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di Teresa Capello

Il 4 ottobre 2019 è uscito Zero il Folle, il nuovo lavoro di Renato Fiacchini, Zero in arte, inediti pubblicati con quattro copertine diverse l’una dall’altra per il look dell’artista – colore dell’abito, forma e colore del copricapo. Si tratta di un’opera realizzata a Londra con la produzione e gli arrangiamenti di Trevor Horn (che ha lavorato con Paul Mc Cartney, Rod Stewart e Robbie Williams) nella quale è evidente l’intenzione di rinnovamento – una costante programmatica nell’evoluzione artistica di Zero – ma soprattutto da cui sembra affiorare un’altra intenzione, quella di rileggere un’intera carriera, cosa che – bene o male – stanno facendo, in modi diversi, alcuni grandi autori italiani, come Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Claudio Baglioni, Edoardo Bennato e molti altri… tutti Big che vissero nei tardi anni Settanta l’apice della loro popolarità ed hanno saputo tenere viva, in un modo o nell’altro, la fiamma della loro Musa personale, proprio mentre si avviano a compiere, anno più anno meno, i settant’anni circa in pieno live: la tournée di Renato Zero segna il sold out in molte date, prima dell’uscita dell’opera.

A proposito di rock. La versione di Jeff Tweedy dei Wilco

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

Non è necessario leggere l’edizione completa di un’ipotetica Grande Enciclopedia del Rock per scoprire che gli anni Zero non sono stati l’epoca d’oro del genere. Com’è noto, le lancette vanno spostate più indietro; il che, ovviamente, non annulla la possibilità di eccezioni, anche grandiose. Ad esempio, i Wilco. Album come Yankee Hotel Foxtrot e A Ghost Is Born hanno rischiarato gli ascolti di noialtri orfani – non voglio dire nostalgici – del rock più penetrante, quello che va dritto al cuore dai Velvet Underground in giù. Per focalizzare meglio, prendete At Least That’s What You Said, proprio da A Ghost Is Born, e fatela suonare a un volume degno; verso il secondo minuto, dopo che Jeff Tweedy avrà intonato una manciata di toccanti versi al pianoforte, vi ritroverete a mimare una chitarra, catturati dalla magia della musica. Poco ma sicuro.

Come la musica resistente brasiliana ingannò il potere

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di Francesco Bove

Quando l’Ato Institucional n°5 fu emanato le cose cominciarono a prendere una brutta piega in Brasile. Era il 1968 ed erano passati già quattro anni da quando le forze armate brasiliane destituirono forzatamente João Goulart, accusato di mettere in pratica politiche di sinistra, per prendere il potere. Furono aiutati dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America che, mentre nel resto del mondo diffondeva una Bossa Nova americanizzata, decise di porre fine, in Brasile, alle politiche più aperte e modernizzatrici inaugurate dal presidente Kubitschek.

Cultura e potere sono sempre andati di pari passo e l’America ha sempre saputo sfruttare le ricchezze altrui per trarne grossi vantaggi. Lo fece nel 1936 quando il dipartimento di stato americano inviò truppe di filmakers e artisti creativi in America Latina per prendere, a mo’ di souvenir, frammenti di vita e di cultura brasiliana.

Nick Cave e lo spirito di “Ghosteen”

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Bright Horses è la seconda canzone di «Ghosteen», l’ultimo album di Nick Cave con i Bad Seeds. Inizia con quattro differenti accordi ripetuti due volte, e immagino che a molti la mente sia volata a Into my arms, per via dei due attacchi che sembrano richiamarsi tra loro in una maniera gentile. Pochi istanti, una sensazione simile a quella che si prova rivedendo una persona non vista da troppo tempo e cambiata solo leggermente. Ti sembra di riconoscere qualcosa di familiare dietro una coltre di nebbia. Ho provato persino a farle suonare insieme, facendo partire le canzoni nello stesso momento. Soltanto i primissimi secondi; puoi lasciare che si sovrappongano. Poi ognuna va per la sua strada.

Di cosa parliamo quando parliamo di groupie

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

Nel 2000 il regista, attore e scrittore americano Cameron Crowe ridiede lustro alla figura della groupie con il film semi-autobiografico Almost Famous. Protagonista della storia è un giornalista adolescente che viene mandato dalla rivista Rolling Stone in tour con la sua rock band preferita per scrivere un reportage. Coprotagoniste sono un manipolo di incantevoli ragazze, capitanate da una certa Penny Lane, che in qualità di groupie accompagnano la band in tour e in modo anticonvenzionale ma efficace si prendono anche cura dell’educazione sentimentale del ragazzino.

Dentro il rap americano: intervista a Cesare Alemanni

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Dagli anni Settanta fino ai giorni nostri, dove “giorni nostri” va inteso alla lettera, perché tutto può ancora succedere – e sta succedendo adesso, ancora – la storia dell’hip hop è un enorme calderone ribollente di creatività, riscatto sociale, arti che s’incontrano, personalità esplosive e anche di morte e tragedia. Una vicenda complessa e ritmata, dove i break e gli scratch, i flow e i colpi di pistola e il crack si sono incrociati lungo tutto il vasto ventre americano, generando una quantità di musica prima clandestina e poi via via sempre più planetaria, seducendo generazioni di ascoltatori e cambiando attitudini e stili di vita.

Rendere conto di tutta questa complessità, che contempla oltretutto anche una dose abbondante di controversie e deviazioni, è un affare che richiede idee chiare e grande competenza. Rap: Una storia, due Americhe, il libro di Cesare Alemanni uscito da poco per minimum fax, riesce nell’ impresa di trasmettere la densità di questa vicenda ancora in corso, toccando i temi alla base della nascita e dello sviluppo del rap, offrendo una storia completa che comprende individualità e sociologia urbana, fattori esterni e una sana dose di casualità.

Unknown Pleasures, quarant’anni dopo

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Per celebrare i quarant’anni di Unkown Pleasure, pubblichiamo un capitolo del libro Joy Division. BrokenHeart Romance, uscito per Arcana.

di Marco Di Marco

“Quelle ore inaccessibili e torturanti durante le quali
lei avrebbe gustato piaceri sconosciuti, ecco che,
per una breccia insperata, anche noi vi penetriamo”
Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

Quando i Joy Division entrano negli Strawberry Studios di Stockport, nell’aprile del ’79, le premesse ci sono tutte: una gavetta veloce ma intensa, l’attesa della critica, il favore della nicchia di pubblico conquistata nei concerti in quasi due anni di attività, un manage riperattivo come Rob Gretton.

Definire Michael Jackson. Il re del pop secondo Margo Jefferson

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Tra pochi giorni, il venticinque giugno, saranno dieci anni esatti dalla morte di Michael Jackson. È uno di quegli eventi generalmente incasellati nell’insieme «Ricordo perfettamente dov’ero quando l’ho saputo». E quindi: ero in macchina di un’amica che mi stava riaccompagnando a casa, di sera tardi, una calma sera romana di prima estate. Mi arriva un SMS (niente whatsapp, non ancora): è morto Michael Jackson. Stupore / incredulità generale («Ma no dai, non è possibile», e così via), cerchiamo notizie in radio. Rincasato, accendo il televisore e vado dritto su MTV – perlomeno quello che ne rimaneva, già allora. Non ne rimasi deluso: il canale aveva già iniziato a trasmettere l’intera videografia di Michael Jackson, cosa che fece ininterrottamente nelle ore successive. Era morto un re, e quello fu il naturale tributo di MTV, un’estensione nevralgica del suo regno, gli epici e lunghissimi video dal budget ogni volta più portentoso trasmessi in heavy rotation[1].

Nel momento in cui accesi il televisore, neanche troppo a sorpresa, il video che MTV stava trasmettendo era Thriller, secondo alcune fonti il più programmato nella storia dell’emittente[2]. «Quando ho visto quella cassetta, ecco, la mia vita è cambiata», racconta Wade Robson nel documentario prodotto da HBO Leaving Neverland. La cassetta in questione è quella del making of del video di Thriller, uscita nel 1983, nei giorni del successo planetario di Jackson; e Wade Robson è uno dei due protagonisti, assieme a James Safechuck, di Leaving Neverland.

Il rosa più bello del Primavera Sound 2019

Raybanstage

Il Primavera Sound ha osato, il Primavera Sound ha vinto. L’edizione 2019 sarà ricordata come la più coraggiosa, diversa e assurda della storia ormai ventennale del festival musicale più importante d’Europa quanto a rilevanza, tendenza e capacità di anticipare il futuro. Il fatto che lo slogan di quest’anno fosse The New Normal non deve ingannare.

La normalità che gli organizzatori hanno voluto fortemente è stata sinonimo di apertura verso generi finora trascurati se non addirittura snobbati, abbattimento di qualsiasi barriera tra una musica più alta e una più bassa, fine della dittatura dell’indie, assenza di headliner propriamente detti e, soprattutto, un cartellone con una perfetta parità numerica tra artisti maschili e artisti femminili.

Battisti, il nostro caro Lucio

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di Simone Bachechi

Metà  di giugno 1970. Giulio Rapetti (in arte Mogol) è riuscito a convincere il “suo” Lucio a intraprendere una cavalcata attraverso l’Italia, da Milano a Roma. Progetto poetico e affascinante del quale la stampa che già stringe nella morsa il duo più noto della canzone italiana darà conto. Lo stesso Lucio ne scriverà. Un progetto, quello della cavalcata, che lungi da essere uno strumento promozionale, il duo Battisti-Mogol aveva già scardinato le porte del successo, è anche una sorta di manifesto ecologista che per certi versi assomiglia ad altre imprese letterarie e artistiche. Anche se con diverse sfumature, viene in mente il Viaggio in Italia di Piovene o il reportage di Pasolini su è giù per la penisola che è Comizi d’amore.