Discorsi sul metodo – 28: Valerio Magrelli

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Valerio Magrelli è nato a Roma nel 1957. Il suo ultimo romanzo è Geologia di un padre (Einaudi 2013)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

“Scrittura”, oggi, è per me ciò che riesco a ricavare tra un formulario e un modulo della mia guerra contro la burocrazia. Sono infatti vittima di due burocrazie: quella del corpo e quella amministrativa. Mi spiego: ho subito dieci operazioni con anestesia totale e venti operazioni normali, in media ogni sei mesi sono ricoverato, e quando non lo sono devo fare fisioterapia. Tutto ciò che mi resta, è solo ciò che strappo: ormai direi una mezz’ora al giorno. Non c’è più libertà nella mia vita e mi regolo di conseguenza.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Essendo letteralmente un carcerato senza neanche la certezza dell’ora d’aria, mi sono adattato a prendere appunti sul telefonino, e conquistare così minuti di scrittura nelle sale d’attesa, nelle stazioni, alle fermate degli autobus, senza più alcuna possibilità di fissare un luogo o un orario.

Mangio alberi e altre poesie

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di Laura Cingolani Mangio autobus molecole spaiate guardo la terra le nuvole malate sembra domani sembrava almeno ieri ciò che davanti a me tu eri Mangio alberi molecole scomparse pesto lamiera di ombre mute et arse quando la gente riempie ogni mio buco sciacquo la spugna riverso più muco Mangio angoli molecole sperdute passo per […]

Il mio cane si chiama Schiller

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La miseria nera dell’ultimo Verlaine

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Photo by Jonathan Pielmayer on Unsplash

Come molti grandi autori, Paul Verlaine è rimasto prigioniero, nella percezione pubblica, dei cliché da lui stesso creati.

Difficile leggere i suoi versi in maniera criticamente neutra, affrancati dai vincoli del mito de I poeti maledetti; com’è ben noto, una formula inventata proprio dal poeta francese nel suo omonimo saggio antologico del 1884, in cui includeva le migliori opere di Corbière, Rimbaud, Mallarmé e, in una successiva versione, anche di Desbordes-Valmore, Villiers de l’Isle-Adam e di sé stesso, sotto lo pseudonimo, anagramma del suo nome, di Pauvre Lelian.

Le formiche

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di Marco Mantello Si formano dal nulla le formiche te le trovi dentro il pane sbriciolarsi in file storte sono lunghe settimane. La zanzara tigre è destinata a governare il pianeta nasce sotto alle piante e se la schiacci lei ricresce perché di radici ne ha tante. I vermetti del parquet, poveracci affogano nel sapone […]

Alla fine ci sono tornato

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di Marco Mantello   C`era scritto all`ingresso -Attendere prego- ma io sono entrato lo stesso C`erano vecchie dappertutto sulle panche, in mezzo al prato ogni posto era occupato erano vecchie dopo tutto Così alla fine mi sono detto sì, insomma, ho camminato E mentre pensavo che certo in Germania è diversa la vita una vecchia […]

made in italy

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di Marco Mantello Il bollino di certificazione autentica dei nostri valori e delle nostre leggi pare per un errore di stampa lo produrranno di forma identica a un chianti doc. Sarà simile quanto a spessore alle vetrine di Ferragamo e ai taleggi a chilometro zero alle ultime rilevazioni sulla presenza di pesci esotici nel mediterraneo […]

Il ponte di ferragosto

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di Marco Mantello Mi sentivo come un funerale di stato era per questo che mi rifiutavo evitando cordoni e applausi le voci calme dei presidenti buoni e il vescovo che benediva il cavo. Era dai tempi di Nassiriya e del conflitto yugoslavo che non mi sentivo così alienato dalla visione di salme e selfie dalla […]

Squarci ed echi da Questa notte, Canzoniere di Velio Abati

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di Rossella Farnese

Un canzoniere dalla struttura unitaria debole, o meglio, intermittente, quello di Velio Abati: quarantasette componimenti, organizzati in sei sezioni, che si collocano programmaticamente sulla linea Petrarca-Saba scardinandola su altri fili della letteratura italiana, da Gozzano a Caproni, da Montale a Zanzotto. Come non pensare, leggendo la prima poesia, intitolata Campagna elettorale, a Le due strade della gozzaniana Via del rifugio (1907): «presse grano, verde e giallo/ giallo e verde» rimanda alle «bande verdi gialle d’innumeri ginestre».

La mia lunghissima storia d’amore con i lirici greci di Quasimodo

(PREMIUM RATES APPLY) The Italian poet Salvatore Quasimodo, elegantly dressed with jacket and tie, with a melancholic expression, is leaning against the trunk of a big tree in Parco Sempione. Milan (Italy), 1962. (Photo by Mario De Biasi/Mondadori Portfolio via Getty Images)

Quando li leggevo a quindici anni, i lirici greci di Quasimodo mi sembravano luminosissimi nella loro imperfezione. Quei frammenti diversi accostati l’uno all’altro come se fossero un unico componimento, quella metrica audace che inseguiva e al tempo stesso tradiva il metro originale, quelle figure di parola imitate forse non proprio con esattezza ma in modo comunque efficace, mi sembravano – nella loro approssimazione – l’omaggio più alto che un poeta potesse tributare a quelle poesie antiche, il modo più sublime di proporre quelle liriche inarrivabili a un ragazzo come me, inesperto nel greco antico, desideroso di scrivere versi e non ancora capace di farlo.