Preferisco così. Un’intervista inedita a Gianmaria Testa

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Pubblichiamo una video intervista inedita a Gianmaria Testa, preceduta da un ricordo di Daniele di Gennaro. Le foto sono di Max Zarri.

“Questa è una grande persona”.
3 luglio 21013: è il pensiero affiorato più volte durante quell’ora passata con lui.
Per me, è un’intervista con una persona mai incontrata prima.
Negli spazi delle Officine Grandi Riparazioni di Torino, Gianmaria Testa prima del suo concerto si concede al dialogo e alle camere da presa.

Lo fa con il garbo e il contenuto pudore che pochi grandissimi hanno fra quelli che hanno incontrato il consenso del pubblico.
Fra le lame di luce che filtrano nel cuore di uno straordinario spazio di ricupero industriale, questo modo di condividere i propri pensieri e la propria conoscenza cade in una sorta di format, Le Grandi Riparazioni, dove chi fa le domande sparisce, per dare la totalità dello spazio alla forza delle affermazioni.

Altre latitudini. In ricordo di Gianmaria Testa

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Ricordiamo Gianmaria Testa, cantautore dal percorso umano e artistico “differente”, scomparso prematuramente questa mattina, con un’intervista realizzata nel 2007, uscita originariamente su Carta (fonte immagine).

Gianmaria Testa è una delle figure più interessanti della canzone d’autore contemporanea: dopo un esordio “francese”, sta finalmente avendo il successo che merita anche da noi. Di poche settimane fa è l’assegnazione della Targa Tenco come miglior disco a «Da questa parte del mare». Ora viene ristampato «Lampo», il suo terzo disco, che risale al 1999, in una bella edizione con i testi tradotti in inglese, francese, tedesco. «La traduzione dei testi è uno dei motivi della ristampa – spiega Gian Maria Testa, che abbiamo incontrato a Roma – L’altro è che questo disco in Italia è stato distribuito poco e male. Eppure c’erano molte richieste: qualcuno l’ha comprato all’estero, qualcun altro l’ha scaricato da internet. Ora Harmonia Mundi ha deciso di ripubblicare anche questo, come ha fatto con i primi due, in formato libro-disco».

Piero Ciampi: un cantautore? No, un poeta!

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Il testo che segue compare nel disco antologico Ciampi ve lo faccio vedere io, antologia dedicata al cantautore livornese con interpretazioni di Bobo Rondelli.

di John Vignola e Antonio Vivaldi

Si può dire, oggi, questo di Piero Ciampi: che è stato capace, per indole o per abitudine, magari per entrambe, di cambiare l’idea della cosiddetta canzone d’autore e di portarla da qualche altra parte.

Sarà un caso che Ciampi, proprio come capita anche a Luigi Tenco, piaccia a nomi importanti del rock italiano quali Mauro Ermanno Giovanardi, Cristina Donà, gli Afterhours.

Roberto Perciballi, come se nulla fosse

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Ieri mattina è mancato Roberto Perciballi. Fu un autentico punk: fondatore e voce dei Bloody Riot, artista realmente fuori dagli schemi. Per ricordarlo, pubblichiamo un’intervista rilasciata a Graziano Graziani nel 2006, originariamente ospitata su Carta. L’occasione era Punk-a-Roma, una retrospettiva che provava a fare i conti con lo stato (o l’eredità?) della scena punk.

Che effetto ti fa vedere a Roma i GBH (un gruppo punk inglese, tra i più importanti della scena, attivo dal 1979, ndr)?

Quando avevo 16 anni i Gbh erano tra i miei gruppi preferiti. Rivederli è un grande piacere. Certo, ormai sono dei signori quarantenni, ma ancora portano avanti un genere. Sarà interessante vedere se si sono rinnovati, ma credo che arriveranno con i giubotti di un tempo. Invece io esteriormente non mi sento più così, non vesto “punk”.

Buon compleanno Boris Vian!

Le poete et trompettiste de jazz Boris Vian (1920-1959) ici au festival du jazz le 4 mai 1949 a Paris --- french poet and trumpet jazzman Boris Vian (1920-1959) during jazz festival in Paris may 04, 1949

Il dieci marzo 1920 nasceva, a pochi chilometri da Parigi, Boris Vian. Ingegnere, compositore, musicista e scrittore, membro tra i più insigni del Collège de ‘Pataphsique, la scienza fondata da Alfred Jarry, avrebbe compiuto oggi 96 anni — se non se ne fosse andato da questa terra  non ancora quarantenne, nel 1959.

Prima aveva fatto in tempo a fare molte e bellissime cose. Per esempio a scrivere una manciata di libri, a nome suo o sotto pseudonimo. A firma Boris Vian, tra gli altri: Autunno a Pechino, Lo Strappacuore, La schiuma dei giorni (neanche un regista del talento visivo di Michel Gondry è riuscito a restituire pienamente la storia di Colin e Chloé, disperata e dolcissima). Sotto lo pseudonimo di Vernon Sullivan: Sputerò sulle vostre tombe e alcuni romanzi noir (Vian era il traduttore di Raymond Chandler).

Lucio Dalla, che s’innamorava di tutto

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Il 4 marzo 1943 nasceva Lucio Dalla. Ricordiamo il musicista e cantautore bolognese pubblicando il testo di John Vignola che chiude Trilogia (Sony), il cofanetto con i dischi Com’è profondo il mare, Lucio Dalla e Dalla, usciti tra il 1977 e il 1980.

Cosa saremmo oggi, noi, poveri divulgatori della musica popolare in Italia, senza Lucio Dalla?

Ci mancherebbe un faro costante, una voce attraente e unica, una commozione, che non diventa mai stucchevole, di fronte alle storie degli ultimi. Lucio, quando comincia a scrivere, facendo tutto da sé, i pezzi che finiranno in Come è profondo il mare, ha alle spalle un universo fatto di folk, di beat, di jazz e di soul, oltre che di canzoni in cui le parole sono importanti: una sfilata di amici, mai scelti con snobismo, ma con l’allegria disperata di chi non vuole restare solo.

Rock oltre cortina: i Plastic People of The Universe

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Pubblichiamo di seguito un estratto dal libro Rock oltre cortina, dalla scorsa settimana in libreria, ringraziando l’autore e l’editore.

di Alessandro Pomponi

Poche formazioni incarnano l’essenza della nostra storia come i Plastic People Of The Universe: tutta la ribellione di una generazione, il sogno di un’indipendenza artistica ed estetica e, insieme, la parabola della repressione da parte dell’autoritarismo. Senza storie come la loro, indubbiamente questo libro non avrebbe avuto senso.

I Plastic People — nome mutuato dal brano di Frank Zappa contenuto in Absolutley Free — si formano nell’ottobre del 1968, in un momento dunque drammatico per la storia del loro Paese; solo poche settimane prima, le truppe del Patto di Varsavia hanno invaso la Cecoslovacchia ponendo termine alla Primavera di Praga e al sogno del “socialismo dal volto umano” di Alexander Dubček. Volendo, i nomi dei componenti principali del gruppo potrebbero essere ricordati, ma in realtà i Plastic People non erano una formazione rock nel senso tradizionale del termine, essendo di fatto più vicini a quella che negli anni Sessanta in California si sarebbe chiamata una “comune”.

Autoctono italiano, il nuovo disco di Pilar tra jazz e cantautorato

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(foto di Paolo Soriani)

Pilar (Ilaria Patassini all’anagrafe) rappresenta uno dei talenti più splendidamente cristallini dell’attuale panorama musicale italiano. Non parliamo soltanto di una cantante, oggettivamente, molto brava, ma di un artista colta e completa, costantemente in ricerca.
La cantante romana, infatti, non soltanto può vantare un agile dominio tecnico della sua notevole vocalità, ma da tempo declina la sua ispirazione esplorando differenti stili, dal jazz al cantautorato puro, dalle cover dei grandi francesi ai ritmi sudamericani, disinvoltamente passando dall’italiano al francese e allo spagnolo.

David Bowie da “Station to Station” a “Blackstar”

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Oggi ricorrono i 40 anni di Station to Station, un album fondamentale nella produzione artistica di David Bowie. In questo pezzo Chiara Colli traccia un parallelo tra il disco uscito il 23 gennaio 1976 e Blackstar, l’ultimo album dell’artista inglese pubblicato l’8 gennaio scorso (fonte immagine).

di Chiara Colli

Mentre il Guardian pubblica un articolo sulle interpretazioni sempre più ossessive che girano in rete circa i contenuti di Blackstar, da qualche parte nel mondo un discografico si affretta a preparare un Greatest Hits e un nuovo capitolo della storia del rock (e del linguaggio della popular culture) è stato ormai scritto quando meno ce lo aspettavamo: non da una Lady Gaga qualunque, ma da un uomo rimasto per cinquant’anni in rapporto costante con l’arte del suo presente, e infine capace di annientare la marcia spietata del tempo proprio quando questo era inesorabilmente finito. Un’uscita di scena, l’ultima nella vita e carriera di David Bowie, che non si limita a un lascito puramente musicale con un grande album (non) da icona rock, ma che scuote nel profondo – ancora una volta – vari livelli della simbologia e della comunicazione musicale. Sintonizzandosi perfettamente col proprio tempo, fermandolo e poi dilatandolo in eterno.

L’ultimo dei marziani

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In questa triste giornata ripubblichiamo un testo scritto da Nicola Lagioia come prefazione di L’ultimo dei marziani, un libro-antologia su David Bowie curato da Leo Mansueto e pubblicato da Caratterimobili qualche tempo fa. Il libro raccoglie scritti di Pierpaolo Capovilla, Morgan, e una serie di contributi da parte di musicisti come Manuel Agnelli, Paolo Benvegnù, Garbo, Cristiano Godano, Tricarico, Massimo Zamboni, Federico Fiumani e altri ancora.

Di marziani provenienti da marte ne avevo visti già parecchi. Ma i marziani venuti dalla terra furono un’assoluta novità. Così, se il viaggio di 2001 Odissea nello spazio può finire con una camera da letto dove sperimentiamo la sensazione di trovarci faccia a faccia con noi stessi, è solo quando Ziggy Stardust si ricorda di essere stato un europeo che la parabola iniziata nel 1967 tocca, dieci anni dopo, il suo primo vero apice.