Selma è tutti i giorni. L’elogio alla disobbedienza di Allen Iverson

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Il rumore deve essere stato fragoroso, quanto sincero lo stupore dei compagni di squadra. «Non sono venuto a Memphis per un secondo posto. Coach, Alonzo Mourning non promise di regalarti, una volta approdato in Nba, un pullman decente per le trasferte? Ci penserò io», disse l’allora tredicenne Allen Ezail Iverson, dopo aver gettato dal finestrino il trofeo di consolazione. Qualche anno più tardi un giornalista chiese a caldo a Michael Jordan, se l’esordiente non parlasse troppo in campo. Jordan s’asciugò una goccia di sudore, scosse la testa, per poi rispondere: «Iverson vuole essere rispettato nella Lega. È confidente e vuole emergere. Ed è veramente veloce». Pochi minuti prima Dennis Rodman aveva rifilato una gomitata a quel ragazzino dalla taglia limitata, ma dal cuore fuori misura, reo di averlo beffato a rimbalzo. The greatest heart, secondo Larry Brown che ritroveremo spesso in questa vicenda umana. Per sovvertire le regole del gioco e cambiare la direzione di una vita, che non promette nulla, serve il cuore.

Molti per un malinteso senso di riverenza si defilarono dall’affrontare Jordan. «Nonostante avessi eseguito alla perfezione il mio movimento, riuscì quasi a stopparmi. Una cosa pazzesca che spiega quanto fosse anche un difensore straordinario». Il 12 marzo 1997 Philadelphia cominciò a innamorarsi del bambino che decise di sfidare il mito.

Heroes, ma anche no

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Questo intervento è uscito su Bei Zauberei
(fonte immagine)

di Costanza Jesurum

Bisognerebbe sempre essere indulgenti quando dal mondo intellettuale arriva qualcuno che animato dalle migliori intenzioni prende delle categorie della clinica, delle questioni che riguardano la clinica, e ne fa una metafisica personale allo scopo di mettere in piedi una teoria della società. È una tentazione plausibile, forse persino un compito necessario – perché qualcuno insomma – si dovrà pur occupare di pensare a quello che succede, dovremmo pure tentare una ricerca di senso, e anche una strada per raddrizzare le cose. E quando si critica un simile tentativo – bisognerebbe sempre usare una certa gentilezza se ci si dovesse accorgere di una certa bontà di fondo nell’autore, una sua reale preoccupazione per l’umano, per il vicino, un dolore per il tragico. E tutte queste cose le scrivo perché ho finito di leggere gli Heroes di Bifo, Franco Berardi, che ho avvicinato con un consistente risentimento per vedere reiterato il vizio di un’intera classe intellettuale, e che lascio invece con una sorta di dispiacere perché quel che temevo, il parlare astrattamente della carne che soffre schiacciandola in categorie che la includono solo blandamente, è abbinato a un sostanziale buon cuore.

“È dura essere amati da dei coglioni”

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Questo breve racconto è uscito ieri sul “Fatto Quotidiano”, che ringrazio. Non ha un gran valore letterario. Scrivendolo, mi auguravo che la forma narrativa potesse servire giornalisticamente a evidenziare qualche contraddizione di questi giorni. 

Siamo tutti Charlie?

Maurizio Bianchini, cinquantacinque anni, insegnante di matematica, vide il giovane magrebino sollevarsi dal sedile di fronte, allontanarsi e poi svanire verso la coda del convoglio. Alberi. Capannoni. Campi verde smeraldo sotto un cielo completamente sgombro. L’Eurostar attraversava il cuore della Lombardia come un bisturi di luce. Bianchini fissò il borsone di tela che fino a qualche attimo prima il ragazzo aveva tenuto sulle ginocchia. Il freddo improvviso alle tempie. Soltanto dopo la statistica veniva in tuo soccorso. Ogni giorno in Italia viaggiavano sui treni tre milioni e mezzo di persone. Negli ultimi vent’anni, in tutta Europa, i morti per attentati di matrice islamica erano stati trecento. Bianchini non riusciva a staccare gli occhi dal borsone. Peggio di quando vedeva Sasha Grey scopata da otto uomini sullo schermo del suo Mac. Considerò l’ipotesi che stessero per saltare in aria. È più facile che io vinca due volte di seguito al Superenalotto, calcolò. Ma che cos’erano il calcolo, la razionalità, se non il metodo della pazzia che in quei giorni contagiava tutti quanti?

“Il supplì all’ultimo piano di un grattacielo non ha senso”. Intervista a Chef Rubio

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Ho appuntamento con Rubio alle 12:30. Pranzeremo insieme in un ristorante di Torino, molto vicino a Porta Nuova. Sono in anticipo, arrivo alle 12:10 e lui è già lì. Nel ristorante, sono tutti contenti di avere Rubio come ospite, tuttavia si respira una certa tensione. Lo staff, dal titolare ai camerieri, si sente messo alla […]

La carneficina di Gaza e il tempo immobile degli intellettuali

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di Lorenzo Galbiati

Il 14 luglio su questo blog culturale Christian Raimo scrive, citando Vonnegut, che “Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere”. Questa frase presa da Mattatoio n° 5 viene in soccorso a Raimo, che non sa quale narrazione sviluppare sull’attuale carneficina di Gaza. Raimo sceglie il silenzio, che considera l’unica soluzione intelligente: “Se siamo umani, non c’è nulla di intelligente da dire sugli ultimi bombardamenti a Gaza, su questa fase di guerra che non è ancora ufficialmente guerra o lo è appena diversamente dal solito.”