucia Bosè, per Pablo Picasso.

“Pablo è un uomo assai complesso, come tutto ciò che è semplice, come tutto ciò che è reale”. Si apre così un libriccino meraviglioso dedicato a Pablo Picasso fin dal titolo, Per Pablo (0 barra 0 edizioni, pp. 53, euro 6). A scrivere è un uomo che non sa scrivere e non sa cosa deve scrivere e non sa perché deve scrivere. E che finisce per scrivere pagine superbe. Forse perché l’unica cosa che sa è che l’arte a cui lui stesso si dedica “è il risultato di una difficile facilità, l’effetto di una tecnica che ci dona l’aria di essere naturali, addirittura di improvvisare”. Dunque qualcosa di molto simile all’artista a cui dedica le sue righe. Luis Miguel Dominguín ha trentasei anni nel 1960, quando Picasso gli chiede di inviare con urgenza qualcosa di scritto da pubblicare in apertura del suo album Toros y toreros. È sposato con Lucia Bosè da cinque anni e sta per diventare padre per la terza volta. È uno dei matador de toros più importanti di Spagna e certo fra i toreri è quello su cui circolano le storie più mirabolanti, relative soprattutto alle sue conquiste: Ava Gardner, Lana Turner, Rita Hayworth, Lauren Bacall, su tutte. Ma nel momento in cui scrive per Picasso c’è ben altro in ballo. Qualcosa che ha a che fare con l’amicizia, l’arte e l’immortalità.

Berlin calling

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Francesco Longo recensisce «Berlino Zoo Station» di Massimo Palma (Cooper editore).

Berlino chiama. Filosofi, rockstar, turisti e giraffe rispondono. Si possono sempre leggere le città come testi, e ognuno può interpretarle semplicemente percorrendole a piedi o scegliendo una panchina da cui ammirarle. Se ogni guida di un luogo offre un’interpretazione nuova, una metropoli come Berlino, città contraddittoria, sdoppiata e ricucita, ha bisogno di tante letture e moltissime versioni per essere sviscerata e vissuta pienamente. L’ultimo libro che scandaglia il senso profondo di questa equivoca capitale è stato scritto da Massimo Palma e si intitola, in modo emblematico, Berlino Zoo Station (Cooper editore, pp. 224, 13 euro).

Bisogna dire subito che questo testo provoca vertigini ed è una guida fedele della città proprio perché di continuo fa smarrire il lettore. Per inseguire le curve a gomito della storia di Berlino, e per restituire i conflitti lancinanti che l’hanno ferita – e da cui è risorta mille volte – si deve, per forza, stordire e disorientare chi legge. Massimo Palma ammette subito che il filo d’Arianna che offre per affrontare questo groviglio di emozioni e di strade è un filo danneggiato. Ecco la tesi spericolata da cui tutto ha origine: «Un filo rosso, spezzato, conduce dal 1991 degli U2 al 1806 di Hegel attraverso eventi apparentemente distanti e protagonisti disparati». Questo sottofondo captato dall’autore sarebbe precisamente uno spirito animale che ciclicamente si fa sentire in città.

Tutti alla ricerca di Lester Bangs [Le radici della traduzione di Deliri, desideri e distorsioni]

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In occasione del trentesimo anniversario della morte di Lester Bangs, pubblichiamo una nota della sua traduttrice Anna Mioni. 

di Anna Mioni

Tradurre Bangs è un’esperienza totalizzante: Lester Bangs è il più grande critico rock di tutti i tempi. Si è già parlato molto della sua vita; queste saranno invece delle istantanee sull’esperienza di tradurre la sua prosa. Bangs era anche scrittore versatile su qualsiasi argomento in qualsiasi stile, e alla critica musicale alternava osservazioni sociologiche e personali. I suoi libri quindi sono vera letteratura e non solo roba per addetti ai lavori. Chi legge letteratura “seria” spesso snobba la critica rock, ma per lo zio Lester vale la pena di fare un’eccezione. Accidenti se ne vale la pena. I suoi libri sono un affresco a tutto tondo dell’America di quegli anni, in pura prosa beat, e accumuli di microcosmi stilistici. Ci si può sguazzare dentro per mesi alla ricerca di stimoli e riferimenti.

James Franco in arte Re Mida

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Pubblichiamo un articolo di Tiziana Lo Porto, uscito su «D – La Repubblica delle donne», su James Franco, da poco in libreria con «In stato di ebbrezza».

Parlando di Truman Capote e delle sue frequentazioni extra-letterarie, qualcuno negli anni Sessanta ebbe a dire: “All writers are starfuckers”. Cioè, gli scrittori hanno un debole per le celebrità, o, più alla lettera: non c’è scrittore che non si scoperebbe una star. Lecito dunque domandarsi cosa succeda nel caso in cui lo scrittore sia già una celebrità. James Franco, per esempio. Che succede quando una star del cinema idolo delle teenager si trasforma di colpo in scrittore di racconti? Diventa “fucker “di se stesso? Da traduttrice del suo libro (In stato di ebbrezza, minimum fax, 14 euro, in libreria da pochi giorni), mesi fa ho chiamato James Franco al telefono per chiedergli un paio di cose sui racconti. Superata la parte in cui lui m’ha chiesto se mi fosse piaciuto il suo libro, io gli ho detto che sì, mi era piaciuto moltissimo, lui s’è rallegrato e m’ha detto che se era così mi avrebbe fatto leggere anche il prossimo, io l’ho ringraziato, e così via di convenevoli per una buona decina di minuti, abbiamo speso i successivi venti a parlare solo ed esclusivamente della traduzione.

La danza sopravvissuta dei sentimenti

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Fabio Stassi recensisce «Gli addii» di Juan Carlos Onetti (SUR).

Immaginate una periferia senza nome. E una corriera che periodicamente vi si ferma. L’ombra di un sanatorio. Il bancone di un bar. Le mani di un nuovo arrivato, mani piene di pudore eppure spudoratamente disperate, sporche di quello sgomento che segue la lotta, e la resistenza. Le mani di un uomo che non si curerà.

Immaginate di seguire le sue scarpe lucide mentre si impolverano, di vederlo spedire due lettere al giorno a due donne diverse, bere un caffè, una birra gelata, un bicchiere di gin.

Contro il new age?

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Pubblichiamo la recensione di Nicola Villa, uscita sull’ultimo numero della rivista «Gli Asini», sul libro di Marco Franzoso «Il bambino indaco» (Einaudi).

Sono almeno tre le letture possibili de Il bambino indaco, il nuovo romanzo di Marco Franzoso uscito quest’anno per i “coralli” dell’Einaudi: la prima eminentemente letteraria, sulla capacità della letteratura di raccontare il male; la seconda politica, circa la potente metafora generazionale che si desume dalla vicenda narrata; la terza educativa, perché il libro solleva una serie di domande sul senso di partorire, di crescere e di allevare un nuovo nato oggi, in un mondo che appare compromesso nelle sue risorse naturali soprattutto per l’immediato futuro.

La cantilena del Pamano

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Pubblichiamo una recensione di Fabio Stassi su «Le voci del fiume» di Jaume Cabré. Tradotto dalla Nuova Frontiera, è stato ristampato con il marchio BEAT, Biblioteca degli Editori Associati di Tascabili, nel 2011.

Il Pamano è un torrente della Catalogna. Nasce nel versante sud del Montsent de Pallars, e si muove tra creste, gole e valloni lungo un percorso tortuoso. Lo chiamano il fiume dai mille nomi. Da quelle parti si dice che chi sta per morire sente la sua voce anche molti chilometri lontano. Perché la sua voce è un annuncio e un presagio, come nei sogni.

Da quando Jaume Cabré lo ha trasformato in un romanzo, il Pamano è inciso nel grande atlante della letteratura, vicino al Tago di Pessoa e di Saramago, al Serchio, al Nilo e all’Isonzo di Ungaretti, al Congo di Conrad, al Mississipi di Twain, ai fiumi profondi di Arguedas… e l’elenco potrebbe continuare per decine di righe perché i rapporti tra scrittura e corsi d’acqua sono antichi e pieni di cerchi e di risonanze, hanno origine nello Stige e nell’Acheronte, toccano il Rubicone e il Don, corrono sul letto del Danubio o accanto all’Adda e al Po, al Tamigi e alla Senna, alla Moskova e al Rio delle Amazzoni, allo Jangtsekiang… il Pamano, tra questi, è solo un piccolo ruscello che scende giù dai Pirenei verso piccoli paesi abitati da maestri elementari, tonache di preti, uniformi e nobildonne impossibili dall’odore di tuberose. Un riu che trascina ancora i detriti di tutto quello che è successo di fianco alle sue anse e che da una sponda confina con le leggi universali dell’oblio, las leyes del olvido, dall’altra subisce la risacca di memorie tragiche e sanguinose.