Tempelhofer Feld

Old vintage typewriter, close-up.

di Marco Mantello I colpevoli saranno puniti disse l`angelo d`oro della città Poi portarono tutti all`aperto e dopo il settimo giorno costruirono un quartiere nell`aeroporto Gli asili vicino allo stabile sospesero a tempo indeterminato il Male Gli ebrei diventarono musulmani e i figli dei profughi bambini ariani il Mein Kampf fu riletto a scuola e […]

Cosa succede ad Atene

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Questo pezzo è uscito sul Fatto Quotidiano, che ringraziamo.

Una delle feste nazionali più importanti in Grecia cade il 28 ottobre. È il giorno del “Grande No”. Il No con cui Ioannis Metaxas nel 1940 rispose a Mussolini e alla sua pretesa di occupare militarmente il Paese. Nel nuovo millennio greco, invece, non esiste data più importante del 12 luglio 2015. La notte in cui Tsipras ha trasformato un altro “Grande No” in un drammatico Sì. La notte in cui l’attuale Premier sconfessò il risultato del referendum di una settimana prima in cui oltre il 60 per cento dei Greci aveva rifiutato il memorandum imposto dalla Troika, firmandone uno a condizioni ben peggiori del precedente.

I teorici dello Stato islamico e Primo Levi

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Quando diciamo che ci sono testi senza tempo, riflessioni valide per ogni stagione, pensiamo a Primo Levi e ai suoi libri. Questo articolo di Alessandro Leogrande, originariamente uscito su Lo straniero, rimetteva in circolo il messaggio di Levi a partire da un curioso cortocircuito: un saggio di Dabiq, la rivista dello Stato islamico, intitolato L’estinzione della zona grigia.

Per capire il fascino esercitato dai jihadisti dello Stato islamico su molti ragazzi che dal Nord Africa all’Europa al Medio Oriente ingrossano le sue file, è importante leggere i loro testi. Non solo vedere i loro filmati di propaganda, l’ostentazione delle morte e delle bandiere nere, i richiami alla guerra santa contro gli infedeli, ma leggere proprio i loro scritti, le loro riflessioni, la loro visione del mondo.

C’era una volta l’America

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Questo pezzo è uscito in forma ridotta su Robinson di Repubblica, che ringraziamo. di Nicola Lagioia A lungo il Nord America è stato per noi europei il più ingannevole degli specchi. Guardando al di là dell’Atlantico abbiamo creduto con arroganza di riconoscere in quelle terre il nostro esperimento più audace (come se il cuore occulto […]

La guerra non è finita. La sentenza Mladić

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La primavera del 1994 era cominciata da pochi giorni, quando Ana Mladić non si concesse più la fantasia di immaginare l’avvenire. Aveva ventitré anni, era una brillante studentessa di medicina, iscritta all’ultimo anno di università a Belgrado, e decise di uccidersi dentro casa con la pistola preferita del padre, una Zastava custodita fra i diari di guerra. Per Ratko Mladić, comandante militare serbo-bosniaco dell’allora esercito noto come VRS (Vojska Republike Srpske), a differenza della figlia c’era invece ancora molto da combattere.

L’esoterismo islamico. Conversazione con Alberto Ventura

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di Adriano Ercolani e Daniele Capuano

Alberto Ventura è uno dei massimi orientalisti italiani, in particolare da decenni considerato un’autorità intellettuale negli studi sull’Islam.

Adelphi ha pubblicato da qualche mese un suo denso e dotto saggio, L’Esoterismo Islamico, il cui titolo “definitivo” non deve trarre in inganno, dacché il testo è tutt’altro che divulgativo.

Il libro offre al lettore un percorso di ricerca arduo quanto fascinoso, approfondendo con notevole perizia uno dei temi abissali della riflessione mistica: il profondo legame esistente tra la corrente ascetico-filosofica del Sufismo e l’Advaita Vedanta, la gloriosa tradizione dottrinale sorta all’interno della teologia induista che dichiara, schematizzando, la sostanziale unità indivisibile del Tutto.

Viaggio nel cuore della Siria

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I bordi della strada che collega Sarajevo a Mostar sono disseminati di lapidi invadenti, le quali esprimono l’urgenza di redifinire l’anima del paesaggio. Quel che si è voluto cancellare, uccidendo, resta una presenza fisica, estremamente umana, finché esiste qualcuno con la forza e la limpidità necessarie a raccontare la distruzione, il cuore in frantumi di uno Stato imploso.

«Scriverai tutto quello che ti dico?».

Giulio Regeni e le Ragioni della Giustizia

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I diciannove mesi che ci separano dalla sparizione forzata di Giulio Regeni e dal ritrovamento del suo corpo, reso quasi irriconoscibile dalla tortura, hanno visto una mobilitazione inedita da parte della società civile italiana.

L’Italia intera, dal basso, si è stretta solidale attorno alla famiglia Regeni che, a sua volta, ha assunto con coraggio e generosità l’onere di dare voce al dolore, alla rabbia ed allo sdegno degli amici e dei colleghi del loro figlio, inclusi coloro cui una morte prematura, violenta e insensata non ha concesso di incontrarlo in vita, ma che con lui hanno condiviso, a distanza, un’esperienza intellettuale e una visione umanistica del mondo.

Noi non ci saremo. Divagazioni sulla fine del mondo

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A un certo punto un gigantesco giaguaro blu scenderà dal cielo e divorerà tutta l’umanità. A quel punto i pilastri che sorreggono la Terra si sfalderanno, l’intero mondo collasserà su se stesso e tutto ciò che esiste sarà ingoiato da un abisso eterno. Questa immagine allo stesso tempo terrificante e affascinante è la descrizione della fine del mondo secondo i Guaraní Ñandeva, un gruppo etnico indigeno del Brasile meridionale. Dal loro punto di vista, come da quello delle civiltà mesoamericane, la fine del mondo – o meglio, dell’umanità – è qualcosa di ciclico che divide il tempo in ere, al termine delle quali tutto viene distrutto per poter risorgere (e anche i sacrifici umani, uno degli aspetti più controversi della cultura azteca, sembra fossero connessi a questa concezione e avessero sostanzialmente il compito e l’effetto di posporre tale dissoluzione).

Sopravvivere all’assenza. “Il ritorno” di Hisham Matar

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«Si ha bisogno di un padre a cui ribellarsi. Quando un padre non è né morto né vivo, quando è un fantasma, la volontà è impotente. (…) Le mie aspettative riguardo a mio padre erano molto normali. Come quel famoso figlio nell’Odissea – come la maggior parte dei figli, credo – desideravo essere “figlio di un uomo felice, che arriva alla vecchiaia con tutti i suoi beni”. Invece, a differenza di Telemaco, io continuo, dopo venticinque anni, a sopportare che mio padre sia “scomparso nel nulla, ignoto”».

In che modo si può sopravvivere all’assenza, quando il potere riesce a rendere ancora più labile il confine tra la vita e la morte? Hisham Matar aveva diciannove anni, era uno studente universitario già in condizione d’esilio, quando suo padre, Jaballa, fu rapito nel suo appartamento al Cairo e recluso nella prigione libica di Abu Salim.