L’Ungheria e l’Europa: intervista ad Ágnes Heller

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Ágnes Heller, allieva di György Lukács ed esponente di spicco della cosiddetta “scuola di Budapest”, è stata una protagonista della rassegna Libri come, realizzata recentemente all’Auditorium Parco della Musica. L’abbiamo incontrata in quell’occasione.

La filosofa ungherese di origine ebraiche, classe 1929, sopravvissuta all’Olocausto, una delle intellettuali più influenti del Novecento, continua a esercitare la propria dissidenza ed essere una voce critica nel cuore dell’Europa proiettata verso le elezioni di maggio.

In libreria c’è la sua ultima fatica: Orbanismo (Castelvecchi, 65 pagine, 9 euro, traduzione di Massimo De Pascale e Federico Lopiparo). È un’analisi dell’Ungheria e dell’Europa vista da est nel tempo del Premier ungherese Viktor Mihály Orbán.

La scuola della fantasia, ovvero: quanto ci manca Gianni Rodari

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Il 14 aprile 1980 moriva Gianni Rodari, aveva appena 60 anni. Era entrato in ospedale per un’operazione facile all’apparenza. Poco tempo prima aveva scritto a Carlo Carena, collaboratore dell’Einaudi: «Caro Carena, oggi ho accompagnato mia moglie in clinica per un’operazione — quando uscirà lei dovrò entrarci io, per colpa di un’arteria occlusa — vede che non ho lo spirito adatto per rifare la prefazione alle «Favole al telefono». La programmerò per l’edizione tredicesima, anche se doveste interrogarmi con i tavolini».

La sua biografia attraversa il novecento, nato nel 1920, è un giovane diligente negli anni del fascismo. Vive con la madre vedova perché il padre, fornaio, muore quando lui è bambino per salvare un gatto durante un temporale.  Il pane e i gatti torneranno in moltissime sue storie.

Come un corpo che cade: “La sottovita” di Francesco Savio

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di Maurizio Cotrona

Nell’immagine qui sopra c’è la vacca delle Highlands, razza bovina proveniente dalle terre alte della Scozia, ve lo stavate chiedendo.

Quando ho provato a comprare il libro che porta questa vacca in copertina non ricordavo il titolo; così ho detto al libraio “c’è una vacca in copertina”, e poi “l’autore è Francesco Savio”. Il libraio mi ha fatto perdere almeno un quarto d’ora prima di trovare il romanzo sugli scaffali, tratto in inganno dalla costina rossa, lui se l’aspettava bianca.

Anche Francesco Savio fa il libraio, in una Feltrinelli di Milano.

Il gioco del mondo. Io e Lorenzo

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo.

L’ultima volta che ci siamo visti, al Palalottomatica, ne ho avuto la riprova definitiva. Non che non lo avessi intuito già da tempo, ma un conto è sospettarlo, e un altro è sentirselo dire da degli estranei e poi vedersi insieme in foto: io e lui siamo il giorno e la notte. Era fine aprile, Lorenzo stava per salire sul palco per una delle dieci date, ovviamente tutte sold out, in programma a Roma. Un mese prima lo avevo avvisato per mail di aver comprato il biglietto il tal giorno e lui, generoso come al solito, s’era offerto subito di cambiarmelo con uno di quelli speciali per i suoi ospiti, ma io avevo preferito non accettare, tanto poi l’avrei visto in privato. Eravamo d’accordo infatti che al mio arrivo al Palazzetto avrei chiamato una sua assistente che mi avrebbe condotto da lui in camerino.

Giunsi in anticipo ma c’era già una discreta folla davanti ai cancelli dell’arena. Entrai e presi posto nel terzo anello laterale, lo spicchio in alto più lontano dal palco, perché quello permetteva il mio portafoglio.

L’alcol e la nostalgia

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di Pierluigi Lupo Di solito per decidere se comprare o non comprare un libro, mi affido alla lettura delle dieci o venti righe iniziali. E molte volte quelle poche righe, lette in fretta, in piedi, nella luce spesso violenta di una libreria, sono sufficienti a non farmi pentire della scelta. Così è accaduto anche con […]

Di generi, di genere e di altre magie (nere): un dialogo con Loredana Lipperini

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L’esorcismo di uno spettro (individuale e collettivo); la nostalgia dell’eteronimo doppelgänger perduto; un regolamento di conti senza (?) spargimento di sangue; e un fantastico omaggio al fantastico.

Tutto questo è Magia nera, che esce oggi per Bompiani in spregio a chi pensa ancora che per le antologie di racconti, come titolava Ammaniti, il momento sia delicato. Quanto segue è un lusso vero per chi scrive: è la trascrizione di uno scambio appassionato con l’autrice, saggista, giornalista, incanta-radio Loredana Lipperini, oggi più che mai dalla parte delle streghe.

D: «Queste non sono storie che appartengono dichiaratamente a un genere, forse perché i generi, in fondo, non esistono. Esistono modi di raccontarle che partono da punti di vista ogni volta diversi: quel che cambia è il punto d’ingresso, e la strada che si sceglie di percorrere», scrivi nella tua chiosa finale a Magia nera e su Lipperatura. È una vita che te lo senti domandare ed è da una vita che per me si conferma, questa, la domanda delle domande, quindi partirei da qui: hai sempre avuto lo stesso rapporto con il genere? Quand’è iniziato il tuo innamoramento, e da cosa è nato — posto che si possa incollare un movente sopra al richiamo d’amore, qualunque esso sia?

L: È nato con le fiabe dei Grimm, edizione non adattata per i bambini, che la mia madrina mi regalò quando avevo sette anni.

Dove finiscono le parole: un estratto

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Andrea Delogu Dove finiscono le parole, uscito per RaiLibri. Il testo racconta la scoperta, la convivenza e il confronto con le difficoltà legate alla dislessia, ed è stato stampato con una font ad alta leggibilità, EasyReading, adatta sia ai dislessici che ai non dislessici.

di Andrea Delogu

Papà, ho trovato un amico (1991). Ovvero quando non conoscevo la differenza tra mamma e mucca

Che strana cosa, penserete voi. Come si fa a confondere la mamma con una mucca? Impossibile. Certo, sono due parole di cinque lettere ed entrambe cominciano per emme, ma le somiglianze finiscono qui. Qualsiasi bambino già a un anno è capace di cogliere la differenza tra la sua mamma e una mucca, sa che la mucca fa “muuu” e adora stare tra le braccia della mamma. Ebbene, per me evidentemente la differenza non era così palese.

E dire che all’epoca di anni ne avevo sei e da poche settimane avevo cominciato a frequentare la prima elementare. Be’, è stato proprio alle elementari che, insieme alla maestra, ai compagni di classe e ai grembiuli è arrivato anche il mio primo vero nemico: il libro degli esercizi.

Chris Offutt e la ricerca del padre

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, l’inserto culturale de La Stampa, che ringraziamo. (fonte immagine)

Kentucky orientale, Stati Uniti profondi. È in corso una cerimonia funebre, molto americana; chi interviene ricorda il defunto. Per l’occasione, le orazioni che si susseguono recitano più o meno così: «Uno come lui non si incontrava tutti i giorni». «Era un personaggio». «Era un personaggio». «Una volta è stato gentile con me». «Andy non andava d’accordo con molte persone, ma a me è sempre piaciuto». E ancora, «Era un personaggio».

Il defunto, «Andy», è Andrew Jefferson Offutt, autore di svariati romanzi da collocare in una serie parecchio più indietro rispetto alla lettera B dell’alfabeto; libri perlopiù pornografici, con occasionali sortite nella fantascienza e nel fantasy.

Al di là di questa attività, del resto perfettamente rispettabile, è proprio vero: Andy Offutt era un personaggio, un uomo in cui confluivano una severa educazione – figlia della Grande Depressione – una spiccata tendenza alla scrittura e ossessioni di varia natura.

Il figlio di Persefone: un estratto

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal romanzo di Maurizio Cotrona Il figlio di Persefone, uscito per Elliot.

di Maurizio Cotrona

Ade, Acciaieria, Pluto, Plutone, Italsider, cane nero, rapitore di anime, Riva, Nazione, cronide, assassino di Stato, teratogeno, diossina, oscuro, lupo, Cerbero, Aita, fabbrica, signore dei morti, progresso industriale, Tekne, CECA, tubificio, Finsider, colosso, Moloch d’acciaio, quarto centro siderurgico, Tànato, Edonèo, ILVA, affamatore di anime, monocultura, ratto, ricatto.

La prima pietra venne posata nel 1960, cinque anni dopo la fabbrica era stata inaugurata con parate e fazzoletti bianchi agitati al cielo. Una grande opera per il mezzogiorno. Una scelta politica basilare.

Viaggio eminente nel tennis. Intervista a Matteo Codignola

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(fonte immagine)

Per chi ama il tennis, Vite brevi di tennisti eminenti è un libro pressoché obbligatorio. Matteo Codignola, come la sua ironica sprezzatura lascia emergere nell’intervista, è alieno da facili nostalgie o entusiasmi iperbolici.

Non troverete l’epica del tennis anni ’70 o la celebrazione retorica di “quanto era bello il tennis di una volta”. Al contrario, l’autore, che apprezza il tennis contemporaneo, atleticamente frenetico, ci racconta le storie antecedenti all’era del professionismo.

Storie straordinarie, divertentissime eppure intrecciate ai crocevia più tragici della storia del Novecento, narrate in uno stile deliziosamente aristocratico eppure equilibrato, equidistante tral’incedere barocco dello Scriba Clerici e i funambolici calembour di Gianni Brera.