La stanza profonda

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È appena uscito in libreria per Laterza La stanza profonda, il nuovo romanzo di Vanni Santoni. Proponiamo un estratto dal primo capitolo.

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… In quella, bussano. Due cazzotti, più che due colpi di nocche, sul portone.
Guardi il cellulare, in effetti sono già le quattro del pomeriggio. Apri.
Oi master.
Ciao Bollo, dici, poi ti blocchi. Accanto a lui, al vecchio Bollo che entra a colpo sicuro, lui stesso di nuovo e subito parte della stanza, un bambino. Tiene il cellulare a due mani, in orizzontale, di certo per un videogame. Capelli rossi, otto o nove anni. Davvero non sai nulla del Bollo da tutto questo tempo?
Ma…
Cosa c’è?
Chi è questo marmocchio?

Lo stomaco

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Questo pezzo è uscito su Abbiamo le prove. (Fonte immagine)

Sono brava a ricordare i fatti, i volti, le date, i particolari.
Non sbaglio mai.
Quando dico “brava” intendo che so com’ero vestita, cosa ho pensato, ma soprattutto come mi sono sentita, posso dare un significato tridimensionale all’espressione “ricordare esattamente”.

Un martedì pomeriggio di settembre, è il 2006, ho ventiquattro anni. Sto per entrare al Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna per la seconda volta.

Marco Peano e “L’invenzione della madre”

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Pubblichiamo un intervento inedito di Marco Peano uscito tradotto in inglese sul numero speciale del Breast Cancer Consortium Quarterly, per il quale è stato scritto appositamente. L’invenzione della madre, romanzo d’esordio di Marco Peano uscito per minimum fax, è candidato al Libro dell’Anno della trasmissione Fahrenheit (Radio 3): lo si può votare fino al 7 dicembre con una mail a fahre@rai.it. (Immagine: Matisse, particolare)

Dizionari, gatti, enciclopedie
Di solito, finché non c’è qualcuno che glielo dice in maniera esplicita, una persona ignora di essere un caregiver. O perlomeno, mio padre e io lo ignoravamo. Anche perché – prima che il cancro facesse irruzione nella nostra quotidianità tramite il corpo di mia madre – non avevamo idea di cosa significasse quella parola.

Eppure di termini nuovi era fatta la realtà che ci circondava, e sempre più lo sarebbe stata: io però li andavo scoprendo soltanto nel momento in cui entravano in relazione con la malattia di mia madre.

In senso narrativo

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Scrivere nonfiction: un intervento di Violetta Bellocchio, curatrice dell’antologia Quello che hai amato. Undici donne. Undici storie vere, in libreria per Utet. Nella foto: Faye Dunaway in Bonnie and Clyde, Arthur Penn, 1967.

di Violetta Bellocchio

Sto passando la giornata con Raffaella Ferré. Abbiamo fatto un libro insieme, ci stiamo conoscendo ora. Abbiamo lavorato a distanza – lei scriveva a Napoli, io leggevo altrove – e a metà settembre siamo ospiti del Festival delle Letterature Mediterranee, a Lucera. È una giornata eccitante. Sentiamo, tutte e due, di non voler perdere tempo. Siamo grate al festival per l’attenzione data al nostro libro, e perché ci rende possibile incontrarci di persona dopo aver lavorato insieme.

Vacanze e altri deliri

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Questo pezzo è uscito su Il Foglio. (Fonte immagine)

E adesso vorresti tantissimo rimanere a Roma. Adesso che hai prenotato, pianificato, litigato, disdetto, cambiato destinazione, perso e ritrovato i passaporti, preparato la valigia perfetta, che sta nella cabina dell’aereo, adesso che purtroppo non è più inverno e l’isola è vicina, troppo vicina, adesso lo sai, che le vacanze sono una trappola e non sei abbastanza forte per partire leggera come quel trolley (detesti anche la parola trolley, e il rumore che fanno le ruote, e non è un bel modo per cominciare una vacanza: Robinson Crusoe era così convinto di ciò che voleva, così deciso, lui che appena naufragato si costruì un fortino, poi una croce, una zattera, un’identità, e tu che perdi la testa anche al controllo bagagli, ma quando ti è caduto il telefono nel water dell’aeroporto, all’andata, hai compiuto il primo – l’unico – atto eroico di tutta la vita).

Una strada per il romanzo: Jeff VanderMeer e Tom McCarthy

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Negli anni 70 il disegnatore e grafico Gunter Rambow produsse per la casa editrice S. Fischer Verlag undici poster che comunicavano il concetto di meta-letterarietà. Le immagini rappresentavano mani che fuoriuscivano dalla copertina per reggere il libro, libri come porte o come finestre, libri che contenevano tutte le facce di una immensa folla. Il lavoro di Rambow esprimeva un’idea piuttosto diffusa all’epoca, veicolata da diverse discipline (post-strutturalismo, semiotica, studi culturali, reader-response criticism), secondo la quale il testo non poteva essere confinato nella dimensione del libro. Roland Barthes parlava della «impossibilità di vivere al di fuori del testo infinito – sia questo testo Proust, o il giornale quotidiano, o lo schermo televisivo: il libro fa il senso, il senso fa la vita» (Il piacere del testo, prima ed. it. Einaudi 1975). Tutto questo costituiva una parte importante di quello che già allora qualcuno definiva postmoderno.

Louisiana e noi

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Il dolore è dappertutto, la rabbia è dappertutto. Ma «oggi è stata una bella giornata», dice a un certo punto la nonna di Mark, dopo aver fatto una passeggiata in un giardino in pieno autunno, e il nipote annuisce – più tardi prendono insieme una pillola di Xanax. Mark è uno dei personaggi che Roberto Minervini (marchigiano, ma vive negli Usa da tempo) ha ripreso in Louisiana – The other side, il film-documentario presentato a Cannes pochi giorni fa nella sezione Un certain regard. Oltre a Mark conosciamo Lisa, la sua fidanzata, e la sorella e la nipote di Mark, e una brigata di uomini e donne che nel sud degli Stati Uniti cercano di sfangarla ogni giorno con lavori occasionali. Come Jim, un vecchio senza denti, amante della bottiglia, che si commuove ogni volta leggendo una poesia donatagli da una “giovane ragazza”, stampata su un foglio attaccato al frigorifero.

Dentini

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Questo pezzo è apparso su Abbiamo le prove. (Fonte immagine)

di Flavia Gasperetti

“Il tuo grande avvenire”. Ascoltalo ripetere questa frase sorridendo, osserva il modo in cui stira piccole labbra molli su una chiostra di dentini ordinati che sembrano da latte. Il grande avvenire che avrai, si suppone grazie al suo aiuto.

Che gliene viene a lui, di esercitare questo ruolo di mentore, lui che ha fatto questo e quello, un lungo, dettagliato e inverificabile curriculum che ama recitarti da capo in ogni occasione. Lui che era allievo di Tizio, assistente di Tizio, che conosce Caio anzi è stato addirittura il curatore della prima mostra di Caio, anche se nessuno lo sa, e come lo stimano Tizio e Caio! Ma in particolare Sempronia. Sempronia non muove un passo senza di lui, non riusciva nemmeno a chiudere la sua prima personale, poverina, senza il suo, di lui, rigoroso apporto. “Certo che ti aiuto Sempronia, le ho detto, ma in modo informale, si intende, resti tra noi”. E poi, tutte queste Sempronie, le sue discepole segrete, non ti vanno a esporre alla Biennale? “Siamo ancora grandi amici, io e Sempronia, ho sempre avuto una maggiore e istintiva attitudine per l’amicizia con le donne”.

Cristo delle peggio borgate, delle vite sprecate

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di Andrea Pomella

Sono nato quarantuno anni fa in una borgata a nord di Roma. La borgata si chiama Settebagni, sorge in una zona che dista un chilometro dal Grande Raccordo Anulare, tra un’ansa del Tevere e un tratto della A1, ed è trafitta dalla ferrovia Roma-Firenze. Il nome deriva dal latino Septem Balnea, che compare per la prima volta in un atto risalente alla fine del XIII secolo. Terra abitata fino agli anni Trenta da agricoltori e pastori, sostituiti progressivamente da un ceto di piccoli commercianti, operai, artigiani e sottoccupati.

Italo Insolera, in Roma Moderna (Einaudi), a proposito della parola borgata ha scritto:

“C’è qualcosa di dispregiativo in questo termine che deriva da borgo: un pezzo di città cioè che non ha la completezza e l’organizzazione per chiamarsi ‘quartiere’ […], un pezzo di città in mezzo alla campagna che non è realmente né l’una né l’altra cosa”.

Fuori dal film

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Abbiamo le prove è una rivista online di non fiction nata un anno fa da un’idea di Violetta Bellocchio. Pubblichiamo l’intervento di Marianna Crasto ringraziando l’autrice e la rivista.

di Marianna Crasto

Attorno al tavolo della cucina c’è stata una di quelle sedute psicanalitiche in cui io e mia madre ci scambiamo il ruolo di paziente e medico ogni sette minuti. Capita di continuo e ovunque: sul bordo del letto, in bagno, davanti al bidone della spazzatura, a volte non saprei dire dove abbiamo cominciato e dove siamo andate a finire perché può succedere che gironzoliamo per casa mentre parliamo, e lei addirittura stenda i panni e io a passarle le mollette di fianco.