M.I.A., i rifugiati, il giornalismo musicale. Una riflessione sul video di “Borders”

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Pubblichiamo un testo di Claudia Durastanti – che ringraziamo – scritto sul suo profilo Facebook.

di Claudia Durastanti

Certe volte mi chiedo se la mia recente disaffezione dal giornalismo musicale non dipenda anche dal fatto che mi ritrovo in un ecosistema in cui tre pagine di analisi semiotica su Justin Bieber o Miley Cyrus sono più “accettabili” di uno schieramento a favore di un video come Borders di M.I.A. Anzi, siamo nel paradosso per cui se un video con i profughi lo avesse fatto uno dei due cantanti in questione – che ogni tanto metto su Youtube pure io – la reazione di parte del giornalismo musicale internazionale sarebbe stata: «La verità che viene dal pop», «Dalla Disney alla crisi siriana: ecco perché abbiamo bisogno di artisti come Miley», «Justin fa aprire gli occhi ai suoi fan con un video duro e senza sconti».

Il piatto abominevole della storia. Conversazione con David Van Reybrouck

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Durante lo scorso festival di Internazionale, a Ferrara, ho incontrato David Van Reybrouck per discutere pubblicamente con lui del suo libro “Congo”. Ecco il resoconto della nostra lunga chiacchierata.
L’intervista è uscita sull’ultimo numero de Lo Straniero, che questo mese ha moltissime cose interessanti. Vi consiglio di darci un’occhiata. Ringrazio Lo straniero (per ospitalità e sbobinatura) e il festival di Internazionale per aver favorito l’incontro con Van Reybrouck.

“La storia è un piatto abominevole preparato con i migliori ingredienti”.

È questa una delle frasi che risuona di più in testa dopo aver finito di leggere “Congo” di David Van Reybrouck. Il libro uscì per la prima volta nel 2010, e fu subito salutato come la più importante opera sul Congo e in generale sull’Africa scritta negli ultimi dieci anni. Si potrebbe forse definire una meticolosissima ricostruzione storica che si avvale degli strumenti del reportage letterario, dell’inchiesta, e non racconta soltanto la storia del Congo.

Comunicare o morire. In ricordo di Fatema Mernissi

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Lo scorso 30 novembre è scomparsa Fatema Mernissi, scrittrice e intellettuale marocchina, nata a Fès nel 1940, docente di Sociologia all’Università di Rabat. La ricordiamo con un ritratto di Paola Caridi, che ringraziamo (fonte immagine).

“Il confine ha sempre a che vedere con la violenza e l’esclusione”.
Fatema Mernissi, 2002, intervistata da Luciano Minerva

di Paola Caridi

Il viaggio, a un certo punto, diviene un atto necessario. Ineludibile, se si vuole affrontare la contemporaneità, arrivare alla fine del mondo, conoscere ciò che c’è oltre le colonne d’Ercole. Doveroso, se l’obiettivo è superare indenni i canti delle sirene. Il viaggio è riconoscere, con umiltà, che si ha bisogno di coloro che si incontrano lungo il cammino per leggere i segni della realtà, e comprendere dove sta andando il mondo.

Il mondo dall’alto

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Questo articolo è uscito sul Foglio. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Antonio Pascale

In treno, accanto a me, ci sono due ragazze intorno ai trent’anni. Di fronte, invece, un signore anziano. Le ragazze stanno discutendo di lavoro, sono laureate in lettere, e dopo il dottorato si trovano poco e niente in mano, non lavorano o lavorano poco, quel poco che guadagnano lo spendono per l’affitto – e tra l’altro dividono l’appartamento (a Roma) con  altre persone.

I fatti di Parigi e la vista dal locale “Ai Biliardi”

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di Matteo Bolzonella

Il 13 novembre 2015 era una serata destinata a fallire, lo sapevo. Ma non immaginavo in questo modo, nessuno immaginava.

Eravamo stati più di quaranta minuti all’esterno del locale Ai Biliardi, nella cruciale decisione di entrare o no (destinata al fallimento pure quella). L’umidità di Venezia mostrava la sua consistenza a goccioline solo di riflesso ai lampioni e cercava di infilarsi nei più classici punti deboli: camicia non infilata a dovere nei pantaloni, colletto aperto, giubbotto comprato qualche settimana fa senza accorgermi che le maniche fossero troppo corte.

La fiction occidentale del Califfato

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Pubblichiamo la versione integrale di un intervento di Silvia Ronchey apparso su la Repubblica, ringraziando l’autrice e la testata.

di Silvia Ronchey

“Se guardi ciò che Maometto ha portato di nuovo, troverai  solo cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che predicava”. La radice dell’idea tanto distorta quanto ormai vulgata sulla natura intrinsecamente violenta della religione islamica e sulla barbarie della sua tradizione bellica, che trapela dalla pubblicistica specialmente americana, sta forse nelle parole che Benedetto XVI citò nel 2006 a Ratisbona, chiamando tendenziosamente in causa l’imperatore bizantino Manuele II, rappresentante dell’impero che nel medioevo più a lungo e più da vicino aveva conosciuto l’ecumenismo egualitario, ispirato alla predicazione di Maometto e a espliciti brani del Corano, che contraddistingueva il califfato ommayade, abbaside, fatimida, poi il sultanato selgiuchide e osmano.

La frontiera

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Pubblichiamo il prologo dell’ultimo libro di Alessandro Leogrande, La Frontiera, uscito in questi giorni per Feltrinelli. Ringraziamo l’autore e l’editore (fonte immagine).

Il sommozzatore si cala in fondo al mare, si tira giù con l’aiuto di una corda, sembra una pertica conficcata sul fondale. L’uomo pare danzare, la tuta nera è avvolta da scie di bollicine. A tratti si sente il rumore dell’aria sputata fuori. Al primo sommozzatore se ne aggiunge un altro, poi un altro ancora. Tutti hanno scritto sul braccio destro guardia costiera. Dopo alcuni secondi circondano il relitto.

Adagiato a quaranta metri di profondità, al largo dell’isola di Lampedusa, il peschereccio sembra in secca, incuneato nella sabbia chiarissima del fondale. I tre sub, le bombole sulle spalle, calcano il ponte della piccola imbarcazione ed entrano da una porta laterale. Passa qualche secondo, ed estraggono il corpo di una donna.

I confini? Sono stati innalzati per essere attraversati

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Questo intervento di Paola Caridi e Lucia Sorbera è uscito su Jadaliyya. Ringraziamo la testata e le autrici, che hanno tradotto il testo per minima&moralia (fonte immagine).

di Paola Caridi e Lucia Sorbera

Non più un paese, ma una cultura. Non più l’Arabia Saudita, bensì la letteratura araba. Non più un criterio geopolitico, ma uno geoculturale. La decisione presa dal Salone Internazionale del Libro di Torino, lo scorso ottobre, rompe una tradizione consolidata negli anni: in ogni edizione, la più importante fiera del libro d’Italia (la seconda in Europa) sceglieva di concentrare l’attenzione su di un paese in particolare, in stretta collaborazione con le istituzioni, l’ambasciata, e laddove presente il ministero della cultura dello Stato indicato come ospite d’onore. La letteratura, dunque, veniva conchiusa nei limiti statuali, all’interno di confini ben delimitati.

“Io sono un messaggero”. Storia di Arthur Ashe

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Questo articolo è uscito su Scarp de’ tenis, che vi invitiamo a leggere e ringraziamo (fonte immagine).

Samuel Ashe si chiamava il primo governatore della Virginia, il cognome passò a un suo schiavo, di nome Arthur, e al figlio dello schiavo, di nome Arthur, e al figlio del figlio, di nome Arthur Robert Ashe. Che diventò un grandissimo tennista, oltre che un assiduo difensore dei diritti civili. Morì ancora giovane, a 50 anni, di Aids, infettato da una trasfusione di sangue necessaria durante un intervento chirurgico al cuore.

Prima che cali il sipario. In ricordo di Ken Saro-Wiwa

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Il dieci novembre 1995 Ken Saro-Wiwa, scrittore, intellettuale e attivista politico nigeriano, venne impiccato nel carcere di Port Harcourt assieme ad altri 8 compagni del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni, da lui fondato. Lo ricordiamo con un ritratto di Gabriele Santoro che parte da In cerca di Transwonderland, libro del figlio di Ken, Noo Saro-Wiwa, pubblicato in Italia da 66thand2nd.

Uno scrittore è la sua causa. A cinquant’anni può ancora sognare e avere visioni, ma può anche appassire nella verità. Per questo oggi torno a dedicarmi a quella che è sempre stata la mia preoccupazione principale di uomo e scrittore: lo sviluppo di una Nigeria stabile e moderna, capace di abbracciare valori avanzati, dove nessun gruppo etnico e nessun individuo sia oppresso; una nazione democratica dove i diritti delle minoranze siano protetti, la scolarizzazione sia un diritto, la libertà di parola e associazione sia garantita e dove il merito e la competenza siano considerati prioritari.

Un mese e un giorno, Ken Saro-Wiwa

Si può cominciare a scrivere una storia sbagliata da una fotografia felice, da un sorriso che arriva sulla casella di posta e sovverte l’ordine delle priorità, come un atto di resistenza. «Hai bisogno del tempo, della sua cura. La rabbia? È utile solo se si è disposti a rischiare la propria vita per cambiare il sistema. Avevo diciannove anni, quando uccisero mio padre, scomodo per le sue campagne contro la corruzione del governo e il degrado ambientale di una fertile regione agricola provocato da Shell. Del mondo non avevo visto molto. Ho sempre amato viaggiare. Chiedevo spesso a mio padre di andare in vacanza insieme: “Viaggiamo qui, viaggiamo lì”, gli dicevo. “Quando sarai grande”, mi rispondeva. Ed era una frustrazione. Allora ammiravo le mappe, i libri per l’infanzia che ritraevano la varietà delle specie animali. La notte uscivo, oltre la staccionata, per mettermi sotto la luce, continuando così a guardare la mappa del mondo. Sì, fin da piccola volevo viaggiare», racconta Noo Saro-Wiwa.