I fratelli Barnes e il senso (aristotelico) del tempo

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Pubblichiamo un pezzo di Antonio Sgobba su «Il senso di una fine» di Julian Barnes (Einaudi).

Tra i trenta libri in testa alla classifica della Letteratura straniera ce n’è solo uno che non ha nel titolo sfumature, colazioni, segreti, vaticani, alchimie, Tiffany, profumi, neve o oceani. È Il senso di una fine, di Julian Barnes (Einaudi 2012). L’unico che corrisponda ad un’idea tradizionale di Letteratura Europea. Un primato singolare per un autore che in Italia non ha mai fatto sfracelli in libreria. Sorprendente se si considera il particolare genere letterario: Il senso di una fine è un romanzo filosofico. «È ancora possibile scrivere romanzi filosofici?». Si chiedeva qualche mese fa Jennie Erdal sul Financial Times. Sì, e Barnes lo dimostra: «Ad un primo livello è un giallo psicologico, ma è anche una meditazione filosofica sul passaggio del tempo e le relative distorsioni della memoria. Qualcosa di raro: un romanzo di idee – la soggettività dei ricordi, la natura illusoria della verità, le ragioni di un suicida – che non viene schiacciato dalle idee stesse», scriveva Erdal. Barnes non è nuovo al genere, altri suoi romanzi possono essere visti come indagini sulla natura della storia (Storia del mondo in 10 capitoli e ½, 1989) e della finzione (England, England, 1998).

La società della stanchezza

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(Questo pezzo è liberamente ispirato dalla lettura de “La società della stanchezza” di Byung-Chul Han, Nottetempo ed. 2012).

di Cristò

Lo sapete già di chi è la colpa: è colpa vostra.

Se non riciclate, se telefonate al parente infermiere per anticipare di un paio di mesi la data della visita medica, se lasciate l’acqua della doccia aperta mentre vi insaponate i capelli, se tenete troppo tempo acceso il condizionatore, se non pagate il biglietto dell’autobus, se comprate il caricatore del cellulare dai cinesi, se non chiedete lo scontrino al bar, se parcheggiate in doppia fila. È colpa vostra in ogni caso. Se l’azienda in cui lavorate è in perdita, se comprate troppo a rate, se non comprate abbastanza, se avete tre cellulari, se non arrivate a fine mese, se siete depressi. Non potete dare la colpa al governo, è colpa vostra. Del resto ce lo dicono fin da piccoli che tutto è possibile: basta impegnarsi. Volere è potere, quante volte ve l’hanno detto?

È colpa vostra e basta.

Dialogo della natura e di un padre islandese

Ragnar Axelsson

Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su «la Repubblica», su «Rosa candida» di Audur Ava Ólafsdóttir (Einaudi). (Foto di Ragnar Axelsson.)

Lobbi è un ragazzo. Poco più di vent’anni, i capelli rossi, la madre morta da poco, il padre elettricista che eccede in attenzioni, un gemello autistico che quando torna a casa dall’istituto vuole ballare con lui, una passione per la vita vegetale più simile a un’ossessione mite e rivelatrice («Almeno, se parlo di piante, sono me stesso»). Tutt’intorno, anche quando la narrazione si sposta altrove, l’Islanda, la sua calma feroce, i campi di lava ricoperti di muschio (in uno di questi è stato deposto il corpo della madre dopo l’incidente stradale in cui ha perso la vita), la vegetazione che riesce ostinatamente ad attecchire laddove tutto sembra sterile, come l’epilobio rosa che cresce isolato nei banchi di sabbia nera.

Sofia si veste sempre di nero

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Riprendiamo un testo di Paolo Cognetti, uscito sul suo blog, che racconta «Sofia si veste sempre di nero». Stasera Paolo Cognetti incontra i lettori romani alla libreria minimum fax. (Foto di Henri Cartier-Bresson)

Ho cominciato a scrivere di Sofia nel gennaio del 2008, immaginando una raccolta di racconti su una ragazza della mia età. Sarebbero andati su e giù per la sua vita dagli anni Settanta in poi. Volevo che fossero il più possibile diversi tra loro: molto lunghi e molto brevi; scritti in prima, seconda e terza persona; al passato, al presente e se possibile anche al futuro. In uno la storia sarebbe durata vent’anni, in un altro un giorno solo; non sempre Sofia avrebbe occupato il centro della scena, ma anche nascosta dietro le quinte sarebbe stata la causa o l’effetto delle azioni altrui; e nel percorrere la sua vita mi sarei fermato spesso per tornare indietro, ricominciando da un altro punto di vista. Nelle mie intenzioni ogni pezzo del mosaico doveva poter vivere da solo, oltre che legarsi agli altri e comporre un disegno più ampio, in modo da conservare le qualità che amo tanto nella forma racconto – l’immediatezza, l’economia rigorosa del materiale narrativo, la libertà di sperimentare e quel senso di illuminazione che i migliori finali possiedono – e perseguire allo stesso tempo la profondità, la complessità del romanzo. Naturalmente non era un’idea originale.

Norman Mailer: uno sguardo adulto su Alì e Marilyn

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Pubblichiamo un articolo di Stefano Ciavatta, uscito su «Alias», su Norman Mailer.

di Stefano Ciavatta

C’è stato un tempo, a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, in cui scrittori e giornalisti si confrontavano senza timore reverenziale con le icone della cultura occidentale, ritrovandosi, spesso su commissione, a raccontare i personaggi in presa diretta e non per amarcord nostalgici o ritratti già pacificati dai successi e dalla distanza della fama ormai acquisita. Accadeva così di seguire tutta la preparazione del ritorno di Muhammad Alì alla corona dei pesi massimi quando l’incontro del 1975 con Foreman nello Zaire di Mobutu era visto come un match azzardato e non ancora come l’impresa immortalata nel documentario premio Oscar “Quando eravamo re” (2002) di Leon Gast. Oppure si poteva partire da una prefazione a un volume di foto (Avedon, Beaton, Davidson, Stern) su Marilyn Monroe e ritrovarsi a scrivere la biografia romanzata della donna “che rappresenta la relazione amorosa di ogni d’uomo con l’America”, un’opera così dettagliata da diventare pericolosa, tanto che l’Fbi tentò di bloccare il libro in uscita perché l’autore (spiato da Hoover dal 1962) “sosteneva che elementi dell’Fbi e della Cia avevano forti ragioni di uccidere la Monroe per mettere in imbarazzo i Kennedy”.

Ingiustamente bruno, ovvero: analizzare “L’isola e le rose”, l’ultimo romanzo di Walter Veltroni

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Qualche giorno fa è uscito l’ultimo romanzo di Walter Veltroni, L’isola e le rose. Ne hanno parlato già in molti prima che uscisse o appena il libro è stato disponibile. Il Tg1 delle 20, per esempio. Pierluigi Battista  sul Corriere, per esempio. Aldo Cazzullo su Sette, l’inserto del Corriere, per esempio. Luisella Costamagna e Edoardo Nesi alla Festa dell’Unità, per esempio. Sempre Edoardo Nesi su Repubblica, per esempio.

L’odorino del mare

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Pubblichiamo una recensione di Giulio Milani su «Morte dei Marmi» di Fabio Genovesi (Laterza).

di Giulio Milani

L’alta toscana è marca di confine dallo spazio antropologico polarizzato. Abbiamo già trattato l’argomento nelle note al testo di Marco Rovelli “Il contro in testa. Gente di marmo e d’anarchia”. Ritroviamo aspetti non dissimili, ma qui per così dire traslocati dalla montagna al mare – con tutto quel che ne consegue in termini di mitologia e di stile – nel libro “Morte dei Marmi” di Fabio Genovesi, sempre pubblicato nella collana Contromano della Laterza (collana che si conferma, tra alti e bassi – più alti che bassi, a mio avviso – una delle migliori operazioni editoriali degli ultimi anni, specie per la valorizzazione dei nostri narratori italiani trenta/quarantenni).

Tutti i modi per essere dei veri impostori

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Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su «la Repubblica», su «Il sentimento d’impostura» di Belinda Cannone (Edizioni di Passaggio).

È un’esperienza comune a molti (a tutti, azzarderemmo): trovarsi in un posto e sentirsi abusivi; avere cioè la coscienza di non dover essere lì, di non meritarlo. Essere, di fatto, impostori.

All’interno di quella macrocondizione che è il sentimento dell’inadeguatezza, accanto al senso di estraneità, al percepire sempre e comunque la mancanza (anche di chi c’è), al sentirsi intrusi, al millantato credito (da intendere non come strumento di un raggiro bensì come parte naturale del raccontarsi agli altri), l’impostura è uno stato d’animo nodale. Perché nel descrivere una balbuzie dell’io, un suo tragicomico inciampo tanto imprevisto quanto inevitabile, ci rivela che la famigerata identità è sempre un’esperienza balbettata e che barcollare, temere di essere scoperti per ciò che realmente si è (qualsiasi cosa significhi), non è per nulla un’anomalia.

Trovate l’intruso, ovvero la fine della letteratura per come l’avevamo conosciuta noi

Questa è la tabella della classifica di narrativa straniera per ibuk.it questa settimana. Amen. [Grazie a Stefano Petrocchi per lo spunto.] Pos. Gen. Titolo Autore 1 1 Cinquanta sfumature di grigio E. L. James 2 2 Cinquanta sfumature di nero E. L. James 3 3 Cinquanta sfumature di rosso E. L. James 4 13 I […]

Harem (di Stato)

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Pubblichiamo un testo di Mario Valentini sul colonialismo italiano e lo sfruttamento sessuale delle donne.

di Mario Valentini

Se per la metà della gente che avevo incontrato ero “africana” per quelli che ci capivano qualcosa ero una dell’ex impero italiano, ma un impero in cui non esisteva gran differenza tra i diversi paesi. Quindi molti si confondevano tra Etiopia, Eritrea, Somalia, e persino Libia.
Gabriella Ghermandi

Ho capito da un po’ di tempo di essere del tutto privo di quella dote necessaria a scrivere storie totalmente finte che si chiama fantasia. Piuttosto, mi piace lavorare di immaginazione. L’immaginazione fa germinare la finzione dal dato di realtà come la pianta da un seme. Nella fantasia la finzione non germina ma viene architettata.