Allergici ai romanzi

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Pubblichiamo una recensione di Francesco Longo, uscita su «Europa», sull’antologia «Narratori degli Anni Zero» a cura di Andrea Cortellessa (Ponte Sisto).

«Questa non è e non vuole essere un’antologia di “belle pagine”». La sorprendente antologia di scrittori italiani che hanno esordito fra il 2000 e il 2010 – curata dal critico Andrea Cortellessa – è un’opera monumentale col piglio di una contro-antologia. Le 704 pagine di testi e apparati critici sembrano contrapporsi, per spirito polemico e scelta degli autori, a una antologia degli anni Zero che non esiste. È dunque una contro-antologia, ma di un’antologia assente.

Si intitola Narratori degli Anni Zero (Ponte Sisto, con introduzione di Walter Pedullà) e come tutte le raccolte di testi assemblate con competenza e autorevolezza non può che suscitare ammirazione, dubbi e inevitabili polemiche. Quali sono i criteri della scelta adottati da Cortellessa? Come si è già visto, non la bellezza delle pagine, né i contenuti («quest’antologia non fa alcuna concessione, in quanto a criterio di selezione, ai contenuti dei testi») e neanche lo stile: «Unico criterio osservato (…) è infatti quello della qualità».

Itinerari afgani

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Pubblichiamo un articolo di Giuliano Battiston, uscito sul «manifesto», sui percorsi di lettura dedicati all’Afghanistan.

A più di dieci anni dall’inizio dell’intervento militare voluto dagli Stati Uniti, sull’Afghanistan è tempo di tirare le somme. Lo ha fatto la “comunità internazionale”, che a Chicago, nel corso del vertice della Nato del 21-22 maggio scorsi, ha ribadito la volontà di ritirare le truppe entro la fine del 2014. Lo fanno gli afghani, sempre più disillusi e preoccupati, per una situazione che a dispetto delle promesse fatte continua a essere fortemente instabile. E lo fanno anche alcuni italiani, coinvolti a vario titolo nel nuovo “grande gioco” in Asia centrale: da due anni a questa parte l’editoria italiana continua infatti a sfornare libri sull’Afghanistan. A quanto pare, un ciclo si è chiuso, quello della retorica che accompagna ogni operazione militare, e un altro se ne è aperto, quello della riflessione. I proclami lanciati dalle tribune politiche, dalle sedi delle ambasciate o dai quartieri generali delle forze Isaf-Nato evidentemente hanno perso la loro forza persuasiva; la realtà è troppo lontana dagli ideali sbandierati nelle conferenze stampa, troppo evidente il contrasto tra le promesse fatte nel 2001 e i risultati attuali. Su questo scarto si concentrano molti dei libri pubblicati di recente in Italia e dedicati all’Afghanistan, accomunati dalla tendenza a privilegiare l’aspetto diaristico, la memoria personale, l’autobiografismo, per raccontare le contraddizioni di un paese in cui, “nel dopo 11 settembre, si è asserragliata una formidabile legione stranera”.

Se nun te calmi, t’arriva ‘na cinquina! #1 Emanuele Trevi e “Qualcosa di scritto”

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Che cos’è il romanzo di Trevi?
Un saggio di critica letteraria travestito da testo di narrativa, e un manuale di iniziazione travestito da romanzo di formazione.
La maschera: un giovane precario post-universitario, Trevi stesso, che scavalla la linea d’ombra attraverso l’immersione tragicomica come impiegato al Fondo Pasolini, dove – con il pretesto di dover curare un volume collettaneo delle interviste di P.P.P. – si ritrova a avere a che fare con la Pazza, Laura Betti, e insieme a lei affronta il picaresco e dolentissimo mondo degli orfani morali (se non letterali) di Pasolini.
Il manuale è invece nella struttura del libro simile a vari altri libri o altre parti di libri di Trevi, a cominciare da Istruzione per l’uso del lupo o Una musica distante: un’opera sostanzialmente di critica letteraria su Petrolio (il “qualcosa di scritto” del titolo) che però è un percorso rituale che Trevi illustra al lettore, proponendogli implicitamente di provarlo. Qui l’iniziazione proposta è quella di un rito di conoscenza che – sulla scorta di quelli eleusini ripresi da Pasolini ci porti a una forma di essere androgino, capace di una sapienza superiore a quella degli uomini comuni.

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Ore di Spagna

La rubrica di Gianluca Cataldo racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui il primo articolo.

Ore di Spagna (Leonardo Sciascia)

In molti casi l’uomo europeo si domanda della potenza delle arti, in molti si risponde evitando di utilizzare la parola ‘potere’, la parola ‘generazione’. Ha sentito letterati arguti parlare di traumatizzazione senza trauma; incappare nel fatal errore di incaponirsi nella ricerca di un punto di non ritorno. Alcuni lo hanno trovato nella tragedia dell’Heysel, altri nella guerra in Vietnam. Entrambi nello strappo col reale, nel solco scavato tra il nostro divano e il proiettore di questi traumi al silenziatore: il televisore. Abbiamo osservato l’altrui morire senza la pienezza dei sensi. Il solletico pietoso della vista è di un pallore abbacinante dinanzi alla pienezza dei cinque sensi, e quei letterati hanno colto in questa menomazione l’angolo del piano inclinato.

Per un nuovo welfare della conoscenza digitale

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È del 12 giugno la notizia della scomparsa dell’economista americana Elinor Ostrom. Pubblichiamo una recensione di Claudia Crocco, uscita su 404: File not found , sulla sua raccolta di saggi «La conoscenza come bene comune. Dalla teoria alla pratica».

di Claudia Crocco

1. La conoscenza come bene comune. Dalla teoria alla pratica è una raccolta di saggi a cura di Charlotte Hess (direttrice della “Digital Library of the Commons)) e Elinor Ostrom (docente di scienze politiche alla University of Indiana, insignita del Premio Nobel per l’Economia nel 2009), al cui interno si trovano contributi di vari studiosi americani (David Bollier, James Boyle, James C. Cox, Shubha Ghosh, Charlotte Hess, Nancy Kranich, Peter Levine, Wendy Pradt Lougee, Elinor Ostrom, Charles M. Schweik, Peter Suber, J. Todd Swarthout, Donald J. Waters.). L’edizione italiana è stata curata da Paolo Ferri: comprende anche una Premessa di Fiorello Cortiana e un’ Introduzione scritta dallo stesso Ferri, intitolata La conoscenza come bene comune nell’epoca della rivoluzione digitale, che può essere considerata anche un saggio a sé.

I dolori del giovane Philip

Pubblichiamo una recensione di Daniele Manusia su «Goodbye, Columbus» di Philip Roth (Einaudi).

Recensioni in forma di suggestione 01

Libertà a 450

Comincia oggi una piccola rubrica a cura di Gianluca Cataldo che dai romanzi (o dai racconti) che si propone di recensire subisce, e restituisce, brevi suggestioni. Nate da una frase o da un animo condiviso, da una pagina, o da 1257 (ma anche dal timore di non riuscire a parlarne adeguatamente) non si propongono di setacciarne le strutture, né di collegare relazionare schematizzare, ma semplicemente (o forse arditamente) di incuriosire.

Libertà! (Giovanni Verga)

Il vecchio libraio, Carmelo Viola, chiese a Virgilio se avesse letto la novella che gli aveva prestato. Nel farlo mosse leggermente la mano sinistra dal basso verso l’alto, secondo quel suo gesto tipico che sembrava volesse invitare l’interlocutore a continuare un discorso, anche quando il discorso, a ben guardare, non era che al suo inizio. Si trattava di Libertà, una novella di Verga che lui, il libraio, aveva ricopiato a mano su un paio di fogli perché il ragazzo potesse leggerla senza che gli rovinasse il libercolo che custodiva gelosamente nella sua libreria. Era un libraio ben strano, il cui affetto per i libri lo portava ad assomigliare più a un amanuense che a un venditore.

La meravigliosa vita della punteggiatura

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Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su «Repubblica», sul libro di Francesca Serafini «Questo è il punto. Istruzioni per l’uso della punteggiatura»(Laterza).

Un mio compagno di classe, alle scuole medie, scrivendo i temi ricorreva sempre alla medesima strategia: intrattenendo con l’interpunzione un legame fondato su sospetto e prudenza, disseminava il testo di microscopiche scorie bluastre (non a casaccio ma ricorrendo a un criterio talmente privato da risultare impenetrabile). Questo modo di procedere gli serviva a proteggersi dalle eventuali contestazioni che l’insegnante avrebbe potuto muovergli, chiarendo di volta in volta che non di punteggiatura si trattava bensì di macchioline tanto casuali quanto irrilevanti, accidentali sporcature d’inchiostro da imputare soltanto a una Bic difettosa.

Per trasformare il sospetto in fiducia, la prudenza in coscienza, a quel vecchio compagno di classe (una regola non scritta dell’aneddotica prevede che protagonista di situazioni vagamente cialtrone sia sempre un compagno di classe) sarebbe servito leggere Questo è il punto. Istruzioni per l’uso della punteggiatura (Laterza), un libro nel quale Francesca Serafini – italianista, saggista, sceneggiatrice per la televisione e per il cinema – riesce a raggiungere simultaneamente due obiettivi.

Pillole di saggezza dal Bronx

Patrice

Pubblichiamo un articolo di Tiziana Lo Porto, uscito su «D – La Repubblica delle Donne» sul libro di Patrice Evans «Negropedia. The Assimilated Negro’s Crash Course on the Modern Black Experience».

Il suo alter ego si chiama “The Assimilated Negro” (il negro integrato) che è anche il nome di un blog attivo dal 2005 in cui prende in giro i nuovi neri d’America (rapper, sportivi, politici, o gente comune) senza risparmiare se stesso. Lui è Patrice Evans, nero, nato nel Bronx nel 1976, diplomatosi nel Connecticut al Trinity College, e da lì rientrato alla base. Da New York tiene il suo blog, lavora per la webzine di sport e cultura pop Grantland.com, collabora con la rivista McSweeney’s, scrive rime rap per soldi e per diletto. Soprattutto, abita nell’America di Barack Obama, e la racconta. Di recente ha scritto e pubblicato un manuale geniale già nel titolo: Negropedia. The Assimilated Negro’s Crash Course on the Modern Black Experience (Three Rivers Press 2011). Il libro è una raccolta enciclopedica autoironica e postmoderna di sapere acquisito sul campo, comicità da stand-up comedy e pratici consigli rivolti ai nuovi neri d’America. Letto per voi, eccolo in pillole.

Tu

matthias brandes

Pubblichiamo un articolo di Cristò sull’uso della seconda persona nella novella «La luce prima» di Emanuele Tonon e nel racconto «Profezia» di Sandro Veronesi.

di Cristò

Sarebbe bello stilare una lista completa della letteratura scritta in seconda persona. Nei corsi di scrittura creativa (come la chiamano) si sprecano parole, ore dilezioni sulla prima e sulla terza, sulle differenze d’uso e di potenziale narrativo dell’una e dell’altra; su come possa essere strategico mettere l’io narrante in bocca a un personaggio secondario che funga da osservatore del vero protagonista (alla maniera di Melville, dicono) o su quanto possa semplificare alcuni nodi narrativi l’uso corale della terza persona che favorisce al lettore uno sguardo dall’alto di una situazione complessa. Sulla seconda persona, invece, si tace quasi sempre. Il tu mette spesso a disagio gli scrittori perché il tu è il peggiore nascondiglio che l’io possa scegliere.