Lady Gaga, il mutamento e il dio Vertumno

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di Tiziano Rugi

(fonte immagine)

Dopo l’iniziale sorpresa in A star is born, dove appare senza trucco e senza i suoi incredibili travestimenti, nell’ultimo spettacolo Enigma Lady Gaga è tornata “se stessa”, interpretando vari avatar in uno stilo cyber-alieno.

Dall’esordio nel 2008 la sua immagine ha avuto così tante trasformazioni (alcune persino estreme) che non è solo impossibile prevedere quale sarà la sua prossima apparizione, ma persino ricordare da cosa è evoluta. Ha indossato outfit di ogni genere, la maggior parte incredibilmente estrosi e bizzarri, e quasi sempre corredati da vertiginose scarpe che sfidano le leggi di gravità.

Tell me your own politik: musica e politica

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro Politics. La musica angloamericana nell’era di Trump e della Brexit, uscito per Arcana.

di Fernando Rennis

“’Cause London is drowning and I, I live by the river”. Un disperato Joe Strummer nel 1979 lanciava un sarcastico e preoccupato appello alle città sperdute, alla generazione post-Beatlesmania e, soprattutto, a una popolazione che proprio quell’anno cominciava a cedere alle tensioni politico-sociali del thatcherismo. Quasi quarant’anni dopo le cose non sono cambiate: le tensioni internazionali, le crisi generazionali e un paese drammaticamente diviso sulla questione Brexit hanno mostrato nuovamente le fragilità del tessuto sociale britannico.

“Il nuotatore” ovvero l’incoscienza dell’atto creativo: intervista a Emidio Clementi

Il nuovo disco dei Massimo Volume ha una copertina bellissima che mi ha portato alla mente una mostra della fotografa americana Alex Prager vista di recente a Londra e, in particolare, una foto della serie Face in the Crowd in cui è ritratta una spiaggia piena di persone, una delle quali colta mentre fissa l’obiettivo. Non essendo un esperto di fotografia, ho pensato che i Massimo Volume avessero scelto una foto della Prager per la copertina del loro album. La poetica della Prager peraltro si sposa bene con l’immaginario che, da Sam Shepard fino a John Cheever, la band ha sempre frequentato. Leggendo i crediti ho scoperto invece che l’autore dello scatto è Luciano Leonotti, fotografo italiano meno pop ma non meno bravo della Prager. Anche il suo scatto immortala una spiaggia affollata, un insieme di silenziose solitudini mescolate, però, senza l’evidente nota di falsità creata ad arte dalla Prager. Nessuno guarda l’obiettivo, non c’è iperrealismo ma solo realtà.

Una visione di Bohemian Rapsody

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Freak sensuale e diabolico, infantile e spietato.

Dentoni da cartoon e sguardo da fauno assassino, trangugiatore postmoderno dei fratelli Marx e del melodramma, del metrosexual Rodolfo Valentino, e della sua distorsione parodica.

Straniero sempre, soprattutto a se stesso, dall’adolescenza da Little Richard zoroastriano di Zanzibar, alla metamorfosi in elfo di Kensigton dalle orecchie puntute, evocato da chissà quale druido.

Per assurgere poi a Regina baffuta e incoronata, mantello lucente e pantaloni da olimpionico, al cospetto di masse adoranti.

L’ultimo David Bowie

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di Giulia Cavaliere

Nota dell’autrice: il primo gennaio del 2016 mi risveglio in una bellissima casa di Berlino. A poche ore dall’inizio dell’anno nuovo ricevo sulla mia posta elettronica un’email che contiene l’ascolto in anteprima del nuovo disco di David Bowie, Blackstar. Mi pare un bellissimo regalo avere la possibilità di mettere le orecchie su quel lavoro proprio nella città europea che a David Bowie aveva cambiato e forse salvato la vita, la città che prepotentemente gli era tornata alla mente e alla scrittura alcuni anni prima, e che aveva tirato fuori dalla memoria con “Where are wenow?”

Blackstar non è solo un’uscita-evento ma un lavoro statuario, che mi pare immediatamente gigantesco. Quando torno in Italia, quindi, decido di dedicargli un articolo lungo, un long-form (si dice ancora?) per la rivista online Prismo: è il primo pezzo che scrivo, in anni di lavoro con la scrittura musicale, sull’artista a cui devo probabilmente ogni angolo e ogni curva del mio cervello e del mio intimo di ascoltatrice. La prima volta che decido di provarci, di vincere la timidezza di una materia troppo calda.

Ricordando David Bowie – L’influenza culturale

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In occasione dell’anniversario della nascita di David Bowie si sono moltiplicate le iniziative in tutta Italia, in memoria di uno degli artisti più iconici e amati al mondo.

Personalmente, avrò il piacere di moderare l’8 Gennaio al Cinema Trevi di Roma (ore 19) la presentazione di Bowienext, libro di Francesco Donadio e Rita Rocca (collegato al documentario realizzato da quest’ultima) e intervenire il 12 Gennaio al Castello degli Ezzelini di Bassano del Grappa (ore 15), all’interno delle celebrazioni del 21° David Bowie Birthday Bash, parlando con Flaviano Bosco dell’esoterismo nell’opera dell’artista inglese.

Al confine del southern gothic: Sparklehorse, tra rock e letteratura

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Liborio Conca Rock Lit, uscito per Jimenez.

Il mio regno per un cavallo

Un passo indietro, come si dice. E dunque è il pieno dell’estate 1995 quando nei negozi di dischi, ancora per qualche mese gli Unici Posti Dov’era Possibile Poterli Comprare, fa la sua comparsa un disco dalla copertina,  be’, piuttosto sinistra. Lo sfondo è un cielo azzurro sormontato da una grossa nuvola; in primo piano, invece, si staglia una maschera da clown appesa a un filo, con gli occhi accesi ma privi di pupille, il naso monco e una bocca deformata in quello che sembra il sorriso di un pazzoide. Non siamo dalle parti orrorifiche di Pennywise, il pagliaccio che dal 1986 tormenta gli incubi di chi ha letto It, il capolavoro di Stephen King. Se proprio vogliamo confrontarli, il clown sulla copertina di Vivadixiesubmarinetransmissionplot è un fratello minore, minimal, diversamente inquietante. Pennywise è l’Orrore, l’Incubo, la figura che compare sulla copertina del debutto degli Sparklehorse è la Sorpresa, il Grottesco. È il pagliaccio che scatta a molla dalla scatola, non quello che terrorizza i ragazzini di Derry lassù nel Maine, rappresentando l’incarnazione del male.

Eresia e salvezza: la via psichedelica di Father Murphy

Father Murphy (by Carlotta Del Giudice)

Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo.

di Chiara Colli

Un percorso non solo musicale, ma anche narrativo, simbolico, esistenziale. Un progetto nato a inizio Duemila con le radici ben piantate nello spirito Do It Yourself e dall’attitudine punk (messo su disco dal lavoro del Madcap Collective), ma soprattutto con lo sguardo costantemente rivolto in avanti. Una ricerca sonora accompagnata da un’esplorazione audace degli angoli più bui dell’Io Collettivo, raccontata attraverso le gesta del “personaggio” Father Murphy. Una necessità ancor prima che missione: mai autoreferenziale, sempre volta a rafforzare, lontano da ogni cliché e scorciatoia, il rapporto profondo tra significato e significante.

A casa di Lucio Battisti

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Pubblichiamo un pezzo apparso in versione su il Foglio, che ringraziamo. (fonte immagine)

C’è sempre un legame fra un artista e la sua casa. Il difficile è individuare quale casa, fra tutte quelle in cui ha vissuto, lo rappresenta fedelmente. Poi bisogna capire la ragione di quel legame, scorgere l’intima corrispondenza tra il luogo e la persona, e anche questa non si rivela immediatamente, perché si devono conoscere a fondo entrambi. A volte il motivo può essere evidente, per esempio l’indirizzo, il nome della via, come la rue Linneo a Parigi per il tassonomista Georges Perec. Altre volte il vincolo si nasconde in una circostanza storica apparentemente trascurabile, come il fatto che rue de l’Odeon fu la prima strada della Ville Lumiere a essere dotata di marciapiedi, e infatti in una di quelle mansarde, al civico 21, finì i suoi giorni il peripatetico Emil Cioran. Altre volte ancora è una peculiarità evidente che suscita interrogativi senza risposta, o con troppe risposte, come le case d’angolo di tutta Europa in cui visse Dostoevskij.

Fra le pagine chiare e le pagine scure. “Rimmel” di Francesco De Gregori

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Pubblichiamo, ringraziando casa editrice e autore, un estratto dal libro Romantic Italia (minimum fax), di Giulia Cavaliere: un racconto della canzone italiana che va da Domenico Modugno ai Baustelle, includendo artisti diversi come Piero Ciampi e Antonello Venditti. Questa sera al Monk di Roma, alle ore 19, l’autrice presenterà il libro con Niccolò Fabi.

di Giulia Cavaliere

È il 1975 quando Francesco De Gregori fa di testa sua, si chiude segretamente nello studio meno moderno della RCA e dà vita a Rimmel. È il suo quarto album in studio e segna l’inizio della seconda rivoluzione romantica della storia della canzone italiana, rivoluzione più specifica ma analoga nella portata a quella innescata quasi vent’anni prima da Domenico Modugno.