Capitalismo come religione

Benjamin

Leggere Capitalismo come religione di Walter Benjamin (appena edito da il Melangolo) può sembrare soltanto un esercizio di memoralistica, o un vuoto sforzo intellettuale. Il capitalismo del 1921 – l’anno in cui il filosofo tedesco quando prese questi appunti – era molto diverso da quello contemporaneo: ancora non aveva subito l’onda della grande crisi, e soprattutto non era passato attraverso le successive, numerose metamorfosi. Cosa possono insegnarci quattro pagine scarne di novant’anni fa sul momento storico che stiamo vivendo?

Certo, il modo migliore per leggere questo frammento è quello di prenderlo con tutte le cautele del caso. La prosa di Benjamin è incisiva e oscura insieme – un’ottima scusa per lasciarsi prendere dall’entusiasmo e vedere in essa l’interpretazione compiuta di un genio, o una lezione da applicare tout court. Ciò detto, Capitalismo come religione ha comunque una sua attualità straordinaria – forse proprio per il suo messianismo così distante dall’urgenza con cui si vuole e si dovrebbe pensare il mondo contemporaneo: in termini sociali ancora prima che economici, ma di certo senza alcuna presunzione metafisica.

Scaricando la mia biblioteca

Keen Readers

(Immagine: Holland Park Library, Londra, 1940.)

di Diego Bertelli

Nel 1931 un trasloco fornì a Walter Benjamin l’occasione per un breve scritto intitolato Ich packe meine Bibliothek aus. Eine Rede über das Sammeln (Spacchettando la mia bilioteca. Un Discorso sul collezionare). Si tratta di un brano che invita il lettore a condividere «lo stato d’animo, niente affatto elegiaco, teso e ansioso piuttosto» che i libri «suscitano in un autentico collezionista»; l’apertura della scatole contenenti i volumi, la gioia segreta di un ritrovamento, «la lieve noia dell’ordine» che a breve seguirà: sono tutte sensazioni rivelatrici di un legame più che mai intimo tra il soggetto e l’oggetto in questione.

Benjamin non lo nasconde: una riflessione sul collezionismo è, prima di tutto, autobiografia; anzi, l’«esame delle diverse modalità di acquisizione dei libri» diviene il solo modo di razionalizzare le emozioni e fa da «argine contro la piena dei ricordi che si riversa su qualsiasi collezionista quando si occupi dei suoi tesori». Da un tale atteggiamento «teso e ansioso» emerge allora un piacere assimilabile a quello di un erotismo sottile, palpitante, che coinvolge l’esistenza del collezionista e indulge a «un rapporto oltremodo enigmatico con la proprietà». Che si tratti di un corpo o di un libro, l’oggetto di un vero desiderio rimane oscuro e incomprensibile a colui che tenta di esercitare un controllo su di esso.

Soldati e Soldaten

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Questo pezzo è uscito su Lo Straniero.

Nel 1973, l’Università di Princeton mise a punto un esperimento che confermò molti sospetti sul funzionamento del comportamento umano a seconda del contesto di riferimento. A un gruppo di studenti di teologia venne chiesto di scrivere un breve saggio sulla parabola del Buon samaritano. Una volta assolto il compito, ogni studente avrebbe dovuto consegnare l’elaborato in un edificio diverso dell’università, dove il testo – venne detto loro – sarebbe stato registrato e mandato in onda nel corso di una trasmissione radiofonica. Mentre gli studenti, finito di scrivere, attendevano istruzioni, al loro cospetto si presentò un uomo che cominciò a parlare ad alta voce: “Ma siete ancora qua? A quest’ora dovreste esservi già avviati! L’assistente è lì che vi aspetta. Fate presto!” Gli studenti iniziarono a disperdersi camminando a passo svelto.

Storia delle sirene

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Questo pezzo è uscito in forma ridotta su la Repubblica. (Immagine: Collier Twentyman Smithers, Gara di sirene e tritoni.)

Il circo elettrico delle sirene (Codice Edizioni) dello storico della scienza Emanuele Coco comincia riportando una frase attribuita a Sant’Agostino – «Non chiedetevi se queste cose sono vere. Chiedetevi cosa significano» –, ovvero ponendo da subito la marginalità se non l’irrilevanza dell’esistenza reale delle sirene. Nella misura in cui sono state immaginate, intensamente e ininterrottamente nel corso del tempo, le sirene sono reali. Le sirene esistono. Per comprenderne il significato è dunque legittimo se non indispensabile interrogarne la storia – la storia del mito – ricorrendo a una forma diretta e colloquiale. Perché le sirene, dalla Grecia antica a Kafka, ci riguardano. Volteggianti nel cielo o appostate su una roccia marina in attesa di un viaggiatore, le sirene non semplicemente parlano con noi: le sirene parlano di noi. Ci inducono a immaginare ciò che accadrà, come accadrà; ci irretiscono facendo leva su qualcosa che potrebbe sembrarci illogico e disumano essendo invece uno dei modi più straordinari in cui l’umano si manifesta: ci costringono a confrontarci con il nostro costante bisogno di naufragio.

Pianeta Roth #1: L’umiliazione

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Dopo la clamorosa decisione di Philip Roth di smettere con la scrittura, questa rubrica intende offrire uno sguardo retrospettivo sulla sua opera, dai grandi capolavori ai libri meno noti; l’omaggio parziale e appassionato di un lettore irrimediabilmente compromesso, ma anche l’onesto tentativo di analizzare dall’interno il segreto della sua magia, le sue contraddizioni, le doti di lealtà, ironia, umanità e sapienza letteraria: gli ingredienti che l’hanno portato a essere tra gli scrittori più visceralmente amati da due generazioni di lettori.

Il capriccio e l’inversione

«Aveva perso la sua magia. L’impeto era venuto meno. In teatro non aveva mai fallito, tutto ciò che aveva fatto era stato valido e convincente, poi gli successe una cosa terribile: non era più capace di recitare. Andare in scena divenne un tormento. Invece di avere la certezza che sarebbe stato magnifico, sapeva che avrebbe fatto fiasco. Accadde tre volte di seguito, e l’ultima volta Axler smise di interessare alla gente, e in teatro non venne più nessuno. Non era più capace di conquistare il pubblico. Il suo talento era morto». Già a partire dal suo incipit memorabile, L’umiliazione – il penultimo romanzo di Philip Roth – mette a fuoco una delle tematiche più importanti nella produzione letteraria dell’autore: il potere sconfinato della finzione e la sua inesorabile precarietà. Simon Axler, attore sessantacinquenne all’apice della carriera teatrale, smarrisce d’un tratto il talento per la recitazione, andando incontro a una serie sconfortante di insuccessi. All’improvviso gli era venuta a mancare quella dote straordinaria che per tutta la vita gli aveva consentito di svolgere al meglio il più ardimentoso tra i compiti di un attore: instillare negli spettatori la fede in quella spettacolare illusione che è il teatro.

Su Grillo e Simone Weil

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Questo articolo è uscito su Orwell nel novembre scorso.

Su Grillo e Simone Weil
ovvero alcune considerazioni sul vincolo di mandato imposto ai parlamentari del MoVimento 5 Stelle

All’indomani delle elezioni siciliane che hanno sancito un clamoroso successo del Movimento 5 stelle anche a Sud, e un ecatombe di voti per tutti gli altri partiti, Beppe Grillo consigliava sul suo sito la lettura di un vecchio testo di Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, recentemente riedito da Castelvecchi.

Cosa c’entrano Grillo e Casaleggio con questa solitaria pensatrice radicale, scomparsa giovanissima nel 1943? Probabilmente niente, eppure è curioso che in coda al post in cui si è prontamente affrettato a definire dall’alto le regole della selezione dei futuri candidati del Movimento 5 stelle al Parlamento, auto-nominandosi allo stesso tempo “capo politico” e “garante”, capace di “essere a garanzia di controllare, vedere chi entra…”, il guru trionfante abbia rimandato a questo saggio della Weil, il cui rinato successo editoriale (dovuto a un titolo percepito immediatamente come “anti-casta”) è direttamente proporzionale al suo fraintendimento. Basta rileggere le poche decine di pagine della Weil (e i testi di André Breton e Alain che le accompagnano nella edizione Castelvecchi) per scoprire immediatamente il bluff.

Recensioni in forma di suggestione – 08

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Questa rubrica racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli. (Immagine: Francesco Quadri.)

Nuovi Mimi (Francesco Lanza)

Il calatafimaro

– Ciccio, che fa, mi ieccu?

– Nca ieccati…

E fu così che l’amico di Ciccio si buttò.

Lo scaffale ideale

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: lo “scaffale ideale” di Jennifer Egan.)

Cosa pensate di trovare nello scaffale dei libri più amati da Patti Smith? E in quello di James Franco? Di Jennifer Egan? Miranda July? Jonathan Lethem? David Sedaris? Sfogliate My Ideal Bookshelf (Little, Brown and Company, $ 24,99) e ogni risposta vi verrà data. Raccolti online nel sito idealbookshelf.com e poi pubblicati in un meraviglioso volume cartonato di 226 pagine, ecco gli “scaffali ideali” di più di un centinaio di varie celebrità. Sono prevalentemente scrittori (in buona compagnia dei sopra citati ci sono Rick Moody, Michael Chabon, Vendela Vida, Junot Díaz, Stephenie Meyer, George Saunders, Daniel Alarcón e Chuck Klosterman), ma anche musicisti (Kim Gordon, Thurston Moore, Rosanne Cash e Stephen Merritt), registi (Judd Apatow, Mira Nair), illustratori (Maira Kalman, Christoph Niemann), giornalisti (il critico musicale Alex Ross e il direttore della Paris Review Lorin Stein), skater (Tony Hawk), ballerini (Adrian Danchig-Waring e Pontus Lidberg), cuochi (Hugh Acheson, Dan Barber, Gabrielle Hamilton) e curatori di musei (Paola Antonelli di design per il MoMA). Queste alcune delle celebrità contenute nel volume, ognuna disegnata in forma di scaffale con sopra i rispettivi libri preferiti.

Viaggio sentimentale nei luoghi dimenticati

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Questo pezzo è uscito su Repubblica.

«Basta guardare», suggeriva Goffredo Parise. Dello stesso principio-guida – lavorare di sguardo, connetterlo alla durata, confrontarsi con la stratificazione dei fenomeni, con l’architettura complessa delle forme in divenire – si è avvalsa Antonella Tarpino nel compiere un viaggio, o meglio un «muoversi ragionato», attraverso ciò che in questo momento, fungendo da segnatempo tanto irregolare quanto efficace, è in Italia il paesaggio delle macerie e delle rovine. Vale a dire tutti quegli spazi che esistono sul crinale tra presenza e abbandono, tra dissoluzione e un tentativo di recupero che non sia meramente turistico. Frantumi che non sono soltanto forme fisiche della distruzione bensì manifestazioni concrete di quegli «impianti di pensiero» sui quali si fondano le epoche, zone in cui si accumulano i resti dei paradigmi ai quali ci siamo affidati per comprendere ciò che accade.

Le neuroscienze e la coscienza in Damasio

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

La ricerca in neuroscienze sta attraversando un periodo di grande sviluppo e popolarità e, ormai da una trentina di anni, molti scienziati hanno affrontato quello che il maggiore trattato della disciplina, i Principles of Neural Science di Eric Kandel, chiama la sua «frontiera»: la spiegazione della coscienza. Come ricorda Antonio Damasio all’inizio del suo nuovo libro Il sé viene alla mente (appena tradotto da Adelphi), non tutti gli scienziati concordano sul fatto che i tempi siano maturi per affrontare questo problema. Ma chi lo affronta (come hanno fatto premi Nobel del calibro di Francis Crick, Gerald Edelman, e lo stesso Kandel) concorda su quale sia l’obiettivo: comprendere, attraverso la conoscenza dell’attività cerebrale, come si produca quel fenomeno pervasivo ma sfuggente in cui consiste la nostra esperienza soggettiva.