Il calcio è diseducativo

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

Si dice che i calciatori debbano stare attenti ai loro comportamenti perché rappresentano un modello per i giovani che li guardano, ma in realtà si intende che quello calcistico è un pubblico bambino perché le passioni sono questioni di pancia e non di testa. Il calcio è un argomento viscerale per cui non vale la pena articolare una narrazione complessa, al tempo stesso è bene ricorrere a modelli positivi e negativi a cui i piccoli italiani (in senso magari solo metaforico) possano far riferimento.

“Il calcio è semplicità” è lo slogan del Manuale del calcio (Fandango), inedito fino ad oggi, di Agostino Di Bartolomei. Il figlio Luca dice di averlo tirato fuori dal cassetto per rendere partecipi bambini e ragazzi “delle sue esperienze di calciatore e allo stesso tempo di uomo che ha fatto delle regole, dell’etica sportiva, un personale comandamento: un proprio piccolo stile di vita”. Non per niente all’inizio del libro c’è un decalogo. A quale ragazzo, però, può essere utile il suggerimento di “mangiare con criterio scegliendo cibi ad alto valore nutritivo”? Oppure, al punto 9: “Tratta i tuoi piedi esattamente come un pianista di professione cura le sue mani”. Ci sono ragazzi che sanno (esattamente) come si cura le sue mani un pianista? Immaginando il suo pubblico come una lavagna pulita, Di Bartolomei arriva ad estremi di ovvietà inaspettata: “Il portiere è l’unico degli 11 che può giocare anche, e direi soprattutto, con le mani”; “Al centro di ciascuna linea di porta devono essere collocate le porte”.

Versioni di me

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Pubblichiamo in anteprima un estratto di Versioni di me, il romanzo di Dana Spiotta che uscirà a febbraio. Abbiamo pensato di inaugurare così un nuovo anno insieme a voi. La traduzione è di Francesco Pacifico. (Immagine: Eric Perinotti.)

31 DICEMBRE 2003 – 1° GENNAIO 2004

Sono arrivata al bar di Nik poco prima di mezzanotte. Lo chiamo il bar di Nik ma non lo è. È il bar di Dave. Questo posto ai limiti della decenza – sgabelli rotti, pavimento con pannelli di linoleum pieni di gomme appiccicate, bagni sporchi, amplificazione costosa, bicchieri pieni fino all’orlo – opera a tutti gli effetti come bar da tre decenni, con Nik in servizio al bancone, pur con qualche interruzione, per quasi tutto il tempo. Mentre il nuovo anno si annunciava fra birra e baci annebbiati, sono andata a sedermi per conto mio al bancone ma lontano da lui. (È facile ricordare l’inizio dell’anno per via della festa. Le feste aiutano a collocarti. Tecnica mnemonica n. 1: usa le Date come Segnaposti mentali. I calendari in generale sono solo strumenti mnemonici arbitrari usati dagli antichi per la loro cultura. Adottiamo quello gregoriano e procediamo.) Naturalmente il 2004 era un anno bisestile: brutto segno, per quanto mi riguarda: e già la vedevo male. La notte di Capodanno è una pessima festa anche negli anni migliori. Il 2004 mi puzzava fin da subito.

Recensioni in forma di suggestione – 06

Goliarda Sapienza a 620 - orizzontale

Questa rubrica racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli. (Immagine: Francesco Quadri.)

Lettera aperta
(Goliarda Sapienza, passando per Cortàzar)

“Mi amareggia entrare in un luogo ove qualcuno che vive tranquillo ha disposto tutto come una reiterazione visibile della sua anima, qui i libri (da una parte quelli spagnoli, dall’altra quelli inglesi e francesi), là i cuscini verdi, in questo preciso punto il portacenere di cristallo […]. Comunque, feci le valigie, avvisai la sua cameriera che mi sarei sistemato qui, e salii nell’ascensore. Arrivato fra il primo e il secondo piano sentii che stavo per vomitare un coniglietto. Non gliene avevo mai detto niente, e non per slealtà creda, solo perché come fa uno a spiegare alla gente che di tanto in tanto gli viene da vomitare un coniglietto?”

Immagini del Buddha

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Foto di Paolo Pecere.)

Centinaia di Buddha di diverse grandezze, illuminati da aureole lampeggianti, circondano l’enorme stupa dorato a forma di campana dello Schwedagon Paya di Yangon. Lo sguardo salta tra padiglioni e altari tutt’intorno e, anche se questa moltiplicazione di statue rievoca forse le molteplici incarnazioni del Buddha (più di 500 secondo la tradizione), rimane un senso di profonda incomprensione. Centinaia di birmani suonano campane, lavano le statue o siedono in meditazione, producendo soltanto un brusìo ovattato. Il sacro è un sottinteso diffuso, non si concentra in un oggetto o in un gesto, come se le persone che percorrono in circolo il perimetro della pagoda mettessero in atto l’insegnamento del Buddha: “tutte le cose composte sono impermanenti”.

Librai

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Da settembre Paolo Cognetti sta girando l’Italia per presentare Sofia si veste sempre di nero. Pubblichiamo un pezzo, uscito sul suo blog, in cui racconta alcuni dei librai che ha incontrato.

di Paolo Cognetti

Quella di Sansepolcro aveva fatto l’ostetrica per tutta la vita. Negli anni Settanta, a Firenze, aveva fondato un ambulatorio femminista, che promuoveva il parto in casa e aiutava le donne a praticarlo. Poi si era sposata, aveva avuto tre figli, si era trasferita lì con la famiglia. Anni dopo il marito e i figli se n’erano andati, lei invece aveva aperto una libreria con alcune ragazze più giovani. Mi disse che di quelle ragazze si sentiva un po’ la mamma. Che l’ostetrica e la libraia non le sembravano mestieri poi tanto diversi. Dei suoi figli parlava con orgoglio: uno stava cominciando a esercitare come medico pediatra, l’altra studiava diritto internazionale a Londra, il terzo aveva coltivato il sogno di fare il musicista e inseguendolo si era un po’ perduto.

Storie, storie delle mie brame. I fratelli Grimm: la morale è nella bellezza

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In occasione del bicentenario dell’uscita della prima edizione del primo volume delle fiabe dei fratelli Grimm pubblichiamo un articolo di Emilia Zazza uscito su Orwell. (Immagine: Fabian Negrin.)

di Emilia Zazza

Se c’è una cosa che i bambini non sopportano è che si faccia loro la morale. “(…) quello che i bambini non afferrano e che scivola via dalla loro mente, lo capiranno in seguito, quando saranno pronti ad apprenderlo. È così che avviene ogni vero insegnamento che innesca e illumina tutto ciò che era già presente e noto(…)”. È il 1813 e a parlare non è un pedagogo visionario dell’epoca, ma un filologo, Jacob Grimm, autore, con il fratello Wilhelm, della famosa raccolta di Fiabe, forse la più famosa al mondo, che in una lettera, immediatamente prima, si chiedeva: “Le fiabe per i bambini sono mai state davvero concepite per i bambini? Io non lo credo affatto e non sottoscrivo il principio generale che si debba creare qualcosa di specifico appositamente per loro”. Con queste parole Jacob interveniva, a sostegno del fratello, in una discussione suscitata dalla pubblicazione della prima edizione del primo volume del loro Kinder und Hausmärchen, avvenuta nel 1812,  seguita poi nel 1815 dal secondo volume.

New Realism: Un dialogo con Antonio Gramsci

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

Pausa caffè: mi appare il fantasma di Antonio Gramsci. Mi chiede spiegazioni sul “nuovo realismo” di cui si parla molto sui giornali italiani; con un gesto di preghiera, mi ricorda la battuta di Maurizio Ferraris: è uno Spettro che si aggira per l’Europa!. La domanda è inevitabile. I convegni sul nuovo realismo si susseguono negli ultimi mesi al ritmo di urgenti vertici politici internazionali (New York, Torino, Bonn, Freiburg). Da ultimo se n’è parlato a Roma alla Fondazione Rosselli il 19-20 Novembre, a proposito di una batteria di libri tra cui Il senso dell’esistenza di Markus Gabriel (Carocci), La filosofia nell’età della scienza di Hilary Putnam (Il Mulino) e la miscellanea a cura di Mario De Caro e Maurizio Ferraris, Bentornata realtà (Einaudi). Nell’ultima sessione il discorso è passato sul piano politico, a partire da Quale filosofia per il Partito Democratico e la Sinistra? (a cura di Luca Taddio) e l’ultimo numero di Alfabeta2.

Leggere sul fondo delle scatole

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Dan Mountford.)

Piccole foto sfocate in bianco e nero che ritraggono un mito: quello di mettersi in contatto col passato grazie a paesaggi e ritratti. Foto in bianco e nero e vecchi dipinti nel libro di W.G. Sebald, Soggiorno in una casa di campagna (Adelphi). Foto e ritagli di giornali nel nuovo libro di Lorenzo Pavolini, Tre fratelli magri (Fandango).

La loro uscita simultanea in libreria è frutto del caso (il libro di Sebald è del 1998), eppure, ad un lettore che per sbaglio li leggesse insieme apparirebbe inevitabile cogliere un legame tra i due testi. Pavolini e Sebald condividono la stessa dedizione nel rimettere insieme le vite dei personaggi lavorando con i frammenti, l’intuizione che sono i luoghi a raccontarci chi li ha percorsi (più che il contrario) e la consapevolezza che la letteratura è un mostro che dà il suo meglio quando avanza con la testa rivolta all’indietro. Il narratore di Pavolini si racconta così: «Compreso com’ero nel ruolo di chi vuole riunire ciò che naturalmente si disperde, stavo impalato sulla spiaggia ad aspettare. Ci sarei rimasto anche tutta la vita». Sebald, di un’altra generazione, è il maestro assoluto della rievocazione, è lo scrittore che per eccellenza lotta contro la forza centrifuga che spinge il Passato lontano dalla memoria, verso la nebbia. Il loro nemico comune è l’oblio.

Don Milani e i giornalisti

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Questo pezzo è uscito su Pubblico.

Una lezione di coerenza. Adele Corradi ha insegnato per anni a Barbiana insieme a don Milani e a quell’intensa esperienza, che le ha cambiato la vita, ha dedicato un bel libro di memorie: Non so se don Lorenzo (Feltrinelli).

Quando le ho chiesto, qualche giorno fa, al termine di una presentazione del suo libro a Perugia, come don Milani si comportasse con i giornalisti (li faceva venire a Barbiana? quali accettava e quali no? sentiva la necessità di proteggere la “sua” scuola dall’invasione mass-mediatica, e quindi dal rischio che egli stesso fosse trasformato in un personaggio?), Adele Corradi mi ha dato una risposta fulminante. “Fosse per me, diceva don Lorenzo, non li farei venire. Ma lo faccio per i ragazzi, perché possano incontrarli e discutere con loro.” Così, ha aggiunto con un sorriso, il giorno dopo avrebbero visto in quali e tanti modi, scrivendone, si può stravolgere la realtà.

Scrivere del mondo

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Abelardo Morell.)

Oggi si fa una gran discussione intorno alla non-fiction. Qual è il confine tra giornalismo e letteratura? È possibile individuare una linea di demarcazione o piuttosto una terra di mezza al cui interno, a sua volta, prendono corpo percorsi differenti tra loro? Fino a che punto è consentito attraversare i confini? Dove si colloca l’io in tutto questo (l’io che osserva, l’io che agisce, l’io che narra)? Grande è la confusione sotto il cielo, specie in Italia, tanto che converrebbe mettere un po’ di ordine nel discorso.