Sotto il mirrorball: una storia della disco music

1disc

di Simone Bachechi

Quando la disco music spopolava nelle sale da ballo di tutto il pianeta, nei secondi anni 80, chi scrive era ancora bambino. Il boom della disco c’era già stato e in ogni caso quel bambino, allora adolescente, aveva fatto suo lo slogan “Grazie a Dio è venerdì”, come il titolo del film del 1978 prodotto da Neil Bogart, uno dei mostri sacri della disco music, il produttore della Casablanca Records, casa discografica che ha allevato tanti dei cavalli di razza del genere, film che parla proprio di disco music. Quell’adolescente a quel tempo non aspettava altro che scatenarsi in discoteca, pur avendo ascoltato come primo disco in assoluto pochi anni prima “Dressed to Kill” dei Kiss ed essendosi lasciato contagiare dal glam rock, mentre successivamente andrà in fissa per The Smiths e farà da lì in avanti suo l’inno della band capitanata di Morrissey quando in Panic del 1986 canterà  “burn down the disco, hang the blessed DJ”, scatenando le polemiche di chi vedeva in questo brano un attacco di tipo razzistico verso la musica black, vera fonte di ispirazione del fenomeno disco.

Tempo di Chet: conversazione con Paolo Fresu

1chet

Il 13 maggio del 1988 Chet Baker,uno dei più grandi talenti della storia del jazz, artista tra più iconici del Novecento,veniva ritrovato senza vita, sul suolo sottostante la finestra della sua camera Prins Hendrik Hotel di Amsterdam.

Per riassumere l’impatto della musica di Baker riportiamo questa puntuale considerazione di Hakuri Murakami: “nel suo modo di suonare c’era qualcosa che faceva nascere in petto un ineffabile, lancinante dolore, delle immagini e dei paesaggi mentali che soltanto la qualità del suo suono e il suo fraseggiare sapevano trasmettere”.

La straniera, i sassi e il lockdown: intervista a Claudia Durastanti

1cd (1)

A lockdown alleggerito incontro Claudia Durastanti a Trastevere, in un sabato pomeriggio di autentica primavera romana. Nonostante l’assenza di turisti e struscio, i due fattori che normalmente riempiono all’inverosimile le stradine del quartiere, e malgrado la chiusura dei locali tra cui il venerabile bar San Calisto – la cosa che più di tutte in effetti ci sorprende e intristisce – tutta quest’atmosfera da distopia, in realtà, non si sente. Roma sembra avere questa capacità di normalizzare, di neutralizzare, di contenere – così come d’altronde in altri momenti sa drammatizzare, estremizzare. Ed è quindi persino con una certa naturalezza che muniti di mascherine d’ordinanza scegliamo due portoncini adiacenti e a debita distanza di sicurezza ci sistemiamo sui rispettivi gradini d’ingresso; dopodiché, piazzo sui sampietrini un giornale con il registratore sopra, e iniziamo a chiacchierare. A un certo punto un freak del quartiere ci interrompe, attacca un bottone su chi siamo e cosa stiamo facendo, si informa sui libri scritti da Claudia, ci lascia il suo account Instagram, bisticcia con un altro tizio a ridosso di una fontana e poi va via salutandoci con ampie cerimonie e promesse.

La mia lotta. La musica in Karl Ove Knausgård

knaus

di Eugenio Giannetta e Luca Momblano

E – Ho scritto più volte queste parole nella mia testa, come nella brutta copia di una lettera d’amore mai spedita, poi mi sono arreso. Ho guardato in un angolo immaginario della mia mente e ci ho visto una montagna di carta sbagliata appallottolata di fianco a un cestino.

In ognuno di quei fogli l’incipit rispondeva a una domanda da tema delle scuole medie: dopo l’uscita del sesto e ultimo libro de La mia battaglia, “Fine” (Feltrinelli), fai un bilancio di cosa rappresenta Karl Ove Knausgård per te.

Dopo svariati tentativi e altrettanti fallimenti, l’epifania. Knausgård è il mio Miles Davis, come si fa a spiegarlo? In quel momento ho capito che avrei voluto raccontare il mio personalissimo Knausgård non solo attraverso le 4.115 pagine e i sei anni che abbiamo passato assieme, ma attraverso la sua musica.

La critica musicale oggi: intervista a Rossano Lo Mele

annie-theby-EXCeGbyolPY-unsplash

Photo by Annie Theby on Unsplash

Non se ne può più di sentir dire che scrivere di musica equivale a ballare di architettura. La celebre massima, che il popolo attribuisce a Frank Zappa mentre i più informati fanno risalire all’attore-musicista Martin Mull, è spesso la formula magica per chiudere un discorso teso a screditare chi, nonostante la crisi irreversibile della carta stampata e gli altri innumerevoli ostacoli, si ostina a praticare un’arte forse minore, magari anacronistica, ma pur sempre un’arte, la critica musicale. Non è il solo luogo comune: un altro molto abusato è quello per cui i critici musicali sono tutti musicisti falliti (anche se c’è chi, come Colapesce, un po’ ironicamente e un po’ no dice di essere un critico musicale fallito e di essere, per questo, diventato musicista).

Sono invece pochi – ed è un discorso soprattutto italiano – quelli che rispettano il ruolo che i critici musicali hanno (avuto) nell’educazione degli appassionati di pop e rock, forse immemori di quando loro stessi coccolavano la propria collezione di dischi con una tenerezza riservata a poche altre cose o quando attendevano con trepidazione che all’edicola in fondo alla strada arrivasse il nuovo numero della propria rivista di riferimento.

It’s crazy what You could’ve had. A proposito di “Country Feedback” dei REM

1feedback

(fonte immagine)

Tutti hanno una canzone preferita dei REM, e anche Michael Stipe – nato il 4 gennaio 1960, lo stesso giorno in cui Albert Camus moriva in un incidente stradale – sembra avere la sua; o almeno così ha detto più di una volta, persino davanti a migliaia di persone. Insomma durante i concerti, prima di cantarla. Pur considerando quanto siano irrimediabilmente volatili le opinioni di un artista, e ancora di più quanto possa essere oscillante la scelta di Una Canzone Preferita, possiamo credergli. Forse la canzone dei REM preferita da Michael Stipe è anche la mia. Forse.

Con il nastro rosa: un viaggio nella musica di Lucio Battisti

1lucio

di Simone Bachechi

Ancora ricorrenze. Non sono mai troppe quando si parla di un gigante, sia esso della letteratura, della musica, dell’arte tout court. La collana Songs ideata e creata da Donato Zoppo insieme alla piccola e intraprendente casa editrice campana GM Press sforna a distanza di pochi mesi dal suo esordio con Something, il 1969 dei Beatles e una canzone leggendaria, un altro volume, che segue la stessa ratio e intenti: quella di raccontare la storia di gruppi e artisti approfittando degli anniversari di canzoni amate.

Geografia di un non-genere: su “No music on weekends” di Gabriele Merlini

1decib

di Tommaso Ghezzi

Sono nato mentre i Litfiba registravano su molteplici piste audio le performance dal vivo del tour conseguito all’album Litfiba 3, delle quali solo una piccolissima percentuale sarebbe stata effettivamente utilizzata per il disco live Pirata.

Sono nato in tempo per vedere, molti anni dopo, Piero Pelù solista, mentre si dimena nei pantaloni in pelle nera e dedica una canzone al nipotino sul palco di Sanremo; sono altresì nato in tempo per leggere i post su Facebook di Federico Fiumani, sporcati da un irriducibile astio senile e un improprio uso dei social network. Sono nato in tempo per vedere Giovanni Lindo Ferretti sciorinare improbabili endorsement al centro destra cattolico. Per non parlare poi di tutto lo sbrodolame nazionalistico di supporto alla destra britannica delle uscite pubbliche di Morrissey.

Quella volta che vidi i R.E.M.

1rem

di Rossano Lo Mele

Il libro Scrivere di musica nasce da un concerto mancato. Quello a cui – biglietto già nel cassetto – non potetti assistere nel 1989 a causa della varicella. Fortunatamente anni dopo sono riuscito a compensare questo buco partecipando ad altri concerti della band di Michael Stipe. Il primo fu nel 1994, a Torino. All’epoca esisteva il PalaStampa, struttura oggi abbandonata, attigua al macello cittadino e allo Juventus Stadium, ormai ridotta a puro cimitero di vetri rotti. Al principio di quell’anno, i R.E.M. portavano in giro il controverso album Monster. Di spalla avevano i Grant Lee Buffalo: gruppo formidabile ma penalizzato dall’audio, in quel caso. Perso il batterista Bill Berry, la band cominciava il suo percorso a tre: Michael Stipe, Mike Mills, Peter Buck. Tanta era l’attesa e tanto era abrasivo ed enigmatico quel disco, che me ne tornai a casa interdetto. L’occasione per fare pace alla fine mi si ripresentò, ma quasi un decennio dopo. Napoli, 2003. Avrei dovuto esibirmi con il gruppo in cui suono, i Perturbazione, nel medesimo festival dove avrebbero suonato i R.E.M.

Entrare nella tangenziale di Napoli è una cosa sconsigliata a chi soffre di labirintite. Chi ci abita c’avrà fatto l’abitudine, che vuoi che sia. Forse non si sofferma neanche più su quella spaghettata di strade che s’intersecano tra di loro a ogni livello, altezza, incrocio, uscita. Più che una tangenziale sembra una di quelle piste avvolgibili su cui depositiamo i bagagli al momento del check-in in aeroporto. Ma non la parte che vediamo, quella che sta nascosta dietro, invisibile anche per l’operatrice della compagnia aerea che ci accoglie sorridente, seduta, mascarata. Per l’esattezza: la tangenziale di Napoli ricorda proprio quell’incastro di tappeti semoventi per valigie così com’è stato raffigurato verso la fine di Toy Story di John Lasseter (episodio numero 2); oppure, eludendo l’animazione, i binari rappresentati all’inizio di 2046 di Kar Way Wong.

Delicatezza ed empatia: il songwriting di David Allred

DavidAllredBanner

Una versione più breve di questa presentazione del nuovo disco di David Allred è uscita sul numero di gennaio di Blow Up.

La premessa dovuta è che il precedente “The Transition”, uscito poco più di un anno fa, è stato per chi scrive uno dei migliori album del 2018, una raccolta di dieci tracce con le quali David Allred ha proposto una forma di cantautorato assolutamente inedita, ipnotica, paralizzante nella sua bellezza, anche grazie alle partiture d’archi e ai synth di Peter Broderick, nome di punta dell’avan-garde folk contemporaneo.

Per il nuovo lavoro “Alone On Friendship Island” David decide di normalizzare il suo songwriting e, pur continuando a preferire atmosfere minimali e neoclassiche, di misurarsi con la forma canzone e tornare ai rivoluzionari dell’introspezione, Nick Drake su tutti. Il risultato è ancora una volta eccelso. Con tutta probabilità il nostro rimarrà un artista per pochi, eppure il consiglio per chi ha la sensibilità necessaria ad entrare in punta di piedi dentro certe gradazioni del grigio è di non perdere l’occasione di assaporare il brivido della sua raffinatissima musicalità.