La felicità di far libri, secondo Leonardo Sciascia

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo. Fonte immagine.

Immaginate, accanto al duomo o in qualunque altro luogo nella cerchia dei bastioni, una roccia scoscesa e brulla che porta al mare; immaginatela lavica e ricoperta di piante escrescenti che offrono frutti gialli e arancioni; immaginate i fichidindia nel centro di Milano: polposi, colorati, nutriti da un sole che non picchia.

Ora pensate a Palermo nel 1969, con tutta la sua energia e tutta la sua ingovernabilità, pensate al caos, al brusio, alla mafia, ai dislivelli sociali, all’irriducibilità delle strade e dei quartieri. Pensate a un fotografo e a sua moglie, a un antropologo, a uno scrittore, a questi quattro amici che decidono di aprire una casa editrice e seguire una follia: investire in cultura. Fra loro – Enzo ed Elvira Sellerio, Antonino Buttitta, Leonardo Sciascia – è quest’ultimo a sfidare la similitudine che bisogna darsi l’ardire di capovolgere: “fare libri a Palermo è come coltivare fichidindia a Milano”.