Squarci ed echi da Questa notte, Canzoniere di Velio Abati

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di Rossella Farnese

Un canzoniere dalla struttura unitaria debole, o meglio, intermittente, quello di Velio Abati: quarantasette componimenti, organizzati in sei sezioni, che si collocano programmaticamente sulla linea Petrarca-Saba scardinandola su altri fili della letteratura italiana, da Gozzano a Caproni, da Montale a Zanzotto. Come non pensare, leggendo la prima poesia, intitolata Campagna elettorale, a Le due strade della gozzaniana Via del rifugio (1907): «presse grano, verde e giallo/ giallo e verde» rimanda alle «bande verdi gialle d’innumeri ginestre».

La mia lunghissima storia d’amore con i lirici greci di Quasimodo

(PREMIUM RATES APPLY) The Italian poet Salvatore Quasimodo, elegantly dressed with jacket and tie, with a melancholic expression, is leaning against the trunk of a big tree in Parco Sempione. Milan (Italy), 1962. (Photo by Mario De Biasi/Mondadori Portfolio via Getty Images)

Quando li leggevo a quindici anni, i lirici greci di Quasimodo mi sembravano luminosissimi nella loro imperfezione. Quei frammenti diversi accostati l’uno all’altro come se fossero un unico componimento, quella metrica audace che inseguiva e al tempo stesso tradiva il metro originale, quelle figure di parola imitate forse non proprio con esattezza ma in modo comunque efficace, mi sembravano – nella loro approssimazione – l’omaggio più alto che un poeta potesse tributare a quelle poesie antiche, il modo più sublime di proporre quelle liriche inarrivabili a un ragazzo come me, inesperto nel greco antico, desideroso di scrivere versi e non ancora capace di farlo.

Sulità, la materia oscura nella poesia di Nino De Vita

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Come nell’epica antica, la poesia di Nino De Vita racconta principalmente delle storie. Non si tratta però di imprese leggendarie compiute dagli eroi o dalle divinità, ma delle vicende minuscole della gente comune, episodi tratti dalla quotidianità dei poveri e dei dimenticati: un’epopea degli ultimi che descrive la normalità degli individui, la loro debolezza, il loro disagio nell’affrontare le difficoltà di tutti i giorni. De Vita si accosta a questa materia per approssimazioni successive, tramite una poesia centripeta e avvolgente,che gira intorno alle cose e le evoca senza rivelarle, le suggerisce senza mostrarle per intero.

La mitologia dell’assenza: Ted Hughes e le Birthday Letters

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Martedì prossimo uscirà il nuovo numero di Nuovi Argomenti. Di seguito pubblichiamo in anteprima un estratto dal saggio “La mitologia dell’assenza: Ted Hughes e le Birthday Letters”, scritto da Vito di Battista: ringraziamo autore e rivista.

di Vito di Battista

Gennaio 1998. Pochi mesi prima di morire, Ted Hughes consegna al mondo un’opera della quale nessuno aveva predetto l’esistenza: una raccolta di 88 componimenti il cui unico tema altri non è che Sylvia Plath.

Forbici (Dopo il Crash)

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Questa poesia segue il filo narrativo della precedente, “Un uomo guarda il suo computer”. Il titolo è tratto da una canzone di Rowland Howard, Shivers.

Un uomo guarda il suo computer

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di Marco Mantello Un uomo guarda il suo computer non curandosi della finestra né dell`aria che tira là fuori Secche le labbra, ferma la testa lì di fronte allo schermo spianato Un uomo guarda il suo computer è concentrato La sua stanza comincia dal cuore costruito per la festa del papà tutto rosso vermiglio arancione […]

Il paradigma dell’assenza in “Fioriture capovolte” di Giovanna Rosadini

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Cosa accade quando le parole perdono di punto in bianco il loro significato e divengono dei simulacri che non rimandano più a nulla? Quando gli oggetti non trattengono più il senso quotidiano dell’esistere e si trasformano in vani simboli di qualcosa che non è più comprensibile? Quando l’accadere cessa di lasciare una traccia riconoscibile nella storia e si trasforma in una mera e inutile successione di eventi? Sono queste alcune delle domande che capita di rivolgersi leggendo Fioriture capovolte, l’ultima raccolta di poesie di Giovanna Rosadini da poco uscita nella «Bianca» einaudiana.

Transpoesia: la tredicesima edizione del festival Punta della Lingua

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di Valerio Argo

Il viaggio è uno dei temi preferiti dalla poesia, specie quella epica, dall’Odissea all’Eneide, dalla Commedia fino alla Ballata del vecchio marinaio e al ponte della ferrovia dove c’è la casa della Ragazza Carla. E al viaggio chiama la tredicesima edizione del poesia festival La Punta della Lingua.

Il programma è un’applicazione di una precisa politica culturale, attuata dall’organizzazione Nie Wiem, che, invece di sbandierare forti poetiche per deboli pratiche, preferisce la teoria della prassi. Il festival non è quindi solo un inno al transito, ma la pratica che lo rende possibile, a partire dall’uso delle risorse pubbliche per eventi senza scopo di lucro, nella maggior parte dei casi gratuiti.

Disperazione e speranza nella poesia di Agota Kristof

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La vita di Agota Kristof è segnata come quella di molti altri intellettuali, scrittori, poeti dell’Europa orientale ed esuli, sin dalla giovinezza dalla necessità della partenza e della fuga. Nata in Ungheria nel 1935, nel 1956, in seguito e a causa all’intervento dell’Armata Rossa in Ungheria, fuggirà con la famiglia in Svizzera, nella città di Neuchatel, dove vivrà fino alla fine dei suoi giorni.

In un bellissimo volume edito dalla casa editrice svizzero-italiana Casagrande, dal titolo Analfabeta, Kristof ripercorre alcuni dei momenti più importanti della sua vita, dalla felice spensieratezza dell’infanzia agli anni di solitudine durante gli studi: uno dei momenti più interessanti di questa narrazione autobiografica è la parte che si concentra sulle lingue («All’inizio, non c’era che una sola lingua.

I cani romantici sulla strada di Roberto Bolaño

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In Chiamate telefoniche (Adelphi, traduzione di Barbara Bertoni), Roberto Bolaño apre il racconto dedicato a Enrique Vila-Matas così: «Un poeta può sopportare di tutto. Il che equivale a dire che un uomo può sopportare di tutto. Ma non è vero: sono poche le cose che un uomo può sopportare. Sopportare veramente. Un poeta, invece, può sopportare di tutto. Siamo cresciuti con questa convinzione. Il primo enunciato è vero, ma conduce alla rovina, alla follia, alla morte.»; è una delle frasi di Bolaño a cui sono più affezionato, l’ho imparata a memoria, naturalmente, ma non è questo il motivo per cui ci sono affezionato, il motivo è un altro ed è più importante.