Intervista a Sergio Álvarez

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

“La morte è sempre associata a una cifra, non possiamo nominarla senza metterle davanti un numero”. Così lo scrittore colombiano Sergio Álvarez, che nel titolo del suo terzo monumentale romanzo davanti alla parola morte ha messo un 35. “Dal momento che la storia racconta trentacinque anni della Colombia”, continua lo scrittore, “ho giocato con l’ironia, e già nella prima pagina del libro si supera di gran lunga il numero di morti evocati dal titolo”. 35 morti (La Nuova Frontiera, pp. 480, 19 euro) è un romanzo pubblico e privato, che del protagonista racconta la vita (dal 1965, quando nasce, al 2000), e della Colombia tutte le contraddizioni della seconda metà del Novecento. Dentro ci sono viaggi, c’è criminalità, amore e violenza, e la capacità di incantare il lettore narrando. Dieci anni per scriverlo, raccogliendo materiale d’ogni sorta per costellarlo di verità e storia. Ancora Álvarez: “Dieci anni per scoprire che non si finisce mai di scrivere un romanzo e che bisogna solo abbandonarlo e metterlo in mano agli editori”.

In territorio nemico

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Vogliamo ricordare la Liberazione con un brano tratto dal romanzo In territorio nemico di Scrittura Industriale Collettiva. Buon 25 aprile a tutti.

Una colonna era partita da Parma alle tre di notte del 24 ottobre. L’ordine era di scendere verso la Toscana. Tutti i paesi su quella tratta erano covi di fiancheggiatori delle bande partigiane, tuttavia per quella volta i banditi nascosti nei boschi del Penna e del Maggiorasca sarebbero stati fortunati: il rastrellamento riguardava i ribelli nascosti dalla parte sotto la Cisa, nell’alta Lunigiana. In ogni caso i tedeschi della Wehrmacht, gli italiani della Monte Rosa e le SS al seguito svegliarono più di un paese a fucilate, e in uno addirittura catturarono un maestro di scuola, lo impiccarono sulla piazza della chiesa e ripartirono sparacchiando verso il crinale tosco-emiliano. Poco sotto il passo l’autocolonna si fermò. Metà degli uomini scese in strada e si dispose ai due lati della rotabile. Si allargarono a ventaglio e risalirono i radi castagneti, verso le creste sommitali. Due camicie nere sulla quarantina, aggregate alla truppa, scesero dal camion di testa per farsi una pisciata e tirar giù un paio di sorsi di grappa.

Così il comunismo si fece oggettivo

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Questo pezzo è uscito sul Sole 24 ore.

Nelle prime righe di Cose trasparenti, Vladimir Nabokov propone una riflessione sul legame che è possibile instaurare con gli oggetti che ci circondano: «Quando noi ci concentriamo su un oggetto materiale, ovunque esso si trovi, il solo atto di prestare ad esso la nostra attenzione può farci sprofondare involontariamente nella sua storia». Vale a dire che nel momento in cui si sceglie di non proteggersi attraverso una percezione ordinaria dell’ordinario, ogni oggetto materiale – da una semplice matita (come avviene nel romanzo di Nabokov) a, per esempio, un berretto (come nell’incipit di Madame Bovary) – si trasforma in un cratere in cui è impossibile non sprofondare.

L’inabissamento nella storia materiale e culturale delle cose è il metodo di cui si serve Gian Piero Piretto, docente di Cultura russa presso l’Università degli Studi di Milano, nel suo La vita privata degli oggetti sovietici. 25 storie da un altro mondo (Sironi Editore). Un inabissamento che parte da una conoscenza profonda – storico-sociale tanto quanto sentimentale – degli oggetti raccontati, senza mai indulgere né in un motteggio ironico fine a se stesso né alla moda inerziale della ostalgia, vale a dire la nostalgia – via via che passano gli anni sempre più frusta – nei confronti degli stili della ex DDR. Piretto è consapevole che ogni oggetto è il risultato nonché la scaturigine di una serie di azioni, discende da un contesto, ne genera di ulteriori, descrive chi lo circonda, respira l’aria del tempo, rivelandosi dunque l’epifenomeno di una storia significativa.

Il volto dell’India

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Questo pezzo è uscito su Lo straniero di marzo. (Fonte immagine)

C’è cattivo e buon giornalismo, dice il reporter polacco Kapuscinski a Maria Nadotti nella conversazione poi inclusa in Il cinico non è adatto a questo mestiere (edizione e/o). Il cattivo giornalismo è quello che si limita a descrivere i fenomeni, che si ferma alla superficie delle cose, che si accontenta di gettare uno sguardo approssimativo e che presume, così, di aver adempiuto al proprio dovere. Il buon giornalismo invece è quello che descrive per comprendere, quello che parte da una domanda, da un interrogativo, da un’ipotesi e non da una tesi di cui cerca solo conferma. Il buon giornalismo è quello che cerca risposte autentiche andando a scovare le storie, per poi tessere le voci raccolte in un mosaico che punta non solo all’informazione, ma alla riflessione.

La notte dell’uragano

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Questo pezzo è uscito su Rolling Stone.

“Lo so che siete venuti tutti a vedere me. Bob Dylan non è così famoso”. Sul palco del Madison Square Garden il campione del mondo cercava di affermare la propria superiorità sul cantante mingherlino che tra poco avrebbe chiuso la prima parte del suo tour più leggendario.

Nati a otto mesi di distanza l’uno dall’altro, Bob Dylan e Muhammad Ali avevano in comune un cambio di nome e l’eroica determinazione nel non volere restare inglobati dalla cultura dominante e idolatrante. Eppure quella sera, al Madison Square Garden, erano venuti tutti a idolatrarli.

John Williams – Tra Melville e McCarthy

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

Sperduta nel Kansas, Butcher’s Crossing nel 1870 è una manciata di baracche di legno tagliata in due da una strada sterrata. Maniscalco, barbiere, emporio, hotel, saloon e bordello costituiscono l’ossatura di questo villaggio, assieme all’uomo che sembra rappresentarne il futuro: J.D. McDonald, ricco commerciante in pelli di bisonte.

È proprio di McDonald che è in cerca William Andrews, ventenne studente dell’est, quando un mattino di primavera scende dalla diligenza che lo ha accompagnato nell’ultima tappa del suo lungo viaggio da Boston. Ha in tasca una lettera del padre, una specie di raccomandazione. Ma non cerca lavoro. Non scommette sul successo nel nuovo mondo. Ha lasciato Harvard per inseguire ben altro: qualcosa che ha a che fare con se stesso e con la sfida della natura.

Recensioni in forma di suggestione 09

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Questa rubrica racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli. (Immagine: Antoni Tàpies)
Recensioni in forma di suggestione 09: Sintesi (Carmelo Samonà)

Non mi ricordo quando successe, ma so che a un certo punto me ne accorsi. Le azioni si sviluppano negli interstizi del tempo, e un tempo dilatato oltremodo concede possibilità inaspettate, che la mente coglie e restituisce alla mente.

Trascorrevo le mie giornate con naturale indifferenza a ogni forma di azione o iniziativa, scivolando sulle scale per tre piani ogni mattina e risalendole alla sera. Così, ogni giorno uguale per non so quanto tempo, in un costante presente che ha reso il mio tempo puntiforme, nell’illusione che tra spazio – lo spazio della mia casa – e tempo, quello fuori dalla casa, esistesse una relazione più ampia della mia interiorità.

A viso coperto e L’arena dei perdenti

Foto di Pablo Rojas Madariaga

Questo post indica prima alcuni aspetti liminari, paratestuali e illustrativi, e offre quindi un breve giudizio critico su due nuovi titoli di Einaudi Stile Libero: A viso coperto di Riccardo Gazzaniga e L’arena dei perdenti di Antonin Varenne.

Polar, noir, poliziesco, giallo e calcio

L’arena dei perdenti e Varenne vengono presentati nell’edizione italiana come, rispettivamente, un romanzo “degno dei capolavori di Jean-Claude Izzo” e il “miglior esponente del noir francese di inizio millennio”, sia per l’influenza che quella scuola ha esercitato ed esercita sui nostri giallo-noiristi (un esempio tra i tanti: Massimo Carlotto ambienta il suo ultimo romanzo, sempre pubblicato in Stile Libero, a Marsiglia e abbonda in omaggi a Izzo), sia per l’apprezzamento che il marchio noir francese, nonostante ogni sorpasso scandinavo, continua a ottenere in Italia (Einaudi ha ancora in catalogo opere degli anni Settanta e Ottanta di Manchette e Jonquet, spesso pubblicate originariamente nella Série noire di Gallimard).

Il grande Gatsby di J.R. Moehringer

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Quando Andre Agassi lesse il primo libro di J.R. Moehringer, Il bar delle grandi speranze (Piemme), lo trovò straordinario e contattò l’autore. Da quell’incontro nacque un secondo libro, Open, scritto da Moehringer e Agassi: un caso editoriale internazionale. Il terzo libro di Moehringer si intitola Pieno giorno (Piemme, pp. 471, euro 19,50) è appena uscito in Italia e Agassi è il primo tra i ringraziati. Autobiografia di un aspirante scrittore il primo, biografia di un tennista controverso il secondo, il terzo racconta la storia di Willie Sutton: rapinatore di banche che ha attraversato il Novecento americano. Sutton è uno scassinatore leggendario, un disonesto contrario alla violenza e amante della grande letteratura. Le tre vite raccontate da Moehringer sono diversissime ma hanno in comune l’amore per donne inaccessibili. Giovanissimo, Willie Sutton si innamora di Bess: «Lei è biondo cenere (…), ma nella luce autunnale i suoi capelli hanno ogni possibile sfumatura di giallo». Nel destino di Agassi c’era l’incontro con Steffi Graf e nel Bar delle grandi speranze la crescita di Moehringer avveniva per strettoie sentimentali. Con Pieno giorno Moehringer completa dunque una segreta trilogia sull’amore.

Zerozerozero: se il libro diventa un’eucarestia

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È strano, sono stato la prima persona a pubblicare in Italia, in un libro, un pezzo di Roberto Saviano: era il 2004, un suo racconto uscì in un’antologia che editai per minimum fax. Nel 2004, un anno prima di Gomorra, Roberto Saviano era il giovanissimo autore praticamente inedito a cui tutti i migliori scrittori e giornalisti volevano fare da padri, da mentori, da fratelli maggiori; a cui tutti gli editori avrebbero voluto pubblicare un libro, riconoscendogli quasi come un dono di natura portato – nella terra arida del giornalismo disimpegnato e nella narrativa ombelicale – un talento affabulatorio incredibile e insieme capacità di analizzare i fenomeni criminali non solo dal punto di vista letterario ma anche da quello sociologico, storico, economico. Ma sopratutto Saviano era quello che metteva in gioco la sua persona, il suo corpo, che a Casal Di Principe ci aveva vissuto, che nei posti delle faide napoletane c’era stato, che i quartieri della camorra li batteva palmo a palmo, che aveva la sfacciataggine di esibire la distanza da un padre forse troppo accondiscendente con la mafia. Piaceva; piaceva a chiunque leggesse i suoi pezzi su Nazione Indiana o su Diario; era alla mano, autocritico, coraggioso, ma anche attentissimo rispetto all’esito dei suoi pezzi.