Tutti alla ricerca di Lester Bangs [Le radici della traduzione di Deliri, desideri e distorsioni]

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In occasione del trentesimo anniversario della morte di Lester Bangs, pubblichiamo una nota della sua traduttrice Anna Mioni. 

di Anna Mioni

Tradurre Bangs è un’esperienza totalizzante: Lester Bangs è il più grande critico rock di tutti i tempi. Si è già parlato molto della sua vita; queste saranno invece delle istantanee sull’esperienza di tradurre la sua prosa. Bangs era anche scrittore versatile su qualsiasi argomento in qualsiasi stile, e alla critica musicale alternava osservazioni sociologiche e personali. I suoi libri quindi sono vera letteratura e non solo roba per addetti ai lavori. Chi legge letteratura “seria” spesso snobba la critica rock, ma per lo zio Lester vale la pena di fare un’eccezione. Accidenti se ne vale la pena. I suoi libri sono un affresco a tutto tondo dell’America di quegli anni, in pura prosa beat, e accumuli di microcosmi stilistici. Ci si può sguazzare dentro per mesi alla ricerca di stimoli e riferimenti.

James Franco in arte Re Mida

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Pubblichiamo un articolo di Tiziana Lo Porto, uscito su «D – La Repubblica delle donne», su James Franco, da poco in libreria con «In stato di ebbrezza».

Parlando di Truman Capote e delle sue frequentazioni extra-letterarie, qualcuno negli anni Sessanta ebbe a dire: “All writers are starfuckers”. Cioè, gli scrittori hanno un debole per le celebrità, o, più alla lettera: non c’è scrittore che non si scoperebbe una star. Lecito dunque domandarsi cosa succeda nel caso in cui lo scrittore sia già una celebrità. James Franco, per esempio. Che succede quando una star del cinema idolo delle teenager si trasforma di colpo in scrittore di racconti? Diventa “fucker “di se stesso? Da traduttrice del suo libro (In stato di ebbrezza, minimum fax, 14 euro, in libreria da pochi giorni), mesi fa ho chiamato James Franco al telefono per chiedergli un paio di cose sui racconti. Superata la parte in cui lui m’ha chiesto se mi fosse piaciuto il suo libro, io gli ho detto che sì, mi era piaciuto moltissimo, lui s’è rallegrato e m’ha detto che se era così mi avrebbe fatto leggere anche il prossimo, io l’ho ringraziato, e così via di convenevoli per una buona decina di minuti, abbiamo speso i successivi venti a parlare solo ed esclusivamente della traduzione.

La danza sopravvissuta dei sentimenti

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Fabio Stassi recensisce «Gli addii» di Juan Carlos Onetti (SUR).

Immaginate una periferia senza nome. E una corriera che periodicamente vi si ferma. L’ombra di un sanatorio. Il bancone di un bar. Le mani di un nuovo arrivato, mani piene di pudore eppure spudoratamente disperate, sporche di quello sgomento che segue la lotta, e la resistenza. Le mani di un uomo che non si curerà.

Immaginate di seguire le sue scarpe lucide mentre si impolverano, di vederlo spedire due lettere al giorno a due donne diverse, bere un caffè, una birra gelata, un bicchiere di gin.

Contro il new age?

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Pubblichiamo la recensione di Nicola Villa, uscita sull’ultimo numero della rivista «Gli Asini», sul libro di Marco Franzoso «Il bambino indaco» (Einaudi).

Sono almeno tre le letture possibili de Il bambino indaco, il nuovo romanzo di Marco Franzoso uscito quest’anno per i “coralli” dell’Einaudi: la prima eminentemente letteraria, sulla capacità della letteratura di raccontare il male; la seconda politica, circa la potente metafora generazionale che si desume dalla vicenda narrata; la terza educativa, perché il libro solleva una serie di domande sul senso di partorire, di crescere e di allevare un nuovo nato oggi, in un mondo che appare compromesso nelle sue risorse naturali soprattutto per l’immediato futuro.

La cantilena del Pamano

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Pubblichiamo una recensione di Fabio Stassi su «Le voci del fiume» di Jaume Cabré. Tradotto dalla Nuova Frontiera, è stato ristampato con il marchio BEAT, Biblioteca degli Editori Associati di Tascabili, nel 2011.

Il Pamano è un torrente della Catalogna. Nasce nel versante sud del Montsent de Pallars, e si muove tra creste, gole e valloni lungo un percorso tortuoso. Lo chiamano il fiume dai mille nomi. Da quelle parti si dice che chi sta per morire sente la sua voce anche molti chilometri lontano. Perché la sua voce è un annuncio e un presagio, come nei sogni.

Da quando Jaume Cabré lo ha trasformato in un romanzo, il Pamano è inciso nel grande atlante della letteratura, vicino al Tago di Pessoa e di Saramago, al Serchio, al Nilo e all’Isonzo di Ungaretti, al Congo di Conrad, al Mississipi di Twain, ai fiumi profondi di Arguedas… e l’elenco potrebbe continuare per decine di righe perché i rapporti tra scrittura e corsi d’acqua sono antichi e pieni di cerchi e di risonanze, hanno origine nello Stige e nell’Acheronte, toccano il Rubicone e il Don, corrono sul letto del Danubio o accanto all’Adda e al Po, al Tamigi e alla Senna, alla Moskova e al Rio delle Amazzoni, allo Jangtsekiang… il Pamano, tra questi, è solo un piccolo ruscello che scende giù dai Pirenei verso piccoli paesi abitati da maestri elementari, tonache di preti, uniformi e nobildonne impossibili dall’odore di tuberose. Un riu che trascina ancora i detriti di tutto quello che è successo di fianco alle sue anse e che da una sponda confina con le leggi universali dell’oblio, las leyes del olvido, dall’altra subisce la risacca di memorie tragiche e sanguinose.

Ostaggi

volo

Graziano Dell’Anna fa il punto su alcuni romanzi italiani di recente uscita: «Gli intervistatori» di Fabio Viola, «Elisabeth» di Paolo Sortino, «Il demone a Beslan» di Andrea Tarabbia e «Nelle mani dell’uomo corvo» di Matteo Corona.

di Graziano Dell’Anna

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«Io credo nel dio del massacro, il dio che governa indiscusso dalla notte dei tempi.» È la frase più icastica nonché la chiave di accesso al film Carnage di Roman Polański, che ha macinato un buon successo di critica e pubblico nel trascorso 2011 e tratto, appunto, da Le dieu du carnage di Yasmina Reza. La trasposizione cinematografica del regista polacco toglie poco all’impianto teatrale della pièce dell’autrice francese, costringendo le due coppie protagoniste nell’uccelliera umana di un appartamento borghese.

Il giornalismo narrativo di Rodolfo Walsh

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Pubblichiamo la recensione di Matteo Nucci, uscita sul «Venerdì di Repubblica», su «Operazione massacro», libro culto di Rodolfo Walsh finalmente tornato in libreria edito da La Nuova Frontiera.

Trentacinque anni fa, in questi giorni, gli amici di Rodolfo Walsh smisero di nutrire speranze. Aveva compiuto cinquant’anni a gennaio, lo scrittore, il giornalista, l’uomo in lotta per il suo Paese. Il 25 marzo era stato visto l’ultima volta eppoi era scomparso. Desaparecido. Qualcuno commentò che si era come lasciato andare dopo che la figlia Vicki era morta ventiseienne in uno scontro a fuoco con le forze del regime. Ma chi conosceva bene Walsh, non aveva questi dubbi. Gli intimissimi poi erano a conoscenza della lettera aperta che aveva scritto al Generale Videla e alla Giunta Militare. Si apriva così: “La censura della stampa, la persecuzione degli intellettuali, la demolizione della mia casa, l’omicidio di amici cari e la perdita di una figlia morta mentre vi combatteva sono alcuni dei fatti che mi costringono a questa forma di espressione clandestina dopo che per quasi trent’anni mi sono pronunciato liberamente come scrittore e giornalista”. Sua moglie Lilia conosceva anche il seguito di quelle pagine brucianti e sapeva bene a chi Walsh aveva progettato di inviarle per posta.

Niente più culto dei morti nell’Italia del Novecento

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Questo racconto è stato scritto e pubblicato sei anni fa.

di Christian Raimo e Nicola Lagioia

Io e Nicola eravamo stati amici – molto amici, stretti, sodali, soprattutto nei due anni in cui le cose stavano andando talmente a scatafascio che potevamo passare le ore a fare battute sarcastiche sul fatto che non avevamo i soldi per comprarci una corda da agganciare al soffitto.
In un’Italia divorata dalla crisi economica, nel maggio assolato e ventoso in cui per un periodo ci dividemmo un appartamentino a San Giovanni, le cose erano andate più o meno in questo modo: io ero depresso perché ero depresso e Nicola era depresso perché – fuori tempo massimo, nevrotizzato dai sensi di colpa – si stava sputtanando i pochi soldi che gli passava una web-agency facendosi nelle vene. Io lo guardavo con gli occhi abbacinati, abbozzavo meraviglia: preparare tutta quella roba lì, le bustine di cellophane, i filtrini di ovatta, il cucchiaino… Tutti i pulpiti su cui sarei dovuto salire per contraddirlo o almeno biasimarlo mi sembravano troppo alti, e del resto ero convinto che lui ce l’avrebbe fatta perché aveva una fidanzata, Betta, che nonostante tutto gli voleva bene, come lui era convinto che io mi sarei salvato perché avevo una famiglia che mi avrebbe fatto in qualsiasi evenienza da materasso protettivo; ma questo, appunto, non ce lo dicevamo.

Appunti su La Storia, l’innocenza e la colpa

elsamorante

Carola Susani, autrice di «Eravamo bambini abbastanza», racconta «La Storia» di Elsa Morante in un articolo uscito sull’ultimo numero di «Nuovi Argomenti» dedicato al centenario della nascita della scrittrice romana.

di Carola Susani

In questi giorni rileggevo La Storia di Elsa Morante e mi accorgevo di quanto in profondità quelle pagine si erano depositate in me. Le vicende occorse a Ida, Nino e Useppe, quelle minute e quelle gravi, nell’inverno del 1974, mia madre me le raccontava la sera per addormentarmi. Certo, sorvolava sui momenti più crudi e dolorosi, ma il sentimento del mondo che si respira in quelle pagine, sono sicura, mi è rimasto dentro fin da allora; la saggezza monumentale di Useppe e Bella, la precisione del loro sguardo sulla vita, di assoluta tenerezza.

Mi pare di vivere in un mondo che neanche Kurt Vonnegut avrebbe saputo immaginare

In occasione dell’anniversario della morte di Kurt Vonnegut, pubblichiamo un estratto dal libro «Un uomo senza patria». È in uscita nella nuova collana mini • i tascabili di minimum fax, «Dio la benedica, dottor Kevorkian», un libro che raccoglie le interviste impossibili di questo genio dell’umorismo nero: ventuno dialoghi immaginari con scrittori, scienziati, ma anche uomini e donne comuni, con una prefazione inedita di Francesco Piccolo.

di Kurt Vonnegut

Qualche anno fa mi scrisse una tipa di Ypsilanti, una romanticona. Sapeva che ero un romanticone anche io, vale a dire un inveterato democratico del Nord alla Franklin Delano Roosevelt, amico delle classi lavoratrici. La signora era incinta – non di me – e voleva sapere se era una crudeltà dare alla luce una creatura tanto delicata e innocente in un mondo brutto come quello di oggi.