Avvicinare Emily Dickinson #1

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Rileggendo questa poesia, mi figuro Emily Dickinson nel 1864. La ritrovo vestita di bianco, come in tutti i libri in cui il suo nome è sussurrato come un mistero. Ha più o meno trentaquattro anni. I capelli raccolti. Le labbra carnose. Una fossetta sul mento. Un problema agli occhi. Molto probabilmente soffre di qualche forma di epilessia. Nottetempo scrive poesie su dei foglietti che poi ricuce in fascicoli con ago e filo. Da qualche anno ha preso la decisione irrevocabile di non uscire più di casa. «Tentare di parlare di ciò che è stato, sarebbe impossibile. L’abisso non ha biografi», scrive in una lettera del 1884. Tanto più la vedo stendere i piedini sulle assi del pavimento, e camminare lentamente, cautamente, di notte, mentre tutti dormono.

“Atene (venìndo zo dal Licabéto)”, mistero e fascino nella poesia di Andrea Longega

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Questo articolo è uscito originariamente sulla rivista Letteratura e dialetti, che ringraziamo.

“[…] Atene che da in alto ti vedevi / bianca e sterminada / desso da novo se te mostra / grigia, e sui muri tuta scrita […]”

Si dice, sovente, quando si parla di un particolare dialetto che si tratti di una lingua; lo si dice pensando alle sue peculiarità, alla particolare efficacia, alla ricchezza del vocabolario, alla rarità della sintesi. alla capacità musicale che ogni singola parola ha e ai molti significati attribuibili allo stesso termine, che lo si accenti diversamente o che lo si ponga in un punto diverso della frase o che gli si cambi il soggetto o l’aggettivo.

Potremmo dire, perciò, che si definisce lingua un dialetto perché gli si sta facendo un complimento. A me piace definire lingua quel particolare dialetto che sia in grado di raccontare storie anche molto distanti da quelle avvenute sul pezzo di terra dove quel parlato risiede.

La promessa focaia: conversazione con Giorgiomaria Cornelio

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La Promessa Focaia di Giorgiomaria Cornelio ha vinto il Premio Speciale di Bologna in lettere.

Il giusto riconoscimento a un esordio poetico degno di profonda attenzione. Ciò che colpisce nella poesia di Cornelio non sono solo il pregio stilistico o la già matura consapevolezza autoriale, più in profondità si intuisce una radicale aderenza esistenziale alla propria vocazione.

Cornelio è di per sé una creatura poetica: la sua eleganza androgina, la sua sprezzatura giocosa, il suo garbo d’altri tempi, il suo eloquio spontaneamente elevato, scevro da ricercatezze artificiose, la sua tensione mistica lo rendono un autore meravigliosamente inattuale, una voce giovanissima eppure antica, un pensatore con “i piedi fermamente poggiati sulle nuvole”, come scrisse Flaiano di Carmelo Bene.

Eugenio Montale, il nostro tempo e l’importanza della parola

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di Eugenio Giannetta

Forse avremmo dovuto immaginare che con un titolo come Nel nostro tempo, il libricino in prosa di Eugenio Montale, uscito nel 1972 per Rizzoli, avrebbe resistito tutti questi anni restando attuale, anzi, semmai già proiettato in un tempo futuro e futuribile. Il libro altro non è che un collage di pensieri, stralci di interviste e interventi di Montale, scrupolosamente raccolti dal filosofo e storico della filosofia Riccardo Campa, con accademica dovizia, ma soprattutto con l’intento di offrire ai posteri la summa di un pensiero illuminante, in un insieme di pezzi capaci di prendere una forma in grado di resistere, appunto, al suo tempo e al nostro, in ogni presente.

Sull’editoria di poesia contemporanea #11: Fabrizio Dall’Aglio

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Photo by Valentin Salja on Unsplash

Di seguito l’undicesima intervista (a Fabrizio Dall’Aglio, curatore delle collane di poesia di Passigli) realizzata da Francesca Sante per la sua inchiesta sulla poesia italiana contemporanea. Qui tutte le puntate precedenti.

Come nasce la collana di poesia di Passigli? e che ruolo ha la poesia all’interno della casa editrice?

La casa editrice non è nata pubblicando poesia. La casa editrice è nata nel 1981 e quindi fino al 1989 non ha pubblicato libri di poesia. Nell’’89 dopo un incontro tra Mario Luzi e Stefano Passigli, uniti da una lunga stima reciproca, si è pensato di iniziare questa collana di poesia.

Miss Rosselli – conversazione con Renzo Paris

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L’assillo è Rima è l’anagramma del nome della poetessa Amelia Rosselli, come nel titolo del documentario di Stella Savino a lei dedicato nel 2006, a 10 anni dalla scomparsa. Una significativa sintesi della sua ossessione poetica, sospesa a metà tra la possessione orfica e il delirio paranoide.

Il corpus poetico di Amelia Rosselli rappresenta un unicum nella letteratura mondiale, specchio della sua vicenda esistenziale tragicamente straordinaria: figlia del grande pensatore politico Carlo Rosselli (il cui testo sul Socialismo liberale è quanto mai di attualità in questa fase storica), ucciso nel 1937 a Parigi dalle milizie fasciste dei cagoulards, su esplicito ordine di Mussolini e Ciano, la poetessa passerà la prima giovinezza da esule, tra Francia, Svizzera, Stati Uniti, Inghilterra e Italia.

Desidero di inventare i luoghi dove vivo

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Forma che così pura t’arrotondi,
là dalla pura falce delle reni,
e nella man che ti ricerca abbondi
avanzando in tua copia tutti i seni,
la parabola io solva della Cruna
e del Cammello, o specie della Luna!

Questi versi, che nel 1927 Gabriele d’Annunzio dedicò al fondoschiena di Elena Sangro, non sono solamente l’indizio di un amore appassionato, audace ed eminentemente carnale, ma anche la testimonianza di un animo perennemente stregato dalla forma, dall’aspetto puramente materiale della realtà, dalla commovente esattezza dei contorni che impongono la bellezza sulla grigia indistinzione. È ciò che la critica tradizionale definisce – in maniera un po’ semplicistica – «estetismo dannunziano», ovvero l’esaltazione della forma come valore assoluto, criterio fondamentale di valutazione dell’esperienza, riferimento non soltanto artistico, ma anche etico ed esistenziale.

Su “Più misteriosa della morte è la domenica” di Fernanda Woodman

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di Davide Castiglione

La domenica sembra avere maggiore potenziale archetipico rispetto agli altri giorni settimanali; è un tempo immobile per antonomasia, esistenziale quanto il mezzogiorno nell’arco delle ventiquattro ore e quanto l’estate nell’arco annuale. Il sabato leopardiano perderebbe spessore e dignità di elaborazione poetica, qualora venisse a mancare l’ombra accennata ma decisiva della domenica che incombe (“diman tristezza e noia”). Anche i cinque giorni dell’antico calendario atzeco detti “nemontemi” e attorno ai quali si struttura l’omonimo libro di Giuseppe Nava (qui una mia recensione) sono una specie di estesa domenica anti-litteram.

Sebbene l’essenza della domenica – indugio, inattività, dispersione – appaia univoca o quantomeno non centrifuga, sensibilità e contesti diversi possono rifletterla in forme quasi irriconoscibili fra loro.

Sull’editoria di poesia contemporanea – #10: Paolo Agrati

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Una nuova puntata della serie curata da Francesca Sante: qui le interviste precedenti. (fonte immagine)

Paolo Agrati è un poliartista, nonché uno dei principali slammer italiani. Da sempre propone la sua poesia dal vivo, in ambito nazionale e internazionale, in teatri, manifestazioni musicali e festival. Nel 2018 fonda SLAM Factory, agenzia-coworking dedicata all’editoria e allo spettacolo che si propone sviluppare e diffondere la poesia e le discipline letterarie legate all’oralità. Nel 2019 organizza e conduce “Poetry Slam!” il primo programma televisivo dedicato al Poetry Slam. È narratore e cantante nella Spleen Orchestra, band di culto nel suo genere, che ripropone le musiche e le atmosfere dei film di Tim Burton. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia: Poesie Brutte (Edicola Ediciones 2019), Partiture per un addio (Edicola Ediciones 2017), Amore & Psycho (Miraggi Edizioni 2014), Nessuno ripara la rotta (La Vita Felice 2012), Quando l’estate crepa (Lietocolle 2010) e il libriccino Piccola odissea (Pulcinoelefante 2012).

Un viaggio nella nuova poesia americana

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Nella bella e attenta introduzione a Nuova poesia americana Vol. 1 (Ed. Black Coffe 2019, a cura di Freeman e Abeni), tra le altre cose, John Freeman scrive che gli americani, i lettori di poesia e non solo quelli, non hanno più bisogno che gli venga spiegata cosa sia l’America, cosa accada sul piano dei diritti civili, nel mondo del lavoro e così via. Gli americani a questo punto la loro storia la conoscono, sanno ciò che avviene e se non lo sanno lo ignorano apposta.

Hanno letto i poeti del Novecento, dai più piccoli ai maggiori come Ashbery o Rich, ora hanno bisogno di sentirsi dire – e torno a Freeman – «con quanto impeto si può arrivare a desiderare un bacio», con quanta intensità si può arrivare a guadagnarlo, con quanta immaginazione si può arrivare a metterselo alle spalle, aggiungo. Il piano, perciò, si inclina e si sposta dallo storico all’intimo, dalla folla in piazza al corpo, al mistico, alla camera da letto, alla mancanza, all’amicizia, alla perdita, da un salotto a un funerale, agli abbracci e alla preghiere.