Le vie dei festival per i devoti psytrance

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Questo pezzo è uscito su Pagina99, che ringraziamo. * * * Hai perso i tuoi amici, la tua ragazza: ti sei distratto un attimo e non li vedi più. Provi a chiamare il nome di lei, si perde nel plasma sonoro ad altissimo volume in cui sei immerso. Ti volti, un vecchio con tilaka shivaita […]

Impressioni di settembre. 365 giorni indistinguibili

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Il pezzo che segue è l’ultimo scritto da Tommaso Labranca, autore irregolare e libero, scomparso il 29 agosto scorso. L’articolo è sul numero di Linus attualmente in edicola: ringraziamo la rivista (fonte immagine).

di Tommaso Labranca

In questo preciso istante, mentre scrivo e mentre leggete, una ragazza o un ragazzo sta legando un’immagine, una sensazione, una madeleine dell’estate 2016 alla voce effettata di Fabio Rovazzi, l’autore della canzone “Andiamo a comandare”. Non ho capito bene su cosa voglia comandare questo giovane, starà organizzando una nuova Marcia su Roma? Si ispira alle revanchas andine degli Inti Illimani ai tempi di Venceremos? È un remix concettuale di “We Shall Overcome”, cantilenata dagli afroamericani negli anni Sessanta?

No. Deve trattarsi di minime beghe all’interno di piccoli mondi periferici in cui si mescolano a caso rap, graffiti, stazioni della metropolitana, gruppetti con felpe incappucciate e tizi coi baffetti che si minacciano l’un l’altro a colpi di «andiamo a comandare». Ogni riferimento alle lotte interne al PD è puramente casuale.

A lezione da Riccardo Muti

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di Matteo Cavezzali (fonte immagine)

Arriva per ogni persona il momento della vita in cui ci si pone la fatidica domanda “cosa lascerò a chi verrà dopo di me?”. Alcuni grandi artisti, superata la soglia dei settanta, iniziano a interrogare se stessi e a guardare alle nuove generazioni con occhi diversi. Il Maestro Riccardo Muti ha deciso di trascorrere il suo settantacinquesimo compleanno insegnando ad un gruppo di giovani direttori d’orchestra quello che per lui è stato molto più che un lavoro, quello che è stato la vita stessa, ovvero la musica.

Dal 23 luglio al 5 agosto si è svolta l’Italian Opera Academy, una serie di lezioni in cui il Maestro e i suoi allievi hanno allestito Traviata di Verdi al teatro Alighieri di Ravenna.

Emersione di Nick Celentano all’Hotel Mommo di Polistena

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Polistena, 8 luglio 2016.Dopo trent’anni, ho ritrovato Nick Celentano all’Hotel Mommo di Polistena (RC). O meglio, lui ha ritrovato me.

L’avevo incontrato a sette anni, nel mio paese – mio padre era allora, e per tutti i fumosi anni Ottanta, segretario della sezione DC locale – a fine agosto c’era la Festa dell’Amicizia, contraltare democristiano della Festa dell’Unità – e in programma, quell’anno (sarà stato il 1986, o 1987), il concerto di Adriano Celentano.

Ora, voi potete pensare che la folla oceanica che si vede alle spalle del cantante nella locandina autografata e sbiadita che ho scoperto sotto il vetro del bancone nella reception dell’albergo sia un’esagerazione, un fotomontaggio: e invece no, perché io quella folla meridionale di baffi e basettoni fuori tempo massimo me la ricordo precisamente così, nella piazza principale. Approfittando biecamente della mia posizione di privilegio (il figlio del segretario della DC!) mi ero visto il concerto di Adriano vicino al palco.

L’incomprensibilità del mondo: la poesia di William Blake

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Il 12 Agosto è ricorso l’anniversario della scomparsa, nel 1827, di William Blake. Ricordiamo il poeta inglese con un pezzo di Adriano Ercolani e due illustrazioni inedite di Tuono Pettinato e Manuelle Mureddu. Tuono Pettinato ha rappresentato il poeta sconvolto dalle sue proverbiali visioni, ironizzando sul luogo comune del poeta “pazzo”. Manuelle Mureddu mostra invece l’altro aspetto interiore del poeta, l’estasi innocente del mistico, rifacendosi ai versi de Il Pifferaio.

Poeta, pittore e incisore, Blake è stato uno dei più illuminanti filosofi dell’era moderna, se conferiamo al termine il valore etimologico di “amico/amante della Sapienza”, e non quello post-illuminista di philosophe (indagatore scientifico-razionale del reale).

“Ten” dei Pearl Jam, venticinque anni fa

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Dal nostro archivio, riproponiamo uno degli articoli più letti di quest’anno: buona lettura.
La notte di sabato 9 settembre 1995, un assolo di Mike McCready, addolcito da una nenia in falsetto che fa “Too doo doo too, too doo doo…”, ha messo fine alla mia giovinezza. Alle due di notte, in un tratto del Grande Raccordo Anulare di Roma, sul blu dell’asfalto impregnato di pioggia, con le note finali di Black dei Pearl Jam, il mio amico Q. – lunghissimi capelli crespi, molti orecchini, sfrenate giacche di pelle dal taglio anni Settanta – ha perso il controllo della Fiat Uno su cui vagabondavamo di ritorno da una serata di baldorie tristi, sfracellandosi sul guardrail.

Conoscevamo allora un solo modo per passare il sabato sera: ci davamo appuntamento alla Standa di via Tiburtina, compravamo una scatola di merendine Fiesta da dieci, una bottiglia di Coca-Cola e una di whisky marca Major Martin, uno scotch insapore la cui unica virtù era il prezzo contenutissimo, poi parcheggiavamo sotto i piloni della sopraelevata, dove restavamo a sorbirci scotch e merendine ascoltando in macchina i dischi dell’ondata grunge, e aspettando che il sole al tramonto si ritraesse dietro le cime dei palazzi di Roma, prima di muoverci verso il Villaggio Globale di Testaccio.

Cinque cose da scoprire su ‘The Dark Side of the Moon’

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

Il primo marzo del 1973 esce sul mercato americano, ad opera della Capitol Records, quello che si rivelerà uno dei dischi più venduti, celebrati e discussi della storia del rock. Su The Dark Side of the Moon si è detto e scritto di tutto: l’album più famoso dei Pink Floyd, quello più furbo, quello più maturo. Un lavoro non altezza delle sperimentazioni all’epoca di Syd Barrett, un’opera magniloquente che segna una vetta irraggiungibile nel percorso della band.

Un disco di canzoni, alcune molto belle, altre forse meno ispirate, ma con un suono che è stato capace di elevarsi a marchio di fabbrica. Il disco migliore dei Pink Floyd. Di sicuro non quello migliore. Oggi vogliamo fuggire lo spettro di questa Babele della critica musicale, per raccontarvi cinque fatti, alcuni noti altri meno, alcuni pertinenti altri meno, che inquadrano il mondo che ruota attorno a questa pietra miliare della musica leggera.

Note necessarie. Una conversazione con Enrico Rava

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(fonte immagine)

Enrico Rava è uno dei più stimati, prolifici e versatili jazzisti europei.

Nella sua lunga carriera ha incontrato e collaborato con alcuni dei più grandi nomi a lui contemporanei: da Michel Petrucciani a Richard Galliano, da Pat Metheny a John Abercrombie da Gato Barbieri a Steve Lacy, da Roberto Gatto a Stefano Bollani, virando spesso sulla musica leggera d’autore (si pensi alle collaborazioni con Ivano Fossati e Paoli/Vanoni).

Ora la vita artistica di Rava è celebrata dal film di Monica Affatato, Enrico Rava. Note Necessarie, che segue l’ominimo libro autobiografico, scritto con Alberto Riva, uscito per Minimum Fax nel 2004 .

Il titolo ricorda il consiglio che l’amico João Gilberto gli ripeteva: “suona solo le note necessarie”.

Con l’occasione abbiamo avuto una lunga conversazione col musicista, in cui abbiamo ripercorso le tappe della sua straordinaria carriera, parlando anche di un evento particolare: il concerto di oggi alle 21.30 al Teatro Romano di Fiesole, in cui suonerà col talentuoso pianista Giovanni Guidi e il guru dell’elettronica Matthew Herbert.

Un incontro artistico fuori dagli schemi, che rispecchia la personalità esuberante e generosa di Rava.

Il mondo è come te lo metti in testa: le storie di Giovanni Truppi

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di Francesca Barca (foto di Salvatore Landi)

Giovanni Truppi ha 35 anni ed è al suo terzo disco (omonimo) uscito nel 2015 per Woodworm: l’album è un trittico di personaggi, storie e facce – che ritrovate sulla copertina, nata da una felice collaborazione con l’illustratrice Cristina Portolano – che hanno una vita autonoma rispetto al loro autore: un pilota zoppo, Eva che riflette sulle cacciata dal Paradiso con un Adamo piccolo e fragile, un scema incinta, Papa Francesco, un alieno, Dio e Superman. E poi c’è Giovanni, naturalmente.

Tre giorni al Primavera: quella volta che (non) ho visto Brian Wilson

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Questo pezzo è uscito su Il Cartello, che ringraziamo. 

di Corrado Fortuna

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Meno due giorni al festival.

È il terzo anno consecutivo che provo ad andare al Primavera Sound. Due anni fa avevo anche i biglietti. Ogni volta però ne accade una, e alla fine non ci sono ancora riuscito. La notte prima non chiudo occhio. E non sono gli Air, o i Radiohead, oppure i Tame Impala che mi tengono sveglio. Non è l’adrenalina, non è l’entusiasmo. Non è la paura degli aerei. Il fatto è che, anche se sembra non entrarci nulla, mio padre sabato fa settant’anni. Cosa che tanto per dire, Brian Wilson ha fatto 4 anni fa. E quante occasioni vuoi avere nella vita per vedere Brian Wilson che fa tutto Pet Sounds (che di anni ne ha 50) dal vivo? Intendo, cinicamente, quante ancora?

Sabato sera, a Barcellona, nella splendida kermesse del Primavera Sound 2016, Brian Wilson suonerà tutto l’album che ha contribuito ha cambiare il rocknroll. Ma io avrò lasciato la Spagna più o meno sette ore prima e sconvolto dopo due giorni di festival starò suonando male e cantando anche peggio Simpathy for the devil degli Stones, ai settant’anni di mio padre, 969.79 km in linea d’aria più a sud, a Favignana. Probabilmente con un groppo in gola. E no, non riesco a dormire, mentre accanto a me si sogna profondamente.­