Il gioco del mondo. Io e Lorenzo

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo.

L’ultima volta che ci siamo visti, al Palalottomatica, ne ho avuto la riprova definitiva. Non che non lo avessi intuito già da tempo, ma un conto è sospettarlo, e un altro è sentirselo dire da degli estranei e poi vedersi insieme in foto: io e lui siamo il giorno e la notte. Era fine aprile, Lorenzo stava per salire sul palco per una delle dieci date, ovviamente tutte sold out, in programma a Roma. Un mese prima lo avevo avvisato per mail di aver comprato il biglietto il tal giorno e lui, generoso come al solito, s’era offerto subito di cambiarmelo con uno di quelli speciali per i suoi ospiti, ma io avevo preferito non accettare, tanto poi l’avrei visto in privato. Eravamo d’accordo infatti che al mio arrivo al Palazzetto avrei chiamato una sua assistente che mi avrebbe condotto da lui in camerino.

Giunsi in anticipo ma c’era già una discreta folla davanti ai cancelli dell’arena. Entrai e presi posto nel terzo anello laterale, lo spicchio in alto più lontano dal palco, perché quello permetteva il mio portafoglio.

Poesia e civiltà, nel mondo di Giovanni Truppi

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di Alessio Altieri

Chiunque sa chi è Pelè, solo gli amanti ricordano Garrincha.

Garrincha, “la Gioia del popolo”, è letteralmente l’archetipo di un certo modo di intendere il numero 7 nel calcio, ma soprattutto l’uomo che, con un fisico inadatto allo sport, con una una gamba più corta dell’altra, è riuscito a diventare la più grande ala della storia del calcio.

Giovanni Truppi da piccolo a calcio per le strade del quartiere Arenella di Napoli non ci poteva giocare, a causa di una displasia dell’anca, e però, un Garrincha lo è diventato lo stesso, perché quello che fa lui con la musica e le parole non lo fa nessuno, come il brasiliano con la palla.

Nella terra del Pericolo

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di Diego De Angelis

Nei corsi di sceneggiatura o in quelli che ti insegnano a pitchare che tanto vanno tra i giovani aziendalisti del nuovo millennio ti fanno la testa così sul fatto che, se vuoi raccontare una storia, allora una cosa conta davvero: la sintesi, abilità essenziale del narratore.

Sono settimane che è esploso il fenomeno Alessandro Vanetti, in arte Massimo Pericolo, uno dei migliori scrittori di pugni in faccia sotto forma di barre che sbucati dall’underground musicale italiano.

Silenzio – (Mark Hollis, 1955-2019)

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di Stefano Solventi

C’era qualcosa di famelico negli articoli che descrivevano Mark Hollis come “il nuovo John Lennon”. Si trattava però di una fame comprensibile: non erano passati che quattro anni dall’omicidio dell’ex-Beatle, la videomusica stava decretando forme di divismo pop-rock strutturate su un sensazionalismo iconografico croccante e patinato, che soprattutto le star navigate dei Sessanta e Settanta (Bowie, McCartney, Phil Collins, Tina Turner, Michael Jackson…) dimostravano di saper padroneggiare benissimo.

All’apice di un successo – quello del loro secondo album It’s My Life – che rese di colpo i Talk Talk una delle band di punta della scena inglese, Hollis si distingueva per l’angolazione arguta delle interviste, per il naturale antidivismo, per l’aspetto da intellettuale disincantato, sfuggente e anche un bel po’ dissacrante.

Lady Gaga, il mutamento e il dio Vertumno

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di Tiziano Rugi

(fonte immagine)

Dopo l’iniziale sorpresa in A star is born, dove appare senza trucco e senza i suoi incredibili travestimenti, nell’ultimo spettacolo Enigma Lady Gaga è tornata “se stessa”, interpretando vari avatar in uno stilo cyber-alieno.

Dall’esordio nel 2008 la sua immagine ha avuto così tante trasformazioni (alcune persino estreme) che non è solo impossibile prevedere quale sarà la sua prossima apparizione, ma persino ricordare da cosa è evoluta. Ha indossato outfit di ogni genere, la maggior parte incredibilmente estrosi e bizzarri, e quasi sempre corredati da vertiginose scarpe che sfidano le leggi di gravità.

Tell me your own politik: musica e politica

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro Politics. La musica angloamericana nell’era di Trump e della Brexit, uscito per Arcana.

di Fernando Rennis

“’Cause London is drowning and I, I live by the river”. Un disperato Joe Strummer nel 1979 lanciava un sarcastico e preoccupato appello alle città sperdute, alla generazione post-Beatlesmania e, soprattutto, a una popolazione che proprio quell’anno cominciava a cedere alle tensioni politico-sociali del thatcherismo. Quasi quarant’anni dopo le cose non sono cambiate: le tensioni internazionali, le crisi generazionali e un paese drammaticamente diviso sulla questione Brexit hanno mostrato nuovamente le fragilità del tessuto sociale britannico.

“Il nuotatore” ovvero l’incoscienza dell’atto creativo: intervista a Emidio Clementi

Il nuovo disco dei Massimo Volume ha una copertina bellissima che mi ha portato alla mente una mostra della fotografa americana Alex Prager vista di recente a Londra e, in particolare, una foto della serie Face in the Crowd in cui è ritratta una spiaggia piena di persone, una delle quali colta mentre fissa l’obiettivo. Non essendo un esperto di fotografia, ho pensato che i Massimo Volume avessero scelto una foto della Prager per la copertina del loro album. La poetica della Prager peraltro si sposa bene con l’immaginario che, da Sam Shepard fino a John Cheever, la band ha sempre frequentato. Leggendo i crediti ho scoperto invece che l’autore dello scatto è Luciano Leonotti, fotografo italiano meno pop ma non meno bravo della Prager. Anche il suo scatto immortala una spiaggia affollata, un insieme di silenziose solitudini mescolate, però, senza l’evidente nota di falsità creata ad arte dalla Prager. Nessuno guarda l’obiettivo, non c’è iperrealismo ma solo realtà.

Una visione di Bohemian Rapsody

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Freak sensuale e diabolico, infantile e spietato.

Dentoni da cartoon e sguardo da fauno assassino, trangugiatore postmoderno dei fratelli Marx e del melodramma, del metrosexual Rodolfo Valentino, e della sua distorsione parodica.

Straniero sempre, soprattutto a se stesso, dall’adolescenza da Little Richard zoroastriano di Zanzibar, alla metamorfosi in elfo di Kensigton dalle orecchie puntute, evocato da chissà quale druido.

Per assurgere poi a Regina baffuta e incoronata, mantello lucente e pantaloni da olimpionico, al cospetto di masse adoranti.

L’ultimo David Bowie

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di Giulia Cavaliere

Nota dell’autrice: il primo gennaio del 2016 mi risveglio in una bellissima casa di Berlino. A poche ore dall’inizio dell’anno nuovo ricevo sulla mia posta elettronica un’email che contiene l’ascolto in anteprima del nuovo disco di David Bowie, Blackstar. Mi pare un bellissimo regalo avere la possibilità di mettere le orecchie su quel lavoro proprio nella città europea che a David Bowie aveva cambiato e forse salvato la vita, la città che prepotentemente gli era tornata alla mente e alla scrittura alcuni anni prima, e che aveva tirato fuori dalla memoria con “Where are wenow?”

Blackstar non è solo un’uscita-evento ma un lavoro statuario, che mi pare immediatamente gigantesco. Quando torno in Italia, quindi, decido di dedicargli un articolo lungo, un long-form (si dice ancora?) per la rivista online Prismo: è il primo pezzo che scrivo, in anni di lavoro con la scrittura musicale, sull’artista a cui devo probabilmente ogni angolo e ogni curva del mio cervello e del mio intimo di ascoltatrice. La prima volta che decido di provarci, di vincere la timidezza di una materia troppo calda.

Ricordando David Bowie – L’influenza culturale

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In occasione dell’anniversario della nascita di David Bowie si sono moltiplicate le iniziative in tutta Italia, in memoria di uno degli artisti più iconici e amati al mondo.

Personalmente, avrò il piacere di moderare l’8 Gennaio al Cinema Trevi di Roma (ore 19) la presentazione di Bowienext, libro di Francesco Donadio e Rita Rocca (collegato al documentario realizzato da quest’ultima) e intervenire il 12 Gennaio al Castello degli Ezzelini di Bassano del Grappa (ore 15), all’interno delle celebrazioni del 21° David Bowie Birthday Bash, parlando con Flaviano Bosco dell’esoterismo nell’opera dell’artista inglese.