Immagini del Buddha

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Foto di Paolo Pecere.)

Centinaia di Buddha di diverse grandezze, illuminati da aureole lampeggianti, circondano l’enorme stupa dorato a forma di campana dello Schwedagon Paya di Yangon. Lo sguardo salta tra padiglioni e altari tutt’intorno e, anche se questa moltiplicazione di statue rievoca forse le molteplici incarnazioni del Buddha (più di 500 secondo la tradizione), rimane un senso di profonda incomprensione. Centinaia di birmani suonano campane, lavano le statue o siedono in meditazione, producendo soltanto un brusìo ovattato. Il sacro è un sottinteso diffuso, non si concentra in un oggetto o in un gesto, come se le persone che percorrono in circolo il perimetro della pagoda mettessero in atto l’insegnamento del Buddha: “tutte le cose composte sono impermanenti”.

Librai

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Da settembre Paolo Cognetti sta girando l’Italia per presentare Sofia si veste sempre di nero. Pubblichiamo un pezzo, uscito sul suo blog, in cui racconta alcuni dei librai che ha incontrato.

di Paolo Cognetti

Quella di Sansepolcro aveva fatto l’ostetrica per tutta la vita. Negli anni Settanta, a Firenze, aveva fondato un ambulatorio femminista, che promuoveva il parto in casa e aiutava le donne a praticarlo. Poi si era sposata, aveva avuto tre figli, si era trasferita lì con la famiglia. Anni dopo il marito e i figli se n’erano andati, lei invece aveva aperto una libreria con alcune ragazze più giovani. Mi disse che di quelle ragazze si sentiva un po’ la mamma. Che l’ostetrica e la libraia non le sembravano mestieri poi tanto diversi. Dei suoi figli parlava con orgoglio: uno stava cominciando a esercitare come medico pediatra, l’altra studiava diritto internazionale a Londra, il terzo aveva coltivato il sogno di fare il musicista e inseguendolo si era un po’ perduto.

Storie, storie delle mie brame. I fratelli Grimm: la morale è nella bellezza

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In occasione del bicentenario dell’uscita della prima edizione del primo volume delle fiabe dei fratelli Grimm pubblichiamo un articolo di Emilia Zazza uscito su Orwell. (Immagine: Fabian Negrin.)

di Emilia Zazza

Se c’è una cosa che i bambini non sopportano è che si faccia loro la morale. “(…) quello che i bambini non afferrano e che scivola via dalla loro mente, lo capiranno in seguito, quando saranno pronti ad apprenderlo. È così che avviene ogni vero insegnamento che innesca e illumina tutto ciò che era già presente e noto(…)”. È il 1813 e a parlare non è un pedagogo visionario dell’epoca, ma un filologo, Jacob Grimm, autore, con il fratello Wilhelm, della famosa raccolta di Fiabe, forse la più famosa al mondo, che in una lettera, immediatamente prima, si chiedeva: “Le fiabe per i bambini sono mai state davvero concepite per i bambini? Io non lo credo affatto e non sottoscrivo il principio generale che si debba creare qualcosa di specifico appositamente per loro”. Con queste parole Jacob interveniva, a sostegno del fratello, in una discussione suscitata dalla pubblicazione della prima edizione del primo volume del loro Kinder und Hausmärchen, avvenuta nel 1812,  seguita poi nel 1815 dal secondo volume.

New Realism: Un dialogo con Antonio Gramsci

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

Pausa caffè: mi appare il fantasma di Antonio Gramsci. Mi chiede spiegazioni sul “nuovo realismo” di cui si parla molto sui giornali italiani; con un gesto di preghiera, mi ricorda la battuta di Maurizio Ferraris: è uno Spettro che si aggira per l’Europa!. La domanda è inevitabile. I convegni sul nuovo realismo si susseguono negli ultimi mesi al ritmo di urgenti vertici politici internazionali (New York, Torino, Bonn, Freiburg). Da ultimo se n’è parlato a Roma alla Fondazione Rosselli il 19-20 Novembre, a proposito di una batteria di libri tra cui Il senso dell’esistenza di Markus Gabriel (Carocci), La filosofia nell’età della scienza di Hilary Putnam (Il Mulino) e la miscellanea a cura di Mario De Caro e Maurizio Ferraris, Bentornata realtà (Einaudi). Nell’ultima sessione il discorso è passato sul piano politico, a partire da Quale filosofia per il Partito Democratico e la Sinistra? (a cura di Luca Taddio) e l’ultimo numero di Alfabeta2.

Leggere sul fondo delle scatole

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Dan Mountford.)

Piccole foto sfocate in bianco e nero che ritraggono un mito: quello di mettersi in contatto col passato grazie a paesaggi e ritratti. Foto in bianco e nero e vecchi dipinti nel libro di W.G. Sebald, Soggiorno in una casa di campagna (Adelphi). Foto e ritagli di giornali nel nuovo libro di Lorenzo Pavolini, Tre fratelli magri (Fandango).

La loro uscita simultanea in libreria è frutto del caso (il libro di Sebald è del 1998), eppure, ad un lettore che per sbaglio li leggesse insieme apparirebbe inevitabile cogliere un legame tra i due testi. Pavolini e Sebald condividono la stessa dedizione nel rimettere insieme le vite dei personaggi lavorando con i frammenti, l’intuizione che sono i luoghi a raccontarci chi li ha percorsi (più che il contrario) e la consapevolezza che la letteratura è un mostro che dà il suo meglio quando avanza con la testa rivolta all’indietro. Il narratore di Pavolini si racconta così: «Compreso com’ero nel ruolo di chi vuole riunire ciò che naturalmente si disperde, stavo impalato sulla spiaggia ad aspettare. Ci sarei rimasto anche tutta la vita». Sebald, di un’altra generazione, è il maestro assoluto della rievocazione, è lo scrittore che per eccellenza lotta contro la forza centrifuga che spinge il Passato lontano dalla memoria, verso la nebbia. Il loro nemico comune è l’oblio.

Don Milani e i giornalisti

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Questo pezzo è uscito su Pubblico.

Una lezione di coerenza. Adele Corradi ha insegnato per anni a Barbiana insieme a don Milani e a quell’intensa esperienza, che le ha cambiato la vita, ha dedicato un bel libro di memorie: Non so se don Lorenzo (Feltrinelli).

Quando le ho chiesto, qualche giorno fa, al termine di una presentazione del suo libro a Perugia, come don Milani si comportasse con i giornalisti (li faceva venire a Barbiana? quali accettava e quali no? sentiva la necessità di proteggere la “sua” scuola dall’invasione mass-mediatica, e quindi dal rischio che egli stesso fosse trasformato in un personaggio?), Adele Corradi mi ha dato una risposta fulminante. “Fosse per me, diceva don Lorenzo, non li farei venire. Ma lo faccio per i ragazzi, perché possano incontrarli e discutere con loro.” Così, ha aggiunto con un sorriso, il giorno dopo avrebbero visto in quali e tanti modi, scrivendone, si può stravolgere la realtà.

Scrivere del mondo

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Abelardo Morell.)

Oggi si fa una gran discussione intorno alla non-fiction. Qual è il confine tra giornalismo e letteratura? È possibile individuare una linea di demarcazione o piuttosto una terra di mezza al cui interno, a sua volta, prendono corpo percorsi differenti tra loro? Fino a che punto è consentito attraversare i confini? Dove si colloca l’io in tutto questo (l’io che osserva, l’io che agisce, l’io che narra)? Grande è la confusione sotto il cielo, specie in Italia, tanto che converrebbe mettere un po’ di ordine nel discorso.

Teorie, apostrofi e ippocentauri: i matti da inventare

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Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Simon Prades.)

Se ne stanno seduti al tavolino di un bar, impegnati a prendere appunti in un angolo in penombra, ogni tanto un’occhiata veloce alla porta d’ingresso – il nemico ci ascolta. Oppure in metropolitana, lo sguardo inchiodato a compulsare le pagine di un libro, la mano che traccia schemi sui bordi stropicciati, ogni segno un’abrasione. Al ritorno a casa si chiudono in una stanza e scrivono. Settimane, mesi, anni. A volte una vita intera per mettere insieme l’opera definitiva. A quel punto la spediscono a qualcuno che avrà il dovere di riconoscerla e di diffonderla. Negli archivi delle case editrici ci sono castelli di fogli pieni di intuizioni decisive, di rivelazioni ultime. Il senso del mondo – no, dell’intero universo – concentrato in un centinaio di pagine e miracolosamente rivelato ai nostri occhi.

Anatomia della vergogna

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Questo pezzo è uscito sul manifesto. (Immagine: Sally Mann.)

«Shame, shame, shame on you» («vergogna, vergogna, vergogna»). È stato questo uno degli slogan più diffusi tra i manifestanti che hanno dato vita a Occupy Wall Street. Una denuncia morale e insieme politica, rivolta alla classe dirigente, all’élite politica e finanziaria, alla cinica oligarchia (l’1% vs il 99%) ritenuta colpevole di aver difeso i propri interessi, il particulare guicciardiniano, invece di promuovere e garantire uguaglianza e benessere collettivo. Ma che differenza c’è tra il ricorso alla vergogna da parte degli occupanti di Wall Street e quella del campione dell’«Italia della corruzione, dell’imbroglio, dei familismi, dell’evasione fiscale», l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che a più riprese ha gridato «vergogna, vergogna, vergogna!», rivolgendosi all’opposizione, alla magistratura, alla stampa critica, a chiunque si opponesse anche solo timidamente al suo prometeismo autoritario? Chi può arrogarsi il diritto di stabilire cosa debba essere considerato vergognoso? Cosa distingue il buon uso della vergogna, espressione di una passione politica, «una passione del Sé e del proprio essere con gli altri, del radicamento nella vita quotidiana», dal cattivo uso della vergogna, espressione di risentimento e rabbia, volta a distruggere la coesione sociale?

Gellert Tamas e le regole del giornalismo investigativo

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Questo pezzo è uscito su IL. (Immagine: Pontus Lundhal.)

Svedese, di origine ungherese, nel 1989 Gellert Tamas lascia un lavoro alla Croce Rossa per andare in Ungheria a cercare le sue radici, incappa nel crollo del comunismo e dà così via alla sua carriera di reporter. Tornato in Svezia mesi dopo, la trova cambiata: dalla vocazione alla neutralità e all’accoglienza il paese si ritrova spaventato dalla decisione dei socialdemocratici di aprire le frontiere e dare asilo a ottantamila profughi della guerra in Yugoslavia. Ma la Svezia non si riconosce xenofoba e impaurita, e Gellert è in poca compagnia quando decide di scrivere di violenze razziali: la polizia ancora non classifica come tali nemmeno i lanci di molotov contro i centri per l’accoglienza dei rifugiati.