Video didn’t kill the radio star #5

your love is killing me

Qui le puntate precedenti della rubrica.

Your love is killing me, di Sharon Van Etten, 2014 – il video è diretto da Sean Durkin 

Una donna beve, fuma, viene cacciata da un bar, e poi, una volta fuori, vaga per le strade, ma con la disperazione assoluta che solo la fine di una storia d’amore può assestare tra i lineamenti del viso.

Il video è semplicissimo. È costituito da sole sei inquadrature, e tra queste spicca per durata e intensità l’uso del primo piano. Perché Sean Durkin, il regista del video, se non ci è arrivato per una felicissima intuizione, deve esserlo pur chiesto almeno una volta: com’è possibile rendere per immagini lo struggimento per la fine di una storia d’amore? Com’è possibile mostrarlo senza risultare patetici? Come fare?

Video didn’t kill the radio star #4

the suburbs

Qui le puntate precedenti della rubrica.

Alcuni ragazzi, nella periferia di una città americana, vanno in bici, caricano e puntano fucili a aria compressa, si baciano, litigano, si rincorrono, vanno alle feste, mentre tutto intorno si diramano posti di blocco di polizia, recinti di filo spinato, squadre di soldati in assetto da guerra, grandi volute di fumo nero nell’aria.

Il video, nella messa in scena di un’adolescenza sconclusionata, ricorda il famosissimo 1979 degli Smashing Pumpkins – ma se negli anni ’90 del secolo scorso, i ragazzi, a modo loro, sembrano attraversare il campo minato della loro età uscendone quasi indenni, qui, nel video di Spike Jonze, c’è qualcosa di più. L’elemento perturbante è quest’aria di guerra sottile, mai dichiarata fino in fondo, che punteggia gli eventi e rende tutto terribilmente minaccioso.

The suburbs, di Arcade Fire, 2010 – il video è diretto da Spike Jonze

Video didn’t kill the radio star #3

money

Qui le puntate precedenti della rubrica.

Money, di Peace, 2014 – il video è diretto da Ninian Doff
Un uomo tenta la scalata sociale all’interno dell’azienda dove lavora, sfidando prima un suo pari, poi un diretto superiore, poi il presidente. Il video è composto da piccoli quadri, e in ogni quadro l’uomo è costretto a superare una prova maggiore.

Video didn’t kill the radio star #2

island

La prima puntata della rubrica è qui.

Island, di The xx, 2010 – il video è diretto da Saam Farahmand

Un uomo e una donna si amano, ma poco per volta raffreddano i sentimenti fino a perdersi. Il video è composto dalla ripetizione ossessiva dello stesso movimento di camera, una carrellata indietro a scoprire – a ogni nuovo attacco, la storia d’amore si sgretola un po’, e alla fine, come da copione, rimangono le fiamme e la cenere intorno a una persona con le ginocchia per terra.

Video didn’t kill the radio star #1

gold

Inauguriamo una rubrica a cura di Giuseppe Zucco apparsa su Le Nius.

di Giuseppe Zucco

[Nel 1979 il mondo fu solcato da una profezia. «La tv», diceva una canzone, avrebbe ucciso le «star della radio». Ovviamente, tutto questo non accadde. Ma già la stessa canzone, qualche anno dopo, sembrò smentire se stessa.

Alle 00.01 del 1 agosto 1981, il videoclip di Video kill the radio star inaugurò la programmazione di MTV – un canale televisivo americano nato per trasmettere video musicali – e rilanciò in modo decisivo la hit dei Buggles, che fino a quel momento aveva raccolto un enorme successo, sì, ma solo via radio. Era la dimostrazione perfetta che la televisione, e l’innumerevole proliferazione di video che sarebbe da lì seguita, non avrebbe distrutto il paesaggio musicale, ma lo avrebbe profondamente trasformato.

Il cantante veterano

vasco-rossi

Vasco Rossi è nuovamente in tour, come ogni anno, o quasi, per la gioia dei suoi fan. Pubblichiamo un estratto da Siamo solo io. Dimissioni, latitanza e e ritorno di Vasco Rossi, scritto da Tommaso Naon e Francesco Zani per Italica edizioni. Il libro racconta la rockstar emiliana alla soglia dei sessant’anni, tra il 2011 e il 2013, in un momento particolarmente critico. Ringraziamo gli autori e l’editore.

di Tommaso Naon e Francesco Zani

Terminate le prove a Pieve di Cento, arriva il momento di fare sul serio. L’inizio del tour è sempre più vicino, e il primo giugno Vasco pubblica un video nel quale lo si vede attraversare il prato dello stadio del Conero, diretto verso il palco dove fremono i lavori coordinati da Diego Spagnoli. Pochi giorni ancora per mettere a punto lo show, e finalmente il 5 giugno si comincerà con la data zero.

Certo in Italia sono ben pochi i musicisti che possono permettersi un concerto di riscaldamento davanti a uno stadio pieno e un’attenzione mediatica da grande evento. Come succede ormai da diversi anni, i biglietti per questa prova generale sono stati riservati in un primo momento solo agli iscritti del Fan club ufficiale Vasco Rossi, e solo in un secondo tempo si sono aperte le vendite al pubblico, ma non è stato difficile esaurire i trentacinquemila posti a disposizione.

Ancora nel paese delle meraviglie: il viaggio psichedelico di Panda Bear

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

di Chiara Colli

(fonte immagine)

Quando Alice cade in un sonno profondo e si ritrova nel Paese delle Meraviglie, ogni esperienza bizzarra che Lewis Carroll le mette di fronte ha un significato simbolico connesso alla realtà. La dimensione onirica e surreale è un espediente per far riferimento ad aspetti della vita vera, anche piuttosto seri che, al risveglio, portano la protagonista a una crescita interiore. Sarà che Alice nel Paese delle Meraviglie è una delle favole più psichedeliche mai scritte, sarà che quando Noah Lennox racconta di medicine e dimensioni altre di colpo immagino Peter Kember con in mano una bottiglietta su cui c’è scritto “bevimi”, sarà che poi finiremo anche col tirare in ballo anche la Disney, ma mentre ci immergiamo in Panda Bear Meets the Grim Reaper la prima sensazione è di scivolare nel mondo parallelo di Alice.

Rosacea in inglese si dice ROH-SEI-SCIAH

bowiealad

Questo racconto è uscito su Abbiamo le prove.

È la maledizione dei celti! Così la chiama il medico di base che in tutta fretta ho consultato alla comparsa delle prime papule. The Curse of the Celts. Qui in Inghilterra, dice, colpisce una persona su quattro. Più le donne che gli uomini. Insorge generalmente intorno ai trent’anni.

Mi viene il sospetto che il dottor Patel stia usando dati presi a caso dalla mia cartella clinica, così, tanto per prendermi per il culo. Aspetto solo che da un momento all’altro mi dica “colpisce le donne di quasi trent’anni che possono vantare remote ascendenze gallesi e si sono da poco stabilite in una sconosciuta città termale del Regno Unito” oppure “colpisce una donna affetta da incurabile nostalgia su tre”; “studi clinici hanno dimostrato che l’incidenza statistica aumenta in rapporto alle ore spese dal soggetto seduta a bere caffè e immalinconirsi nell’umida cucina di un terratetto vittoriano”.

“Alta fedeltà” compie vent’anni

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(Nella foto: una scena del film Alta fedeltà di Stephen Frears)

Il più riuscito romanzo di Nick Hornby è stato pubblicato in Inghilterra da Victor Gollancz nel 1995. Se vent’anni non sono necessariamente un arco di tempo considerevole per un romanzo, possono esserlo per un romanzo che parla di musica. Nel 1995 c’erano degli oggetti favolosi chiamati dischi, in ogni città dei ritrovi di perdizione dove questi oggetti venivano venduti e dei pazzi che li frequentavano assiduamente, sfogliando riviste specializzate e spendendo porzioni cospicue di paghette e stipendi. Di questo mondo che ormai non c’è più parlava “Alta fedeltà”. Eppure nessuno, rileggendolo oggi, si sognerebbe di definirlo un romanzo datato.

Ieri e oggi: intervista a Giovanni Lindo Ferretti

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di Matteo Cavezzali

(fonte immagine)

Dopo gli anni sfrenati, dopo gli anni battaglieri, dopo gli anni del punk, dei CCCP e della rivoluzione, Giovanni Lindo Ferretti è tornato sui monti dove era stato bambino. Dal fragore è passato al silenzio. Oggi vive in mezzo ai cavalli, alla natura, e proprio con i suoi cavalli ha deciso di tornare sulle scene, con un teatro che lui stesso definisce “barbarico”.
«Vedi, i cavalli sono come i punk. Non amano le regole, fanno le prove svogliati, ma quando inizia lo spettacolo, quando si accorgono che c’è il pubblico, quando sentono gli applausi, allora diventa bellissimo».

Il suo ritorno nel luogo dove è cresciuto, nelle sue montagne, nella casa dove abitava con sua madre, è un ritorno alle origini che permea anche nello spettacolo a cui sta lavorando?
Questa idea di teatro barbarico è strettamente legata con la mia infanzia, con la mia terra e con due persone, Marcello e Cinzia (Marcello Ugoletti e Cinzia Pellegri, in scena con lui n.d.r.), che abitano su queste montagne e hanno trascorso la loro vita in mezzo ai cavalli.