Trent’anni di “Siberia”

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Dal nostro archivio, un pezzo di Nicola Lagioia apparso su minima&moralia il 24 settembre 2013.

Siberia, il primo disco dei Diaframma, viene ristampato in questi giorni in versione deluxe per festeggiare il trentennale della sua uscita (che, in pieno rispetto dello stile della band, risale in realtà al 1984). Nel cofanetto, in edizione limitata, trovate lp originale in vinile, più cd dello stesso, registrazione inedita di un concerto tenuto a Modena il 4 gennaio 1985, booklet con foto e articoli d’epoca. Amo da sempre i  Diaframma. Sono di conseguenza stato felice quando Federico Fiumani mi ha chiesto di scrivere un’introduzione da inserire nel libretto allegato alla ristampa.

Dieci Chris Cornell in uno

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Pubblichiamo un pezzo dedicato a Chris Cornell, che avevamo in programma da qualche tempo. Proprio ieri, inattesa, è giunta la notizia della morte per suicidio di un altro artista americano, Chester Bannington, frontman dei Linkin Park. Bannington era molto legato a Cornell ed è morto nel giorno del compleanno del suo amico.

di Elia Pasini

Sono già passati due mesi, abbondanti. Quaranta giorni in cui sono arrivati tributi, dediche, preghiere, agiografie, invocazioni. L’anima grunge, che lotta ancora incarnata in Eddie Vedder e Dave Grohl, è sembrata invecchiare fino al baratro dell’annullamento, nello spazio di una sola, inappellabile morte. Dopo Kurt Cobain, Layne Staley e Scott Weiland, anche Chris Cornell. L’occasione pare buona per riflettere sul peso, non solo musicale, ma anche culturale, filosofico, religioso, politico pure, che ha attirato su di sé, non sempre scientemente, l’irripetibile figura di Cornell. Un uomo che è stato pioniere e poi emarginato, grunger tarlato e poi rockstar tamarra, depresso e irrefrenabile, sfuggente e tetragono. Cornell che, come e forse più di Cobain, Staley e Weiland, ha incarnato il vero e proprio elementale del grunge. Tormento dopo tormento, gioia effimera dopo gioia effimera, fino al definitivo oblio.

Sul bisogno di autenticità: intervista alla cantautrice Nadia Reid

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Questa intervista è uscita sul numero di marzo del Mucchio Selvaggio, che ringraziamo.

Dovendo scegliere una cantautrice su cui puntare per il futuro, sceglieremmo la giovane neozelandese Nadia Reid, che con Preservation conferma quanto di buono aveva lasciato intuire con l’album d’esordio. Abbiamo fatto una chiacchierata per capire come sono nate le nuove canzoni.

Look da antidiva, espressione perennemente imbronciata, Nadia Reid, twenty-something proveniente dal sud della Nuova Zelanda, sembra uno di quegli artisti destinati a realizzare sempre un heartbreak record. E’ proprio con quei toni gravi, con il cuore ridotto a brandelli, che è stato scritto e registrato anche il nuovo disco, Preservation. Ma Nadia è un’artista che, a dispetto della malinconia di cui sono infuse le sue ballate e del gusto per la rimembranza evidente in molti dei suoi testi, non ama guardarsi troppo indietro. Del suo debutto uscito poco più di un anno fa, Listen To Formation, Look For The Signs, dice “mi sembra un po’ datato”. Certo, quello era un album scritto nell’arco di sette anni, il classico primo album di una ventenne che vi racchiude il meglio di un canzoniere accumulato durante quel faticoso viaggio dentro e fuori se stessi che è l’adolescenza. Si trattava, comunque, di un esordio notevole, uno dei migliori dischi folk del 2015.

Retromania e dintorni. Intervista a Simon Reynolds

simon reynolds

Questo pomeriggio alle ore 16.30 (sala Blu) il Salone del libro di Torino ospiterà un incontro con Simon Reynolds. Interverranno Luca Valtorta e Valerio Mattioli. Pubblichiamo l’intervista di Valtorta al critico inglese uscita su Robinson, l’inserto di Repubblica, che ringraziamo.

La telecamera viaggia qua e là inquadrando macchie insensate di pixel, come un televisore sintonizzato su un canale morto. Poi a poco a poco si delineano i contorni di una figura. Occhiali, un golfino azzurro con cerniera, uno studio con pochi orpelli ma molti oggetti sparsi qua e là. “Qui c’è un po’ di disordine, come si può notare, tra box set, libri, cd e vinili: è una simpatica stanza, una specie di garage che sta davanti al resto della casa, fredda d’inverno e molto calda d’estate, da cui si può vedere la gente passare, gli alberi, gli scoiattoli e persino i colibrì.

“Scrittura e lettura hanno a che fare con gli odori”: intervista a Niccolò Fabi

niccolò fabi

Per i vent’anni dall’uscita del suo primo album, un artista solitamente poco incline all’autocelebrazione come Niccolò Fabi ha deciso di festeggiare insieme al proprio pubblico con un tour chiamato Diventi Inventi (1997-2017) e con un greatest hits in uscita dopo l’estate. Cogliamo l’occasione per proporre un’intervista che indaga il suo rapporto con i libri, tratta da Letture d’autore, pubblicato da Galaad nel 2016.

Qual è il tuo primo ricordo legato ad un libro?

Il primo ricordo non è legato ad un libro letto in prima persona, ma a libri che mi leggeva mia nonna. Dunque non si tratta di un ricordo di lettura, bensì di ascolto. Trovo molto bella l’usanza che hanno, o avevano, i genitori e i nonni di leggere i libri ai bambini. E mia nonna mi leggeva, innanzitutto, Pinocchio. E poi molto Salgari. Ecco, Pinocchio e I misteri della giungla nera di Salgari forse sono i primi ricordi di racconto e di storie di cui ho percezione.

I buchi neri delle sottoculture: il “caso” The Sound (e il parallelo con gli U2)

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Questo pezzo è uscito su che-Fare

Nel considerare le sottoculture come un modello possibile per le comunità creative che nascono e che crescono, occorre anche soffermarsi sui buchi neri, gli inciampi, le interruzioni, le cadute che costellano un processo apparentemente interrotto una ventina di anni fa.

La vicenda dei The Sound, da questo punto di vista, è tragicamente perfetta. Si tratta infatti del gruppo probabilmente più sottovalutato dell’intero post-punk: perché? Come è avvenuto? Forse il cantante Adrian Borland non era abbastanza “carino”, o abbastanza dotato di “carisma” (quello di Ian Curtis, per esempio, totalmente negativo; e quello – apparentemente positivo – di Bono); o magari era semplicemente troppo “depresso”, come i suoi testi. “Eppure, musicalmente, i The Sound avevano tutto per sfondare: un talento melodico fuori dal comune, un piglio viscerale e nevrotico ereditato dalla nobile scuola di Velvet Undergound e Stooges, un sottile tocco psichedelico d’ascendenza Doors, una sensibilità oscura degna di Cure e Joy Division.

Musica e ricordi: una lunga intervista a Francesco De Gregori

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Questa intervista a Francesco De Gregori è apparsa su Robinson – la Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Luca Valtorta

Tra le pagine chiare e le pagine scure prendono forma immagini, frammenti di vita, pezzi di sogno, pezzi di stella, pezzi di costellazione, pezzi di sorriso, pezzi di canzone. Le parole diventano musica, la musica è parola. “Musica fanciulla esangue/ segnato di linea di sangue/ nel cerchio delle labbra sinuose/ regina de la melodia”. Chiamatela poesia se vi pare, come fosse Campana, ma no perché, appunto, “c’è la melodia!”, chiamatela come volete.

E il jazz. Un estratto da “Lettori selvaggi”

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto dal libro di Giuseppe Montesano Lettori selvaggi, uscito per Giunti.

di Giuseppe Montesano

e il jazz, la musica rappezzata e bizzarra che cominciò nel 1895, con il fantasma sonoro del trombettista nero Buddy Bolden che impazzì nel 1907, la musica che Bolden intrise di blues e acciaccò e sincopò e improvvisò perché secondo uno psichiatra non era in grado di suonare correttamente: una musica che tra il 1895 e il 1917 si nutrì avidamente di tutto: musica nei parchi, canzoni di schiavi, vaudevilles, Operette, song, lacerti di opera lirica, minstrels, canzoni di chiesa, cakewalk, ragtime per cori voci pianini banjo, stomp, rulli per pianole meccaniche, trascrizioni per ottoni da Beethoven, klezmer puro e imbastardito, stride piano, canzoni napoletane, street parade, bande militari, nursery rhyme, canti di operaie e contadine, blues di campagna, spettacoli di circo, tamburi, negri truccati, funeral music, balli da Grand Hotel, svago, intrattenimento, dolore, metamorfosi, errori, impacci, monetine, insofferenza, gioco, schiavitù:

Diciotto anni senza Fabrizio De André

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(fonte immagine)

Diciotto anni fa Fabrizio De André ha attraversato “l’ultimo vecchio ponte”. Ormai, siamo orfani maggiorenni della sua presenza schiva eppure prepotente, “ostinata e contraria”, irriverente eppure a suo modo spirituale.

Per ricordare il grande cantautore ho parlato con chi lo conosceva bene, Doriano Fasoli (un intellettuale in grado di scrivere un libro con Elémire Zolla e tenere testa a Carmelo Bene oltre che allo stesso Faber), del quale Alpes ha ristampato recentemente Fabrizio De André. Passaggi di Tempo, uno studio rigoroso a cui collaborò lo stesso artista genovese. Il libro è tuttora un punto di riferimento ineludibile per chi voglia approfondire l’opera di De André, impreziosito da una lunghissima conversazione con il cantautore e dai contributi di Mauro Pagani, Dori Ghezzi, Fernanda Pivano, Paolo Villaggio e Francesco De Gregori.

L’uomo che cadde sulla terra

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Quest’oggi David Bowie avrebbe compiuto settant’anni. Un anniversario reso ancora più significativo e memorabile per un’ovvia considerazione: il primo compleanno dopo la scomparsa, genialmente teatrale, del grande artista inglese, avvenuta 48 ore proprio dopo il suo compleanno.

Commentai a caldo un anno fa il complesso gioco simbolico che il Duca Bianco aveva predisposto nei suoi ultimi video e nell’ultimo disco uscito a ridosso dell’improvvisa,sconvolgente notizia della sua morte.

Un anno dopo, ne parliamo con Francesco Donadio, autore di Fantastic Voyage. Testi commentati (Arcana) imponente analisi filologica delle liriche bowiane, attualmente disponibile in edicola a un prezzo ridotto in allegato con le pubblicazioni Mondadori. Donadio presenterà quest’oggi la nuova edizione del suo libro a Roma (alle ore 18 allo Spazio Cima, nel Quartiere Coppedè).