Per una storia del jihad

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Pubblichiamo di seguito un estratto dall’ebook di Giuliano Battiston Stato islamico. La vera storia, realizzato per l’Espresso.

Il 4 giugno 2009, in un discorso all’università cairota di Al-Azhar, Barack Obama reclamò la necessità di un nuovo inizio, «basato su interesse e rispetto reciproci», tra gli Stati Uniti e i musulmani nel mondo, e si assunse la diretta responsabilità «di combattere contro gli stereotipi dell’Islam dovunque si presentino». Sono passati più di cinque anni, ma la battaglia contro le letture stereotipiche del mondo islamico sembra più necessaria di allora. Ancora più urgente è distinguere gruppi, tendenze, obiettivi, ideologie e strategie dei gruppi riconducibili all’Islam politico: la «banalizzazione dell’islamismo», ha ricordato lo studioso Massimo Campanini in un saggio per l’Ispi, «è un lusso che non ci si può permettere se si vuole veramente capire il fenomeno».

Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare

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Proseguendo una giornata dedicata alla memoria del violento golpe militare in Argentina del 1976, pubblichiamo un estratto dal libro Il violento mestiere di scrivere, di Rodolfo Walsh, a cura di Alessandro Leogrande (La nuova frontiera: qui il blog della casa editrice). Il giorno dopo la diffusione di questa “lettera aperta” — di cui pubblichiamo i primi due paragrafi — il grande giornalista e scrittore argentino venne sequestrato e ucciso da uno squadrone militare. Il suo corpo sparì assieme a migliaia di altre vittime della giunta.

di Rodolfo Walsh

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La censura della stampa, la persecuzione degli intellettuali, la demolizione della mia casa a Tigre, l’omicidio di amici cari e la perdita di una figlia che è morta mentre vi combatteva sono alcuni dei fatti che mi costringono a questa forma di espressione clandestina dopo che per quasi trent’anni mi sono pronunciato liberamente come scrittore e giornalista.

Il primo anniversario di questa Giunta militare è stata l’occasione per fare un bilancio della condotta del governo nei documenti e discorsi ufficiali in cui, quelli che voi chiamate risultati sono errori, quelli che riconoscete come errori sono crimini e ciò che tenete nascosto sono calamità. Il 24 marzo 1976 avete rovesciato il governo di cui facevate parte e che avete contribuito a screditare in quanto esecutori della sua politica repressiva e la cui sorte era ormai segnata dalle elezioni convocate nove mesi più tardi.

Quarant’anni dopo il golpe in Argentina, per non dimenticare Marie Anne Erize

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Quarant’anni fa, in Argentina, la giunta militare guidata da Jorge Rafael Videla, Emilio Eduardo Massera e Orlando Ramón Agosti consumò il colpo di stato che consegnò il paese sudamericano alla dittatura. Marie Anne Erize, modella e attivista, fu una tra le migliaia di desaparecidos vittime del regime. Di seguito un’intervista realizzata via e-mail di Gabriele Santoro con la sorella di Marie-Noelle, sorella di Marie Anne, a cui hanno partecipato anche la madre, Françoise, l’altra sorella, Yolande, e il fratello, Marc.

Poche righe, sempre le stesse, pubblicate il 15 ottobre di ogni anno sulle colonne di Página 12, come se fossero una promessa imprescrittibile di giustizia: «Noi ti ricordiamo sempre, specialmente in questa giornata. Ti amiamo e ci manchi profondamente. La tua famiglia, tutta». Era difficile restare indifferenti alla passione per la vita e alla bellezza densa d’inquietudine che animavano Marie Anne Erize.

L’8 novembre del 1978 Valéry Giscard d’Estaing accettò d’incontrare con discrezione all’Eliseo l’ammiraglio Massera. Il ventesimo Presidente della République voleva la lista degli scomparsi con passaporto francese. Accanto al cognome Erize non compariva l’asterisco, col quale il militare voleva evidenziare l’accertato decesso. A quarant’anni dal golpe militare argentino e dal rapimento della giovane franco-argentina non c’è ancora una tomba sulla quale piangerla. I suoi resti non sono stati rinvenuti nelle numerose fosse comuni emerse a San Juan, luogo dove consumò le ultime ore di libertà prima della tortura.

La sinistra italiana e Israele

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Riprendiamo un intervento di Alessandro Leogrande apparso su Lo Straniero.

C’è una linea di frattura che corre attraverso Israele e il mondo della diaspora ebraica, in questi anni. Essa può essere illustrata da due episodi recenti.

Il primo. L’11 gennaio 2015, a pochi giorni degli attentati terroristici nella redazione di Charlie Hebdo e nell’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, si tiene a Parigi l’imponente manifestazione cui partecipano oltre tre milioni di persone. A sera, il premier israeliano Netanyahu si reca per una commemorazione delle vittime nella grande sinagoga, e qui ricorda a “ogni ebreo e ogni ebrea che vorrà fare l’aliyah in Israele” che “verranno ricevuti da noi a braccia aperte e con calore. Non arriveranno in un Paese straniero, ma nella Terra dei Padri.”

La frontiera e il mondo che cambia

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Del mondo sappiamo tutto e non sappiamo niente. Che ci vuole? Un giro in rete e possiamo guardare spazi e luoghi lontani. Eppure non sappiamo niente. Quanti siamo? Quanti europei? Quanti asiatici?

Naturalmente sono informazioni disponibili a tutti, appunto: siamo 7 miliardi e 400 milioni, di cui solo un miliardo nelle Americhe, uno in Europa e uno in Africa. Restano 4 miliardi di asiatici. Sappiamo tutto e sappiamo niente. Non sempre riusciamo a stabilire le necessarie connessioni tra gli elementi in gioco, così da tracciare una previsione e soprattutto elaborare una strategia politica. Per esempio, i statistici ci dicono che da qui al 2050 la formula del mondo cambierà ancora, sarà: 1-1-2-5, quindi, nove miliardi.

Rock oltre cortina: i Plastic People of The Universe

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Pubblichiamo di seguito un estratto dal libro Rock oltre cortina, dalla scorsa settimana in libreria, ringraziando l’autore e l’editore.

di Alessandro Pomponi

Poche formazioni incarnano l’essenza della nostra storia come i Plastic People Of The Universe: tutta la ribellione di una generazione, il sogno di un’indipendenza artistica ed estetica e, insieme, la parabola della repressione da parte dell’autoritarismo. Senza storie come la loro, indubbiamente questo libro non avrebbe avuto senso.

I Plastic People — nome mutuato dal brano di Frank Zappa contenuto in Absolutley Free — si formano nell’ottobre del 1968, in un momento dunque drammatico per la storia del loro Paese; solo poche settimane prima, le truppe del Patto di Varsavia hanno invaso la Cecoslovacchia ponendo termine alla Primavera di Praga e al sogno del “socialismo dal volto umano” di Alexander Dubček. Volendo, i nomi dei componenti principali del gruppo potrebbero essere ricordati, ma in realtà i Plastic People non erano una formazione rock nel senso tradizionale del termine, essendo di fatto più vicini a quella che negli anni Sessanta in California si sarebbe chiamata una “comune”.

Di cosa parliamo quando parliamo d’Europa: ancora su “Francofonia” di Sokurov

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Questo pezzo è uscito su Lo Straniero di Nicola Lagioia Di cosa parliamo quando parliamo d’Europa? È questa una delle domande che più risuona nella testa dopo aver visto Francofonia di Aleksandr Sokurov, uscito in quel 2015 che (tra crisi greca, populismi, emergenza migranti, terrorismo, deficit democratico, mancanza di una seria leadership) ha mostrato più […]

E Cuba aspetta Godot

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

L’AVANA. A un certo punto, dopo più di due settimane a cercare il volto di quella che chiamano “la nuova Cuba”, tutto mi appare improvvisamente chiaro. Sono a Miramar, il quartiere delle ambasciate, a casa della scrittrice che ovunque in Europa chiamano per capire qualcosa di quest’isola caraibica che esattamente da un anno ha ricominciato a parlare con gli Stati Uniti dopo oltre mezzo secolo di gelo.

La nuova letteratura iraniana

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Questo pezzo è uscito su pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

Anche senza le sanzioni, «ci vorranno almeno dieci anni per colmare i vuoti culturali, le resistenze del passato. Per riaprire le relazioni commerciali basta una firma. Ma la cultura deve sedimentare». Studiosa di semiotica, letteratura comparata e narrativa inglese, la giovane Farzaneh Doosti guarda con cautela alla svolta diplomatica tra l’Iran e la comunità internazionale.

Lontani ma vicini: l’Islam e noi

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Nella foto: il monastero di Mar Musa, in Siria (fonte immagine).

Che cos’è l’Islam italiano? La comunità di immigrati musulmani, che ormai conta un milione e seicentomila persone, quali problematiche, contributi e necessità pone? Che cosa s’intende per integrazione? Sono domande alle quali dovrà rispondere anche il Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano, organismo consultivo di recentissima formazione.

A metà gennaio, presso il Viminale, il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha presieduto la riunione d’insediamento del gruppo di lavoro che dovrà elaborare proposte sulla delicata materia dei rapporti tra lo Stato e la comunità Islamica.