Sarajevo, venticinque anni dopo

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Questo pezzo è uscito su Altraeconomia, che ringraziamo.

A venticinque anni dall’inizio della guerra in Bosnia e dell’assedio di Sarajevo, creare un terreno di incontro tra le diverse memorie del conflitto è la cosa più difficile che si possa immaginare.

In un tale contesto, il teatro è forse l’unico luogo all’interno del quale è stato fatto un piccolo passo al di là dei reciproci steccati. Il MESS, il più antico festival di teatro dei Balcani, è ormai giunto alla sua 56esima edizione. Nato nel 1960 sotto la vecchia Jugoslavia, non si è arrestato neanche negli anni dell’assedio, tanto che nell’agosto del 1993 fu mandato in scena uno straordinario Aspettando Godot diretto da Susan Sontag.

L’orgia del potere ieri e oggi. Intervista a Vassilis Vassilikos

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ATENE. Cinquant’anni fa, alle due del mattino i colonnelli Georgios Papadopoulos, Nikolaos Makarezos e Ioannis Ladas annunciavano il colpo di stato. Tutto era filato liscio per militari di seconda fascia abituati a muoversi nell’ombra. Fin dalla sera i carri armati avevano occupato i grandi viali progettati per la città ottocentesca. Truppe scelte avevano preso il controllo dei centri di comunicazione e del Parlamento. Paracadutisti si apprestavano ad atterrare sul Ministero della Difesa.

Un’altra idea di Europa. L’arte vola ad Atene

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

ATENE. Era il 2013 quando Adam Szymczyk, direttore artistico di dOCUMENTA, la più importante esposizione di arte contemporanea d’Europa, annunciò che la quattordicesima edizione, per la prima volta dalle sue origini nel 1955, sarebbe uscita dai confini di Kassel per allargarsi alla capitale greca. Learning from Athens. Il titolo di dOCUMENTA 14 suscitò sconcerto e attese. Erano i tempi in cui Atene si preparava al suo durissimo duello politico con la Germania.

Il terrorismo spiegato ai nostri figli. Intervista a Tahar Ben Jelloun

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di Matteo Cavezzali

Intenso narratore e saggista, Tahar Ben Jelloun è uno degli intellettuali nordafricani che negli anni si è fatto meno scrupoli prendere posizioni nette nel dibattito europeo sul rapporto tra terrorismo e Islam. Vincitore del premio Goncurt nel 1987 con La Nuit sacrée lo scrittore marocchino residente a Parigi è oggi considerato una delle voci più autorevoli del mondo islamico in occidente.

In questi giorni è uscito il suo ultimo libro “Il terrorismo spiegato ai nostri figli”  (La Nave di Teseo), presentato per la prima volta in Italia a Ravenna per l’anteprima di ScrittuRa Festival.

Qual è secondo lei il luogo comune più pericoloso legato al terrorismo di matrice islamica?

«È l’amalgama tra una religione, l’islam, e il terrore che diffonde lo pseudo “Stato Islamico”. Le persone non distinguono tra una civiltà e la barbarie che utilizza l’islam per fini politici».

Undici impressioni parigine (Reisebilder)

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di Massimiliano Malavasi (foto nel testo di Massimiliano Malavasi e Sarah Fogagnoli)

1) Apprendistato di giovani dèi

La BibliothéqueNationale de France, nel sito di Tolbiac “François Mitterand”, è una sorta di gigantesca piramide a gradoni ricoperti di tavole di legno nelle cui profondità vengono inabissati gli studiosi tra i loro libri polverosi. In cima invece, sulla spianata della mastaba moderna, si innalzano le quattro gigantesche torri di vetro dove sono accumulati i volumi.

Ore otto di sera, sull’alta spianata dello ziqqurat di legno. Due bambine mulatte sui sette-otto anni, sulla testa tanti codini ricciuti, un vestito estivo, i sandaletti. Stanno tutte protese, sulla punta dei piedi, la schiena arcuata nello sforzo. Si allungano verso un ragazzino mulatto, un po’ più grande d’età e quindici centimetri più alto di loro. Sono tutti e tre di una bellezza esemplare. Per una sorta di innata ed elegante solennità incarnata a dispetto dell’età tenerissima, si sono disposti in simmetrica armonia, come un trittico di pala d’altare: una per lato, con la mano con le piccole dita tutte tese a copriredi lato la bocca, parlano ciascuna a un orecchio del ragazzino, che tiene la testa piegata all’ingiù per farsi vicino. Si direbbe l’amatissimo, o comunque ammiratissimo cugino, o forse un fratello più grande. Lui ascolta compito, responsabile e serioso. Chissà quali segretissime confidenze di diari e cuori e bacini stanno consegnando alle sue fidatissime orecchie.

Mostar 1992-2017

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Questa intervista fa parte di un reportage uscito lunedì sul Messaggero.

Dzenana Dedić è nata a Mostar cinquantuno anni fa. Durante la guerra le hanno bruciato la casa, che era situata a pochi passi dall’ufficio in cui lavora, ed è stata espulsa nella parte est della città, ma non l’ha mai lasciata. Ricorda la fila delle macchine che nel 1992 abbandonarono in fretta e furia Mostar all’arrivo dei carri armati dell’Armata popolare jugoslava. E poi l’inferno che ha distrutto la città, la cosiddetta seconda guerra di Mostar, nel 1993 quando è deflagrato lo scontro tra bosgnacchi e croati. «Non mi abituerò mai alla spartizione su base etnica di un luogo che rappresentava ante litteram il multiculturalismo, la conversazione tra diversi – dice Dedić –. Eravamo una storia cosmopolita plurisecolare culturalmente rilevante, stiamo riscrivendo tante piccole storie insignificanti».

Nel biennio 1994-’96, fondamentale per la ricostruzione, Dedić è stata una figura di raccordo nei dipartimenti dell’European Administration for Mostar e ora guida la Local Agency for Democracy. Proprio nel 1996 si tennero le prime elezioni. A ventidue anni dalla fine della guerra Mostar vive uno stato di democrazia formale, una democratura l’avrebbe definita Predrag Matvejević.

Letteratura “metropolitana” a Berlino

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di Francesca Faccini

Prima ancora di rimanere meravigliata dall’anomala, per il mio sguardo italiano, quantità di lettrici e lettori sulla metro, sono stata colpita da un distributore automatico che campeggia sul binario della linea 8 di Alexanderplatz: tra i Twix, la Coca Cola, il Bounty e la Red Bull si trovano dei libri. Che la metropolitana di Berlino fosse il paradiso del “to go” – dal caffè al döner kebab, dalla birra ai bretzel ripieni di burro, tutto è consumato in piedi o seduti nei vagoni – ne ero a conoscenza, ma al “Lesestoff to go” non ci avevo ancora fatto caso.

Con un prezzo che varia da un euro a un massimo di dieci, è possibile selezionare libri per bambini, romanzi, guide; con un costo inferiore a una lattina si può avere qualcosa da leggere, einen Lesestoff contro la noia degli spostamenti: Langeweile in der Bahn? Tauchen Sie ab! – Dem Alltag entfliehen und abtauchen in die Welt der Bücher. Die Liebe finden, Abenteuer erleben und Spannung spüren (Noia alla stazione? Evadi! – Fuggi dalla quotidianità e immergiti nel mondo dei libri. Trova l’amore, vivi avventure, divertiti).

Oltre le marce delle donne. Il femminismo alla prova dei regimi autoritari

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di Lucia Sorbera

Alla Marcia delle donne che si è tenuta a Washington il giorno successivo alla cerimonia d’insediamento di Donald Trump la studiosa e attivista Angela Davis ha lanciato un appassionato invito alla resistenza contro la supremazia del patriarcato bianco. Una resistenza che, ammonisce Davis: “Dovrà avvenire quotidianamente nei prossimi 1459 giorni, sul terreno, nelle aule scolastiche, nei luoghi di lavoro, nella nostra arte e nella nostra musica” (enfasi aggiunta da chi scrive).

Il nesso tra espressione artistica e resistenza civile non è nuovo alle femministe egiziane. Se la rivoluzione del 2011 ha aperto una rinnovata stagione di attivismo femminista, già negli anni Novanta del secolo scorso la scrittrice Nawal al-Saadawi analizzava la lunga tradizione delle culture del dissenso, e dedicava un saggio proprio al tema Dissidenza e Creatività (1995), in cui sottolineava la necessità di contestualizzare nel tempo e nello spazio le tecniche di oppressione e sfruttamento, enfatizzava il bisogno di demistificare le parole chiave del Ventesimo secolo, come pace, democrazia, diritti umani, privatizzazione, globalizzazione, società civile, fondamentalismo religioso e postmodernità, e concludeva che la creatività è intrinsecamente dissidente.

Afghani, respinti due volte

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Kabul. «Dalla Turchia abbiamo tentato due volte di attraversare il confine con la Grecia, cinque con la Bulgaria. Alla fine abbiamo rinunciato. Ora rieccoci a casa». Abdul Hakim Mengal ha 19 anni. É nato e cresciuto a Kabul. Sguardo furbo e parlantina veloce, non si allontana mai dal miglior amico, Asatullah Ahmadi. Insieme hanno tentato di raggiungere l’Europa. Senza successo. «Fino a Teheran è filato tutto liscio», spiega Abdul. Un visto regolare, tremila dollari a testa pagati agli intermediari per il viaggio in aereo per Mashad e in treno fino alla capitale iraniana. «Ma da lì in poi le cose si sono fatte complicate». Asatullah e Abdul raccontano di un itinerario diventato comune.

«Nel 2015, circa duecentomila afghani hanno lasciato il paese per l’Europa. Il numero poi è sceso, a causa della chiusura della rotta balcanica, ma nei primi sei mesi del 2016 già si registrano 40.000 partenze», spiega al Venerdì Abdul Ghafoor, direttore dell’Afghanistan Migrants Advice and Support Organization (Amaso).

Meraviglie di Butrinto, il sito archeologico più importante dell’Albania

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Questo reportage è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

BUTRINTO (Albania). Nella primavera del 1928, quando la piccola spedizione archeologica italiana sbarcò sulle rive albanesi di fronte a Corfù, Luigi Maria Ugolini, archeologo e sognatore, aveva appena compiuto trentatré anni. Guidava un gruppo di appassionati a cui aveva illustrato con cura ciò che si aspettava di trovare. Tra quelle sponde selvagge e indecifrabili, pressoché disabitate, respingenti e dolci allo stesso tempo, doveva trovarsi l’antica città in cui Enea aveva passato due giorni decisivi nel suo cammino verso la fondazione di Roma. “Una piccola Troia e una Pergamo che imita la grande”.

Ugolini rilesse spesso quel verso dell’Eneide nei giorni caldi in cui era necessario recarsi fino alla città dei Santi Quaranta (oggi Saranda) per rifornirsi di vettovaglie. La piccola Troia, ossia la Butroto dove Enea ritrovava Andromaca, la vedova di Ettore, nonché Eleno, l’indovino figlio di Priamo, e gli altri concittadini scampati alla furia achea, rappresentava, nel viaggio di Enea, una prefigurazione della grande Troia che egli avrebbe fondato, ossia Roma.