Il mondo è come te lo metti in testa: le storie di Giovanni Truppi

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di Francesca Barca (foto di Salvatore Landi)

Giovanni Truppi ha 35 anni ed è al suo terzo disco (omonimo) uscito nel 2015 per Woodworm: l’album è un trittico di personaggi, storie e facce – che ritrovate sulla copertina, nata da una felice collaborazione con l’illustratrice Cristina Portolano – che hanno una vita autonoma rispetto al loro autore: un pilota zoppo, Eva che riflette sulle cacciata dal Paradiso con un Adamo piccolo e fragile, un scema incinta, Papa Francesco, un alieno, Dio e Superman. E poi c’è Giovanni, naturalmente.

Tre giorni al Primavera: quella volta che (non) ho visto Brian Wilson

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Questo pezzo è uscito su Il Cartello, che ringraziamo. 

di Corrado Fortuna

GIORNO 0.

Meno due giorni al festival.

È il terzo anno consecutivo che provo ad andare al Primavera Sound. Due anni fa avevo anche i biglietti. Ogni volta però ne accade una, e alla fine non ci sono ancora riuscito. La notte prima non chiudo occhio. E non sono gli Air, o i Radiohead, oppure i Tame Impala che mi tengono sveglio. Non è l’adrenalina, non è l’entusiasmo. Non è la paura degli aerei. Il fatto è che, anche se sembra non entrarci nulla, mio padre sabato fa settant’anni. Cosa che tanto per dire, Brian Wilson ha fatto 4 anni fa. E quante occasioni vuoi avere nella vita per vedere Brian Wilson che fa tutto Pet Sounds (che di anni ne ha 50) dal vivo? Intendo, cinicamente, quante ancora?

Sabato sera, a Barcellona, nella splendida kermesse del Primavera Sound 2016, Brian Wilson suonerà tutto l’album che ha contribuito ha cambiare il rocknroll. Ma io avrò lasciato la Spagna più o meno sette ore prima e sconvolto dopo due giorni di festival starò suonando male e cantando anche peggio Simpathy for the devil degli Stones, ai settant’anni di mio padre, 969.79 km in linea d’aria più a sud, a Favignana. Probabilmente con un groppo in gola. E no, non riesco a dormire, mentre accanto a me si sogna profondamente.­

True love waits – l’amore, i Radiohead, ventuno anni dopo

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Una delle più belle – e vere – canzoni d’amore che io conosca s’intitola True love waits e appartiene alla discografia dei Radiohead. È una canzone semplice – parte come una dichiarazione, e finisce come una supplica. Ma nel suo piccolo giro armonico di accordi lunghi e insistiti tocca in modo inaspettato molto di ciò […]

Genio e fragilità di Syd Barrett, il diamante pazzo

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Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo (fonte immagine).

“Il rock è morto, viva il rock”: questo, in sintesi, il mantra reiterato che accompagna molte riflessioni critiche degli ultimi anni. Da un parte chi rimane impigliato nostalgicamente agli anni “d’oro”, dall’altra chi vorrebbe fare tabula rasa del passato accogliendo con entusiasmo anche le false novità. In mezzo c’è chi continua a fare musica nel solco di quella tradizione: a ragionarci sopra, sperimentando la commistione con linguaggi musicali più freschi; nessuno però può prescindere dal fatto che il grosso della partita si gioca in un preciso periodo storico.

Dalla metà alla fine degli anni sessanta Syd Barrett codifica, nello spazio di soli tre album e una manciata di singoli, gli elementi e la struttura che tutt’ora informano il suono delle migliori band in circolazione; si pensi ai Flaming Lips, agli Animal Collective, ai Tame Impala: a quanto tali formazioni abbiano inscritti nel loro dna codici che derivano direttamente dal lavoro Barrettiano.

Lo spirito punk dei Primal Scream

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo. Per chi volesse approfittarne, i Primal Scream saranno in Italia per tre date a luglio (fonte immagine).

di Chiara Colli

Nel 2016 Londra celebra “40 anni di cultura sovversiva” con “Punk. London”, festival lungo dodici mesi in cui, a unire le forze, ci sono realtà istituzionali ma pure (ex) angry kids della controcultura, come il circuito di negozi indipendenti Rough Trade e lo storico locale 100 Club.

Sempre nel 2016, può capitare che Joe Corré – figlio di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood, nonché co-proprietario del facoltoso marchio di lingerie Agent Provocateur – faccia notizia per la decisione di bruciare cimeli punk del valore di svariati milioni di sterline come protesta per l’insostenibile carattere istituzionale della manifestazione.

A dispetto di “ricorrenze” e “prese di posizione”che trovano la propria ragion d’essere più nel gesto che nella sostanza,nel 2016 c’è anche uno come Bobby Gillespie, che quello spirito punk ‘77 ce l’ha nel DNA almeno quanto l’educazione socialista e la faccia da eterno adolescente. Questi suoi tratti distintivi fanno sì che un’intervista all’agitatore culturale dei Primal Scream, oggi, abbia senso a prescindere dall’uscita di un nuovo album, Chaosmosis, e dal fatto che si tratti del più pop tra gli undici pubblicati dal 1987 a oggi dalla band storicamente condivisa con Andrew Innes (e attualmente anche con Martin Duffy, Little Barrie Cadogan, Darrin Mooneye Simone-Marie Butler… a proposito: Mani, ci manchi).

Pablo Honey, i Radiohead prima della rivoluzione

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Da qualche giorno è uscito A moon shaped pool, l’ultimo album dei Radiohead. In questo pezzo (uscito su Pagina 99, che ringraziamo) Daniele Bova racconta gli inizi della band a partire da Pablo Honey, primo disco, uscito 23 anni fa.

Cedendo per un attimo alla suggestione di una possibile relazione mistica tra i numeri, c’è n’è uno, il sette, che misura gli anni trascorsi dal primo disco dei Radiohead, Pablo Honey , al quarto, Kid A. Lo stesso numero di anni separa il primo album ufficiale del Beatles, Please Please Me, datato marzo 1963, all’ultimo, Let it Be, maggio 1970. Questa che potrebbe apparire una consonanza priva di particolari significati, se indagata attraverso la lente della critica musicale, ci svela una similitudine forse molto rilevante tra due delle band che maggiormente hanno saputo incarnare il paradigma della musica pop-rock, in bilico tra prodotto di consumo, arte e avanguardia sperimentale.

Happy Diaz, una riflessione non convenzionale su Genova 2001

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Trentasei anni fa, il 18 maggio 1980, moriva Ian Curtis, cantante dei Joy Division. Il secondo album della band, Closer, è una delle chiavi di un libro pubblicato di recente che muove da un lutto musicale per soffermarsi su un lutto politico. Di seguito un’intervista all’autore.

Pochi libri mi hanno colpito negli ultimi anni come Happy Diaz (Arcana) di Massimo Palma, un racconto lucido e non convenzionale della pagina più tragicamente oscena nella storia italiana recente, ovvero le violenze perpetrate dalla polizia su manifestanti inermi durante il G8 di Genova 2001.

Un libro che si fonda su una catena apparentemente arbitraria di connessioni e riferimenti, ma che al termine svela una visione complessa e ragionata, senza dubbio originale, dei nodi politico-culturali collegati a quell’epocale manifestazione di violenza di Stato.

Uno dei pregi della narrazione è quello di non raccontare solo le ultime, infernali 48 ore di mattanza poliziesca, ma di recuperare nel dettaglio l’intero programma di rivendicazioni, incontri, proposte e proteste del movimento sbrigativamente etichettato “no global”, analizzato per ciascun giorno della settimana.

Il giorno in cui il Panico compì trent’anni

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Questo pezzo è uscito sul blog dell’autrice, che ringraziamo.

di Raffaella R. Ferrè

C’è una storia che non so quanto sia vera, la storia per cui “Panic” degli Smiths è stata scritta oggi, trent’anni fa. E ce n’è un’altra, verissima, per cui il mio primo bacio dovrebbe avere più o meno la stessa origine. In entrambi i casi si tratta del disastro di Černobyl’.

In questo universo parallelo Johnny Marr e Steven Patrick Morrissey fanno appena cinquant’anni in due e non 110, portano giacchette sciancrate e camicie a quadri risultando alla moda – una moda di cui ci saremmo accorti solo dopo – e non hanno mai litigato. Di base, oggi, trent’anni fa, stanno ascoltando la radio, precisamente la trasmissione radiofonica Newsbeat condotta dal dj Steve Wright.

Me li immagino con la faccia china sugli altoparlanti, magari stanno parlottandoci sopra, magari non la sentono neppure almeno fino a quando la musica si interrompe: il conduttore ha una notizia da passare velocemente e la notizia è l’incidente alla centrale nucleare di Černobyl’.

The Artist Formerly Known As Prince

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“Genio” è una di quelle parole spesso utilizzate a sproposito. Certamente si adattava benissimo a Prince Roger Nelson, noto a tutti come Prince. Secondo Jonathan Lethem, artisti come Prince “tendono a suscitare disprezzo perché pare che scarichino sul pubblico il contenuto del loro cervello con una libertà che non conosce vincoli o rifiniture”.

The Artist Formerly Known as Prince, come ha preso a chiamarsi a un certo punto della sua densa carriera, iniziata nel 1978 con il disco For You. Una discografia complessa e variegata, centinaia di canzoni, ognuno avrà la sua preferita, o molto probabilmente più di una. I più fortunati ricorderanno la magia dei suoi concerti.

Sam Phillips, l’inventore del rock’n’roll

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Questo pezzo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

di Giuliano Malatesta

L’ingresso degli studi della Sun, all’incrocio tra Marshall e Union Avenue, dove un giorno Bob Dylan si inginocchiò per baciare il pavimento in segno di rispetto, è piccolo e anonimo, evidenziato da una chitarra Gibson gialla in formato gigante che ruota instancabile sopra la porta.

La fama, invece, è infinita. Perché in questo vecchio edificio di mattoni rossi di due piani una manciata di chilometri fuori downtown Memphis, un ragazzo bianco dell’Alabama a cui sarebbe piaciuto fare l’avvocato per difendere gli oppressi del mondo diede il via, inconsapevolmente, alla più grande rivoluzione musicale della storia. Che cambiò in maniera permanente “la faccia della cultura popolare americana”, per usare le parole di Jimmy Carter.