Non temere la vampa del sole – su Virginia Woolf

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di Edoardo Pisani Voglio affondare con la bandiera spiegata. Virginia Woolf Nell’estate del 1904, poco dopo la morte del padre Leslie, Virginia Woolf, allora Virginia Stephen, vive una delle crisi più profonde della sua esistenza. È a casa dell’amica Violet Dickinson, che tanto l’ha rincuorata nelle lettere. Ha appena tentato il suicidio, buttandosi dalla finestra, […]

Il cupo corale delle separazioni e delle perdite in Sylvie Schenk

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È diventata una persona che solo di rado pensa alle imperscrutabili possibilità di un precipizio, Louise. Ripercorre la sua vita osservandola sul finire, provando ancora piacere alla vista del verde intenso di un prato, “della luce autunnale che fa emergere il mondo dal grigiore, l’incandescente luce meridiana dell’estate che regala al mondo profili netti, irrevocabili, la luce accecante di una cascata ghiacciata e il luccichio della neve al crepuscolo”.

Ripensa a quella luce capace di abbellire il proprio mondo reale e solido la protagonista di Veloce la vita (Syilvie Schenk, Keller, trad. Franco Filice) nel ripercorrere, ormai anziana, gli anni vissuti nelle Alpi francesi caratterizzati dal difficile rapporto con un padre autoritario e una madre talmente sola da dover sussurrare le proprie angosce agli armadi aperti.

Nuovi modi di raccontare il contemporaneo: Intervista a Shane Jones

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di Cristò

Shane Jones è uno scrittore statunitense di quaranta anni che negli ultimi dieci anni ha pubblicato quattro romanzi apparentemente stravaganti che tuttavia sembrano indicare una possibile declinazione contemporanea della narrativa. Ciò che colpisce nella sua scrittura è la capacità di creare mondi bizzarri ma assolutamente concreti e coerenti e di delineare personaggi fortemente simbolici ma anche profondamente umani. Sempre in bilico tra surrealismo, realismo magico e iper-realismo i libri di Shane Jones si discostano tanto dal verismo del grande romanzo americano, quanto dal postmodernismo di fine Novecento e cercano nuovi modi di raccontare il contemporaneo.

Stregati: “L’apprendista” di Gian Mario Villalta

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di Franco Buffoni

Parrebbe beckettiano l’attacco de L’apprendista, il nuovo romanzo di Gian Mario Villalta, con due uomini maturi che, come Didi e Gogo, parlano meccanicamente nel freddo d’una sacrestia. Il settantaduenne Tilio è l’apprendista e diventerà sacrista titolare solo alla fine del libro, alla morte dell’ottantaquattrenne Fredi.

Ma dopo poche pagine ci accorgiamo che i due parlano davvero e che i loro racconti, e soprattutto i loro pensieri, più che a Beckett rispondono al precetto balzacchiano e poi joyciano: la giornata qualunque di un uomo qualunque diventa il più interessante dei romanzi se nulla viene taciuto, se tutto viene sviscerato. E i discorsi e i pensieri di Tilio e Fredi ci fanno attraversare il Novecento, da Salò al Giappone fino a Veronika – la badante ucraina della moglie morente di Tilio – della quale l’uomo si invaghisce.

La straniera, i sassi e il lockdown: intervista a Claudia Durastanti

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A lockdown alleggerito incontro Claudia Durastanti a Trastevere, in un sabato pomeriggio di autentica primavera romana. Nonostante l’assenza di turisti e struscio, i due fattori che normalmente riempiono all’inverosimile le stradine del quartiere, e malgrado la chiusura dei locali tra cui il venerabile bar San Calisto – la cosa che più di tutte in effetti ci sorprende e intristisce – tutta quest’atmosfera da distopia, in realtà, non si sente. Roma sembra avere questa capacità di normalizzare, di neutralizzare, di contenere – così come d’altronde in altri momenti sa drammatizzare, estremizzare. Ed è quindi persino con una certa naturalezza che muniti di mascherine d’ordinanza scegliamo due portoncini adiacenti e a debita distanza di sicurezza ci sistemiamo sui rispettivi gradini d’ingresso; dopodiché, piazzo sui sampietrini un giornale con il registratore sopra, e iniziamo a chiacchierare. A un certo punto un freak del quartiere ci interrompe, attacca un bottone su chi siamo e cosa stiamo facendo, si informa sui libri scritti da Claudia, ci lascia il suo account Instagram, bisticcia con un altro tizio a ridosso di una fontana e poi va via salutandoci con ampie cerimonie e promesse.

“Il fiume tra di noi”, il romanzo postumo di Bijan Zarmandili

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di Anna Toscano

Il fiume tra di noi è il romanzo uscito postumo di Bijan Zarmandili, scrittore e giornalista che per decenni  ci ha narrato del suo Iran e della sua Italia attraverso giornali e libri.

Il fiume tra di noi è una storia di legami forti e controversi, di dolore e di amore, come in tutti i romanzi che lo scrittore iraniano ha scritto: il legame non è solamente tra le persone, ma un legame alla terra, a un paese, ai ricordi, alla storia.

Henry David Thoreau e il sentiero per Walden

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di Sara Massafra

Henry David Thoreau (1817-1862) è stato una figura cruciale per la tradizione americana del nature writing: acuto osservatore dei processi naturali, con la sua rara capacità di unire l’approccio poetico a quello scientifico, il filosofo-scienziato è stato uno dei primi autori a parlare della necessità di preservare la wilderness come riserva di nutrimento intellettuale per l’uomo civilizzato. La sua idea di rapporto con la natura fu rivoluzionaria per l’epoca, grazie soprattutto al contributo dato dal suo testo più universalmente noto Walden: Or Life in the Woods (1854).

Thoureau visse immerso nella natura, isolato dalla presenza di altri membri della sua specie e in costante compagnia di creature non umane, fino al punto di sentirsi parte integrante di questo ecosistema. La sua “vita improbabile” è stata raccontata di recente dallo scrittore statunitense Michael Sims nel suo Il sentiero per Walden, edito in Italia da LUISS University Press lo scorso anno ed è stata l’occasione per una riflessione intorno alla tradizione americana e poi europea di«scrivere la natura», di cui tuttora risentono un’eco straordinaria soprattutto gli studi tra letteratura e ecologia.

Il sistema del tatto: l’origine del distacco secondo Alejandra Costamagna

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di Sara Petrognani C’è un luogo condiviso nella memoria di chi migra, un’exclave interiore che si ridefinisce continuamente, una sala di attesa eterna dalla quale non si parte mai. È un posto in cui si trovano le persone che sono state sradicate, un posto per chi non è più riuscito a mettere radici, qualunque fosse […]

Ho fatto la spia, l’ultimo romanzo di Joyce Carol Oates

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Prendiamo un arco di vent’anni. Dieci, per non esagerare. In un decennio, non sono molte le persone di cui si possa dire che, nel loro campo, sono insuperate a livello universale; le più grandi di tutte. Sì, ok, la logica suggerirebbe che non superino l’unità, ma visto che l’assolutismo è un cascamorto ogni categoria finisce per comprendere più di una medaglia d’oro nella stessa disciplina. Cosa che, pur svilendo di un poco la proclamazione e la simbologia del podio, in realtà non pregiudica la vittoria: quando qualcuno la spara grossa dicendo “Per me, X è la più brava del mondo/il più grande di tutti”, vuol dire che c’era sia la preda che la carica, non solo il silenzio giusto per far risaltare un boato. Che, cioè, i criteri sono arbitrari, ma le basi solide, rispettabili, di pubblica conoscenza.

Tutto chiede salvezza, il memoir di Daniele Mencarelli

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«Che cura esiste per come è fatta la vita, voglio dì, è tutto senza senso, e se ti metti a parla’ di senso ti guardano male, ma è sbagliato cerca’ un significato? Perché devo avere bisogno di un significato? Sennò come spieghi tutto, come spieghi la morte? Come se fa ad affrontare la morte di chi ami? Se è tutto senza senso non lo accetto, allora vojo mori’.»

Da qualche anno ho la fortuna di essere tra i curatori del Festival dei Matti di Venezia; dico fortuna perché dal lavoro svolto all’interno di questa manifestazione ho imparato molto sulla salute mentale, una parte del nostro mondo di cui conoscevo molto poco.