Di ferocia e salvezza: le raccolte “bestiali” di Poissant, Bergman e Malone

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di Gaia Tarini

C’è una sorta di geometria che unisce David J. Poissant, Megan Mayhew Bergman e Margaret Malone, ed è un triangolo ideale che connette lo Stato di New York, Gaffney (nella Carolina del Sud) e Portland (in Oregon), rispettivamente i tre luoghi d’origine dove questi scrittori sono nati e si sono formati. Nell’ultimo triennio NN Editore ha portato in Italia le loro raccolte di racconti, tutte tradotte da Gioia Guerzoni: quando uscì, Poissant fu un piccolo caso editoriale; meno clamore si fece, ingiustamente, intorno alla Bergman; mentre in America, quando vennero pubblicate, le storie della Malone furono salutate dalla critica con parole entusiastiche.

Proprio col libro di Margaret Malone (Animali in salvo), NN sembra aver dichiarato concluso il suo “ciclo bestiale”: i tre libri si parlano a più livelli, non solo dal punto di vista simbolico ma anche da quello narrativo. E non è forse neanche un caso, in effetti, che in tutti e tre ricorrano le parole animali e paradiso: un paradiso perduto, privato del senso di umanità che in questi trentasette racconti risulta quasi sempre stravolto o compromesso.

Benjamin, Rothko, Marai, Moravia: L’ultimo libro

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo.

Photo by Patrick Tomasso on Unsplash

Se casa tua stesse bruciando e potessi salvare un solo libro, quale sceglieresti? Prima o poi ogni amante dei libri si sente rivolgere una domanda del genere, e l’unica risposta adeguata sarebbe: quello più vicino alla porta. Ma nel giugno 1940 Walter Benjamin dovette rispondere seriamente a questo quesito, perché ebbe la disgrazia di trovarsi in una situazione simile. L’incendio lo avevano appiccato i nazisti e stava divampando in mezza Europa. Quando le fiamme lambirono il suo monolocale parigino di rue Dombasle, Benjamin scappò in treno verso il sud della Francia ancora libero e la prima tappa del suo calvario fu a Lourdes.

Con sé portava poche cose. Doveva viaggiare leggero, prevedeva l’attraversamento dei Pirenei a piedi. Lì, in una pensione con vista sulle montagne, aspettò invano per due mesi i documenti necessari all’espatrio e scrisse diverse lettere agli amici più cari.

“La fila”: affinità e divergenze tra Basma Abdel Aziz e Franz Kafka

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di Federico Musardo

In questo articolo proverò a ragionare su alcune analogie e differenze tra La Fila (Nero-Not, 2018) e i romanzi di Kafka, soprattutto Il Processo e Il Castello. Va da sé che si tratterà di brevi cenni, intuizioni superficiali e disordinate, come se questa fosse una prima stesura, a matita, di un saggio più corposo che quasi certamente non esisterà.

Basma Abdel Aziz è una psichiatra e un’attivista per i diritti umani. La Fila (Al-Tabuur, 2013) è il suo esordio narrativo. Come è possibile evincere dal titolo, in uno spazio dove si respira un’aria egiziana anche se i nomi dei luoghi non vengono confidati al lettore (primo kafkismo), comincia a crearsi una fila di persone che per le ragioni più eterogenee aspettano piene di speranza. Quello di Aziz è un mondo distopico, vagamente surreale, in un certo senso aniconico, eppure afferente alla realtà attraverso trasfigurazioni più o meno trasparenti della Primavera Araba, delle dittature mediorientali e dell’uomo contemporaneo che vive la rivoluzione tecnologica.

L’illusione borghese in “Romanzo 11, libro 18” di Dag Solstad

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Questo pezzo è uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Photo by Jonathan Percy on Unsplash

Un uomo di mezza età interrompe una relazione con una donna, ospita in casa il figlio universitario e infine gioca ai propri concittadini uno scherzo terribile, suscitato dalla sensazione che la sua vita non abbia senso:

“È un puro caso che io sia finito in questa città, che non ha mai significato niente per me” rivela a un conoscente. “Com’è un puro caso che io faccia l’esattore comunale. Del resto, se non fossi qui, sarei da qualche altra parte e vivrei nello stesso modo. Comunque il punto è che non riesco a conciliarmi con questa idea.

I mondi immaginari e la ricerca di un’iniziazione

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Il pezzo che segue è stato scritto aggregando gli spunti emersi presso il FilosoFestival di Firenze e il simposio letterario del gruppo di ricerca interdisciplinare Oriss.

di Matteo Innocenti

La lettura dell’Impero del sogno di Vanni Santoni è stata per me una specie di folgorazione. Solo in un altro caso mi è capitata una tale immedesimazione nel protagonista, e parliamo de Il pendolo di Foucault di Umberto Eco. Ma nel caso de L’impero del sogno non c’è neanche quella minima distanza temporale o geografica. Stessi luoghi, Firenze e dintorni, stessa età, nati alla fine degli anni Settanta o all’inizio degli Ottanta. Insomma, il Mella potrei essere io. E forse lo sarei stato, se avessi avuto dei genitori o degli amici diversi. O semplicemente se invece che a Firenze fossi nato nel Valdarno. Stesso immaginario: lo sterminato mondo dei giochi e del fantastico che ha avuto la sua epoca d’oro fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, gli anni in cui si è consolidata la visione a senso unico che domina oggi il pianeta. E stessi problemi, stesse turbe.

Dio nella macchina da scrivere. Storia di Anne Sexton

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di Federica De Paolis

Questo romanzo di Irene di Caccamo, Dio nella macchina da scrivere (La Nave di Teseo), è la storia di Anne Sexton. La poetessa – forse la più nota della storia americana del secondo novecento – insieme a Sylvia Plath. Scritto in prima persona, ripercorre infedelmente una forbice di anni, intercorsi tra un suicidio mancato e quello definitivo.

Anne è sposata, ha due figlie, è una donna di una bellezza abbagliante, borghese, elegantissima, immensamente depressa. Sposa e madre, eternamente figlia. Inizia una terapia con uno psichiatra, il dottor O.: sedute e pasticche; stabilizzatori dell’umore, antidepressivi, sonniferi.

Piccola città. Una storia comune di eroina

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«Voglio che, mentre mi leggete,
sappiate esattamente chi sono e dove sono
e che cosa ho in mente».
Joan Didion, The White Album, 1979.

 

Quando ero bambina, su un muro in casa di mio padre c’era un disegno. Raffigurava degli struzzi di profilo, al tramonto. Le loro sagome emergevano da una scritta che io imparavo a memoria pur non comprendendola: «La piccola città non aveva mai scherzato con i suoi abitanti, così come non scherzerà mai. E le ore racchiudevano il magico contenuto della noia, della incapacità».

La piccola città era Grosseto e gli struzzi i suoi abitanti.

Le Clézio, sotto il cielo di Seul

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

«Senza carta, penna e inchiostro, ho disegnato e scritto le mie prime parole sulle tessere del razionamento del cibo, usando la matita rossa e blu di un falegname. E mi è rimasto un certo gusto per i supporti ruvidi e per le matite semplici», racconta Jean-Marie-Gustave Le Clézio, classe 1940, insignito nel 2008 del Premio Nobel per la letteratura, che non ha perso il senso del viaggio e della scrittura.

Il suo romanzo più recente, appena tradotto e pubblicato in Italia da La nave di Teseo, porta il lettore in Corea del Sud, alla scoperta di Seul, posando sulla città icona della mondializzazione lo sguardo straniero di una donna giovane e tenace, che approda dalla campagna. Bitna, sotto il cielo di Seul (traduzione di Anna Maria Lorusso, 155 pagine, 18 euro) è la storia della ricerca della libertà di una studentessa povera, che però conosce il potere della parola e intravede quello della letteratura.

Non spargere lacrime. Conversazione con Patricio Pron

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Patricio Pron, scrittore argentino che da anni vive a Madrid, si è imposto da tempo come una delle penne più acute e intriganti della letteratura sudamericana.

Tradotto in dodici lingue, pluripremiato (ricordiamo il Premio Cálamo Extraordinario 2016), viene riproprosto in italia dalla casa editrice Gran Via col romanzo Non spargere lacrime.

Un libro che (dobbiamo dire, purtroppo) è di impressionante attualità: ambientato in Italia, in un arco temporale che va dal 1945 ai giorni nostri, passando per l’epoca incendiaria degli anni di piombo, è strutturato con particolare acume e affronta le contraddizioni dilanianti e mai risolte del tessuto ideologico del Dopoguerra.

Mark Fisher e l’inquietante neoliberista

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Pubblichiamo un pezzo uscito su DinamoPress, che ringraziamo.

di Valerio Renzi

In uno scritto datato 25 aprile e intitolato Il lampo, Italo Calvino racconta la vicenda di un uomo che all’improvviso, mentre cammina in mezzo alla strada, è colto da una sensazione che lo pervade: vede il mondo sotto una luce nuova, raggiunge per pochi secondi un piano nuovo di consapevolezza, vede le cose che lo circondano per come sono, scorge la follia e l’insensatezza del mondo e della vita propria e delle persone che gli stanno attorno. Una vertigine di coscienza che presto scompare, facendo spazio al ritorno alla normale percezione delle cose. In Blast, lungo romanzo a fumetti di Manu Larcenet, il protagonista vive qualcosa di simile: momenti in cui tutto si illumina e in cui lui diventa a un tratto consapevole di tutto ciò che lo circonda, lo comprende. Momenti che chiama per l’appunto blast. Precipizi di coscienza che lo porteranno a una vita erratica, lontano dalla società, dove il vuoto del ritorno alla normale percezione è colmato da dolore, solitudine, droghe e alcol, morte.