Lux, la narrazione assennata e piena di grazia di Eleonora Marangoni

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Ci sono libri che è opportuno rileggere due volte: la prima volta per percepirne il sapore, e la seconda per metterne a fuoco la storia. Sono i romanzi che compiono un investimento speciale nelle atmosfere avvolgenti, nello stile ricercato, in una lingua sorvegliata ed esatta, e nei quali gli eventi narrati sembrano passare in secondo piano, come oscurati dal nitore e dalla forza dell’espressione. Affrontando queste opere, a una prima lettura si corre il rischio di non riuscire a cogliere perfettamente le relazioni tra gli avvenimenti descritti, perché è facile lasciarsi distrarre dalle suggestioni evocate dal racconto. Ed è solo leggendole nuovamente che i nessi causali e temporali acquisiscono una rigidità più definita e articolata, e si riesce a percepire la storia con il necessario livello di esattezza.

È il caso di Lux (Neri Pozza), romanzo d’esordio di Eleonora Marangoni, una scrittrice che, per quanto ancora giovane,ha già sviluppato una visione del mondo originale e matura, ed è dotata di un’assennatezza scintillante e piena di grazia. Marangoni, che negli anni passati si è fatta conoscere per i suoi studi su Marcel Proust, confeziona un libro capace di cogliere l’energia segreta delle cose, la linfa nascosta che le innerva e da cui la storia a poco a poco si dipana.

Dominare lo spazio e il tempo

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Federico Vergari Le sfide dei campioni, uscito per Tunué.

di Federico Vergari

Se c’è una cosa che, più di tutte, mi ha sempre affascinato della pallavolo, questa è la capacità che dà – soprattutto a quelli bravi – di ingannare il tempo e lo spazio. Stare in aria pochi attimi che sembrano un’infinità. E decidere in fretta, ma con una calma inscalfibile per chi guarda dal basso, cosa fare. Il momento preciso in cui il salto arriva alla sua massima estensione e il cervello sta comunicando a muscoli, nervi e ossa come dovranno comportarsi. Schiacciare, angolare o appoggiarla con un beffardo pallonetto. Seguire la linea o incrociare.

Ecco. Quel momento lì – quell’istante in cui il tempo si ferma e tu puoi decidere cosa fare della palla e del tuo corpo – contiene, secondo me, tutta la magia di questo sport.

I vagabondi, le micronarrazioni di Olga Tokarczuck

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Nel 1542, mentre Copernico rivela i primi capitoli del modello del sistema solare che prenderà forma come De Revolutionibus orbium coelestum, Vesalio pubblica il primo atlante anatomico, De humani corporis fabrica.

Se il fatto che queste due pietre miliari vengano pubblicate nello stesso anno può sembrare una curiosa coincidenza, allora forse siete nella giusta disposizione d’animo per leggere Bieguni, la narrazione-costellazione di Olga Tokarczuck apparsa in Polonia nel 2007, pubblicata con grande successo (tanto da vincere il Man Booker International) da Fitzcarraldo in UK (Flights) nel 2018 e finalmente in uscita in Italia come I vagabondi (2019, traduzione di Barbara Delfino) per Bompiani.

Barracoon, racconto dall’ultima schiavitù

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Il volto di Cudjo Lewis si riga di lacrime, quando comincia a ricostruire con l’etnografa Zora Neale Hurston la storia della riduzione in stato di schiavitù. Nel luglio del 1927 Hurston e Cudjo s’incontrarono per la prima volta per un racconto destinato al Journal of Negro History. Zora entrò nella casa di Cudjo Lewis, raccogliendo la storia dalla voce di un testimone diretto in grado di descrivere l’odissea dell’ultimo carico di schiavi approdato negli Stati Uniti d’America.

«Il mio nome non è Cudjo Lewis. È Kossula. Quando sono venuto nella terra dell’America il signor Jim Meaher ha provato a dire il mio nome, ma siccome è troppo lungo, io gli ho chiesto: “Senti, io sono una cosa tua?”. Lui ha detto: “Sì”. E così io ho detto: “Allora chiamami Cudjo. È uguale”. Nella terra dell’Africa, però, mamma mi ha chiamato Kossula».

Fu Stella, l’urgenza della memoria

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Giovedì 14 Marzo alle ore 18 si terrà al Palazzo delle Esposizioni a Roma la presentazione di Fu stella (Lapis Edizioni), ultimo libro di Matteo Corradini, illustrato da Vittoria Facchini.

Il libro è una lunga, commovente filastrocca sulla Shoah, nella quale si avvicendano dieci storie tragiche viste dal punto di vista della tristemente famosa stella gialla cucita sulle divise della discriminazione razziale. Premio Andersen 2018 come protagonista della Cultura per l’infanzia, Corradini ha pubblicato diversi libri sul tema, che lo hanno imposto come una delle voci più importanti della cosiddetta Didattica della Memoria.

Appunti su “Serotonina”

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Questo pezzo è uscito sulla rivista «Gli Asini», che vi suggeriamo di leggere. di Nicola Lagioia Di Serotonina, settimo romanzo di Michel Houellebecq, si è molto parlato prima ancora che venisse pubblicato. Contagiati dall’ansia anticipatoria che governa la stampa quotidiana, molti critici hanno posto con faciloneria l’accento sulle facoltà divinatorie dello scrittore francese: così come […]

Dispacci dalla frontiera. Il confine nel libro di Francisco Cantù

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di Tiziano Rugi

(fonte immagine)

Un confine innaturale disegnato a tavolino nel 1800 e più volte modificato si estende per oltre 2000 chilometri, passando per la California, l’Arizona, il New Mexico e il Texas e separa gli Stati Uniti dal Messico. Ogni anno più di 500 mila persone tentano di attraversarlo illegalmente.

La maggior parte dei migranti viene fermata dalla polizia di confine americana: sono arrestati, trasferiti in centri di detenzione e poi rimpatriati. Una lotta quotidiana tra gli agenti che presidiano i confini e i trafficanti di esseri umani che cercano di aggirare i controlli in cui a rimetterci sono sempre i migranti.

La casa del dolore altrui, il Messico di Julián Herbert

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“[Questo è un western]”, è questa la frase che Julián Herbert pone in esergo al primo capitolo del molto bello La casa del dolore altrui (Gran Via, 2018, trad. di Francesco Fava), la scelta la spiega l’autore alla penultima pagina, ciò che è certo che quel pensiero a un certo punto – stando perfettamente allineati, tenendo la ricostruzione storica a sinistra (oppure a destra) e la prosa poetica, acuta, ricca di suoni e slanci di Herbert a destra (oppure a sinistra, si capisce) – lo facciamo anche noi, o quantomeno potremmo avvicinarci.

Julián Herbert è nato ad Acapulco, è poeta, scrittore, musicista. È considerato uno degli autori più interessanti della sua generazione, è nato nel 1971.  Gran Via ha già pubblicato, nel 2014 Ballata per mia madre, romanzo intenso e importante, molto premiato. Herbert è noto per la raccolta di racconti Cocaina, uno solo di questi tradotto in italiano. Il suo lavoro più recente è la raccolta di racconti Tráiganme la cabeza de Quentin Tarantino del 2017, che attendo con grande curiosità.

“Di chi è questo cuore”, nel nuovo libro di Mauro Covacich

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«La sonda spara ultrasuoni nel petto. Al primo contatto con la pelle la sua testa scivolosa mette i brividi, poi prevalgono le immagini. Sullo schermo una sagoma medusoide pulsa nell’oscurità. Si dilata e si contrae in mezzo a quel nero dove all’improvviso potrebbero comparire palombari. Oppure astronauti. Ma non c’è nessuno nel petto, ci sono solo le cose contenute in ogni essere umano».

Questo è l’incipit del nuovo romanzo di Mauro Covacich, Di chi è questo cuore (edito da La nave di Teseo), dove il protagonista, la cui esistenza ricalca da vicino quella dello stesso autore, viene fermato da un medico dello sport dall’attività agonistica a causa di un malfunzionamento cardiaco, fatto che lo costringe a rallentare la sua attività fisica e a limitarsi a corricchiare per le strade di Roma.

In punta di penna: Denis Johnson

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Pubblichiamo, ringraziando l’editore, un estratto dal libro In punta di penna – Riflessioni sull’arte della narrativa. Volume secondo, appena uscito per minimum fax. (fonte immagine)

Agente segreto

di Denis Johnson

Mi ricordo una volta, a Chicago. Nei dintorni di Jefferson Street, qualche strada più giù del Loop. Adesso non ricordo neanche quante, ventuno, ventidue, o ventitré anni dopo. Alle quattro del mattino diventava un quartiere di sbandati e ubriaconi. Gente senz’anima o spirito che dormiva appoggiata ai muri o nei canali di scolo, come li avevano avvisati che sarebbe successo se avessero continuato a bere… e loro avevano continuato.

Quel mattino buio ero andato lì per unirmi alle squadre di operai alla giornata che i tizi del collocamento radunavano nei giorni feriali, ma avevo come la sensazione che sarei finito a vivere lì anch’io, un giorno, e osservavo triste e irrequieto il mio futuro intorno a me, tizi dai volti spenti che annuivano come pupazzi, tormentavano le sdruciture dei vestiti a brandelli e si fregavano le labbra con la lingua.