Un estratto da “Piano B”: Ágota Kristóf

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Pubblichiamo un estratto dal libro di Gianluca Bavagnoli e Lucia Emilia Stipari Piano B, uscito per Centauria, che ringraziamo. L’illustrazione è di Duncan Connell.

Nascere nel 1935 nella più remota provincia ungherese, in un paese di poche anime come Csikvánd, privo di stazione ferroviaria, elettricità, acqua corrente, potrebbe sembrare un pessimo punto di partenza per una bambina che sogna grandi cose. Una bambina come tante altre che però, a soli 4 anni, vive già di libri e legge ad alta voce per i vicini di casa, che la ascoltano rapiti, limitandosi a chiederle di andare più piano o più veloce.

E invece, per Ágota Kristóf, quello dell’infanzia resterà per sempre il momento più bello, quello che per tutta la vita tenterà di ritrovare chiudendo gli occhi e affondando nel mare dei ricordi.

Dalla parte di Meursault. Ricordare “Lo straniero” di Albert Camus oggi

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di Anna Toscano

Rileggere Lo straniero di Albert Camus a settantasette anni dalla sua uscita è una esperienza straniante: la domanda che affiora quasi a ogni pagina è se siamo in Algeria tre quarti di secolo fa, o oggi nelle nostre strade, nelle nostre case, nella nostra città. Il protagonista, Meursault, è un individuo che appare come tutti, un lavoro che gli occupa molto tempo e lo tedia, una casa, una madre in un ospizio, una vita affetta da abitudini che hanno trovato la pace in loro stesse.

La felicità di far libri, secondo Leonardo Sciascia

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo. Fonte immagine.

Immaginate, accanto al duomo o in qualunque altro luogo nella cerchia dei bastioni, una roccia scoscesa e brulla che porta al mare; immaginatela lavica e ricoperta di piante escrescenti che offrono frutti gialli e arancioni; immaginate i fichidindia nel centro di Milano: polposi, colorati, nutriti da un sole che non picchia.

Ora pensate a Palermo nel 1969, con tutta la sua energia e tutta la sua ingovernabilità, pensate al caos, al brusio, alla mafia, ai dislivelli sociali, all’irriducibilità delle strade e dei quartieri. Pensate a un fotografo e a sua moglie, a un antropologo, a uno scrittore, a questi quattro amici che decidono di aprire una casa editrice e seguire una follia: investire in cultura. Fra loro – Enzo ed Elvira Sellerio, Antonino Buttitta, Leonardo Sciascia – è quest’ultimo a sfidare la similitudine che bisogna darsi l’ardire di capovolgere: “fare libri a Palermo è come coltivare fichidindia a Milano”.

“Il commensale”: un estratto

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Pubblichiamo un estratto da Il commensale, il libro di Gabriela Ybarra uscito per Alessandro Polidoro Editore, che ringraziamo.

di Gabriela Ybarra

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Si racconta che nella mia famiglia si sieda sempre un commensale in più a ogni pasto. È invisibile, ma c’è. Ha il suo piatto, il suo bicchiere e le sue posate. Di tanto in tanto appare, proiettando la sua ombra sul tavolo e facendo svanire qualcuno dei presenti.

Il primo a sparire fu mio nonno paterno.

La mattina del 20 maggio del 1977, Marcelina mise sul fuoco un bollitore e approfittando del fatto che l’acqua non fosse ancora a temperatura, prese un piumino e iniziò a spolverare le porcellane. Un piano più su, mio nonno stava entrando nella doccia e, in fondo al corridoio, dove le porte formavano una U, dormivano i tre fratelli che vivevano ancora lì.

Tra le pieghe dell’ossessione. L’invenzione dell’altro in Frédéric Boyer

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Photo by Jose A.Thompson on Unsplash

di Alice Pisu

“Ci sono bambini che abitano immagini nelle quali credono ciecamente per tutta la vita”. Quella di Frédéric Boyer ha le sembianze di una giovane donna dagli occhi scuri che turba i suoi pensieri di bambino per diventare presto un’ossessione che lo accompagnerà per il resto della vita. A contrastare il rigore e le imposizioni dell’educazione impartita dalle suore del Sacro Cuore, i giochi segreti nel dopopranzo con una figura misteriosa che prenderà forma nel suo immaginario diventando l’oggetto del desiderio da ricercare instancabilmente in ogni donna che da adulto avrebbe incontrato.

Di Maratone, Bruce Springsteen e del sangue che (s)corre nelle vene

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di Federico Vergari

“We were born to run”. Siamo nati per correre. Oppure, in una rilettura di uno dei massimi scrittori-esperti di Springsteen Gianluca Morozzi: “Siamo nati per rincorrere”.

Questa frase di Bruce Springsteen che, a prescindere dalle due traduzioni non cambia il suo valore e resta intatta e si erge, almeno per me, nel simbolico Louvre delle citazioni che possono in un modo o nell’altro cambiarti la vita. E dirò di più: questa frase è tatuata e ben leggibile sul mio interno bicipite destro. Andò più o meno così: “Se riesco a finire la mia prima mezza maratona mi tatuo la frase del Boss”. E così fu. Era marzo 2014 e da quel giorno di mezze maratone ne ho corse tante, alternandole con tante Dieci, diverse Trenta e anche con una prima – recente – maratona, a Firenze lo scorso il 25 novembre.

“Il romanzo dell’anno” di Giorgio Biferali: un estratto

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Pubblichiamo un estratto dal libro di Giorgio Biferali Il romanzo dell’anno, uscito per La Nave di Teseo. L’autore sarà questa sera alle ore 21 presso la libreria Altroquando.

di Giorgio Biferali

Forse mi converrebbe chiudere gli occhi. Lo facevo anche da bambino, quando la notte non riuscivo a dormire per i rumori che venivano da fuori e perché le ombre dei rami sul soffitto mi sembravano delle mani giganti, scheletriche, di chissà chi, pronte a portarmi via. Se chiudo gli occhi siamo uguali, io e te, amore. Solo che se chiudo gli occhi non dormo, continuo a vedere tutto come se fossero ancora aperti, e anche di più. Faccio fatica a dormire, faccio fatica a dormire senza sognare, faccio fatica a dormire senza fare brutti sogni, che poi in fondo sono anche meglio della realtà. E tu, che cosa vedi adesso? La tua stanza è piena di riviste, tipo Abitare, Case, Quin, AdStyle, Domus, sono tutte ammucchiate sulla scrivania, piene di polvere, chissà se l’hai mai lette davvero o le compravi solo per non sentirti in colpa, perché non ti sembrava giusto non sapere come gli altri guardassero le case, i palazzi, le strade, i musei, come ci immaginassero dentro la vita delle persone.

“Il sussurro del mondo”, il nuovo romanzo di Richard Powers

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Nel celebre Walden ovvero Vita nei boschi, Henry David Thoreau rintraccia nella natura una funzione fondamentale per l’uomo, quella di tramite per un’indagine del proprio io, una via da percorrere per giungere a una conoscenza di sé, ma non solo, anche del mondo, realmente completa ed esauriente.

Su posizioni simili, ma non completamente sovrapponibili, si situa anche la riflessione di Ralph Waldo Emerson, spesso in posizione ferocemente oppositiva rispetto alle barbarie umane nei confronti della natura, comportamento marchiato a suo dire dalla totale assenza di rispetto: ciò che secondo Emerson l’uomo non capisce è la necessità di un legame tra uomo e natura, un legame fatto di fratellanza e corrispondenza senza il quale non è possibile trovare il proprio posto nel mondo.

Ricordando Nanni Balestrini, “artista totale”. La svolta degli anni Sessanta

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di Rossella Farnese

« […] il pubblico della poesia è infinito vario inafferrabile/ come le onde dell’oceano profondo/ il pubblico della poesia è bello aitante avido temerario/ guarda davanti a se impavido e intransigente// mi vede qui che gli leggo questa roba/ e la prende per poesia/ perché questo è il nostro patto segreto/ e la cosa ci sta bene a tutti e due// […] il pubblico della poesia non ama mica me/ questo lo sanno tutti lui ama qualcun altro/ di cui io non sono che uno dei tanti valletti/ diciamo messaggeri se proprio vogliamo farci belli// il pubblico della poesia ama lei/ lei e/ solo lei e/ sempre lei// lei che è sempre così imprevedibile/ lei che è sempre così impraticabile/ lei che è sempre così imprendibile/ lei che è sempre così implacabile/ lei che attraversa sempre col rosso/ lei che è contro l’ordine delle cose/ lei che è sempre in ritardo/ lei che non prende mai niente sul serio/[…] lei che è la cosa più bella che ci sia// perché ama la poesia vi chiederete/ forse perché la poesia fa bene/ cambia il mondo/ diverte/ salva l’anima/ mette in forma/ illumina/ rilassa/ apre orizzonti […] il pubblico della poesia ama la poesia/ perché vuole essere amato vuole essere amato/ perché si ama profondamente e vuole essere rassicurato/ del suo profondo amore per se stesso […]»

da Le ballate della signorina Richmond (1977)

È morto ieri a Roma Nanni Balestrini, gravitante attorno all’antologia-manifesto della Neoavanguardia, I Novissimi, evento editoriale del 1961 che sfocerà qualche anno dopo nella fondazione del Gruppo ‘63. Nell’Introduzione all’antologia – che comprendeva testi anche di Elio Pagliarani, Alfredo Giuliani, Antonio Porta, Edoardo Sanguineti – Alfredo Giuliani ribadisce che rispetto alla «contemporaneità pura e semplice» dei Novissimi, il «moderno» dei lirici nuovi – alludendo all’antologia curata da Luciano Anceschi nel 1943 – cioè Ungaretti, Montale, Luzi, Sereni, Penna diventa passatismo e «preistoria».

Donne che traducono

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Tradurre è un atto politico

A ribadire con fermezza la politicità dell’atto del tradurre, è il libro Donne in traduzione (Bompiani, pp. 570, 25 euro), antologia di saggi curata da Elena Di Giovanni e Serenella Zanotti, entrambe ricercatrici e docenti di lingua e traduzione inglese.

Sfilano dentro il volume saggi dedicati alla traduzione femminista, sviluppatasi come teoria e come pratica a partire dagli anni ottanta e utile oggi a capire l’importanza del mestiere di traduttore. “La traduzione è uno degli ambiti professionali tradizionalmente riconosciuti come femminili”, scrivono le due curatrici in prefazione al libro, evidenziando come la relazione tra traduttrice donna e scrittore uomo rientri spesso in quella logica binaria “che induce a definire donne le infermiere e uomini i medici, donne gli insegnanti e uomini i professori, donne le segretarie e uomini i dirigenti d’azienda”.