Primo maggio

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Ci siamo molto amati, è vero.
C’è stato un tempo, ricordi,
in cui mandavamo i nostri scatti
al sito di Repubblica, con i post-it
sulla bocca: le tue labbra nascoste
contro la legge-bavaglio sapevano di grano,
grano saraceno e farro,
quanto farro abbiamo consumato insieme,
e adesso ciò che resta sono soltanto
queste analisi del sangue con i valori
nella norma: la glicemia piuttosto bassa,
niente bilirubina nelle urine.

Bartolo Cattafi a trentacinque anni dalla sua morte

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Questo pezzo è uscito sul numero di marzo della rivista Poesia.

di Diego Bertelli

Trentacinque anni rappresentano un arco di tempo sufficientemente adeguato per fare (o rifare) un bilancio, specie nel caso di un poeta come Bartolo Cattafi. Al di là di un consenso quasi dovuto e con l’eccezione di alcuni casi rari, il riconoscimento nei suoi confronti è stato sempre sommesso, se non sospettoso, anche in tempi recenti. Andrea Inglese, in un suo intervento apparso nel 2008 su «Nazione Indiana», ha descritto in modo eloquente questo atteggiamento riferendosi nello specifico agli anni Novanta, quando la diffidenza nei confronti del poeta raggiunge uno dei suoi momenti più espliciti: «Cattafi era conosciuto da tutti, ma nessuno ne parlava. Se proprio se ne doveva parlare, se ne parlava bene, ma per subito passare ad altro». Pensando alla stolida maniera in cui il poeta è stato «ideologicamente» ridotto ai minimi termini viene in mente la parte conclusiva di una battuta salace di Leo Longanesi: «uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, ma diecimila stupidi sono una forza storica».

Per Lawrence Ferlinghetti

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Oggi Lawrence Ferlinghetti compie novantacinque anni. Lo festeggiamo con una poesia tratta da A Coney Island of the Mind. Traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan. (Foto: Darryl Bush, The Chronicle)

15.

Sempre rischiando assurdità

e morte

ogniqualvolta si esibisce

in alto sulle teste

della sua platea

La poesia di Chandra Livia Candiani

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Domani esce un bel libro. Non so se dire che è importante. Cioè, non so se posso permettermi di dire o di alludere al fatto che si tratta di un libro importante in senso assoluto, ovvero in senso letterario. Ma in qualche modo lo sto già facendo, o perlomeno mi sto ingarbugliando, e allora mi limito a dire che è un libro importante per me e per il raccolto séguito dell’autrice, un gruppo di lettori fedeli e accaniti, una sorta di culto; e che è importante perché dopo un percorso tra pochi riconoscimenti di peso (due su tutti: quello di Antonio Porta negli anni Settanta e quello del Premio Montale per l’inedito nel 2001) e tanti anni nell’ombra di un cassetto, tra piccoli e piccolissimi editori, questo libro esce per Einaudi. Si intitola «La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore». È un libro di poesie. Lo ha scritto Chandra Livia Candiani.

Da Kavafis a Seferis: Filippo Maria Pontani, artigiano della parola

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: la poesia Quanto più puoi di Kavafis)

Ci sono storie che sembrano acquistare un senso in luoghi lontani da quelli in cui una semplice evocazione biografica li collocherebbe. La storia di Filippo Maria Pontani, filologo, traduttore, poeta, maestro tra i principali del nostro Novecento, sembra prendere luce in un triangolo umano che si sviluppa sulle rive meridionali del Mediterraneo, in una città oggi sepolta da colate di cemento e dimenticanza. È una storia alessandrina. Si snoda attraverso biblioteche, scuole, teatri, bar, numeri, poesia, amore e Grecia. Una Grecia eterna, metastorica, radicata nel mito e sparsa attraverso ogni angolo del mondo fino alla contemporaneità più lontana dalle origini e che pure ritrova unità ogni volta che una specie di destino finisce per mettere assieme uomini carichi di passato e di futuro.

Su “Una formazione musicale” di Raimondo Iemma

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Raimondo Iemma, nato nel 1982, torinese, ha scritto un piccolo e curioso libro di poesie – il secondo suo, se si esclude la plaquette del 2005 Ultime questioni aperte (Edizioni della Meridiana). Si intitola Una formazione musicale e lo ha pubblicato il circolo culturale “Le voci della luna” dopo aver assegnato all’autore il XIX premio internazionale di poesia “Renato Giorgi”.

Tra un’ampollosa prefazione di Ivan Fedeli e un’importante quanto breve presentazione, in quarta di copertina, di Elio Pecora, Iemma registra lo stato della sua ricerca a sei anni dalla prima raccolta organica, che fu luglio nella collana “Festival” di Lampi di Stampa.

Come quel libro, anche questo esordisce coi piedi ben piantati in terra. Camminando. La seconda poesia di luglio è intitolata «Un giro che mi piace fare» e si muove tra i quartieri San Paolo e Cenisia di Torino.

La Grecia nelle ballate di Katzantzakis

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica.

“Teach me to dance”. Negli ultimi mesi, alcuni osservatori della crisi che ha colpito la Grecia hanno citato questa frase per spingere la cosiddetta troika (FMI, BCE, UE) a una conoscenza più approfondita del popolo greco. Siamo alle battute finali del film diretto da Michalis Cacoyannis che nel 1965 conquistò tre Oscar: Zorba il greco. L’impresa che il protagonista, uomo dalla vitalità irrefrenabile, ha tentato di realizzare per il suo padrone e amico inglese, si è appena conclusa in una vera e propria catastrofe, e tuttavia Alan Bates, l’inglese, non tradisce la delusione, si passa una mano sul vestito bianco e domanda a Zorba, uno strepitoso Anthony Quinn, di insegnargli a ballare. Risuonano le note del famoso sirtaki composto da Mikis Theodorakis. La catastrofe della produttività viene seppellita in un attimo dallo spirito trasfigurante e quasi nietzscheano in cui s’incarna Zorba, l’uomo della danza, l’uomo greco per eccellenza. Probabilmente, agli esponenti della troika, potrebbe bastare anche la proiezione di quei tre minuti di film. Ma gli editori italiani hanno intuito che le semplificazioni non bastano e dunque è piuttosto l’intera opera di Nikos Katzantzakis a meritare un posto sugli scaffali delle nostre librerie. Così di questo eccezionale autore, forse il più rappresentativo fra i narratori greci del Novecento, sono ricomparsi i tre libri più importanti.

Il Paese Reale

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di Christian Raimo e Jumpinshark

E se insistessi su tuo figlio a scuola?
Ma assomigliate piu voi a quel regime (tra l’altro,
ex fascista, ora vota m5s), voi che utilizzate tecniche
da istituto luce,
noto alla cronaca per aver bruciato i libri di Corrado Augias,
non rappresenta il MoVimento 5 Stelle e utilizza
senza alcuna autorizzazione il simbolo del M5S,
sei passata dal papà fascista (tra l’altro,
ex fascista, ora vota m5s) ad Augias
che ci dipinge come neofascisti,
7,5 miliardi che pagheremo noi tutti,
tu e la tua famiglia comprese.

Musica, poesia e DNA – il caso Christian Bok

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Il primo suono del Ventunesimo secolo è stata la voce del Dna. Nel 2001, una manciata di mesi dopo che Craig Venter annunciò di essere riuscito a terminare la lettura del genoma umano, usciva Kid A, album dei Radiohead, potente manifesto di musica pop e insieme coltissima, la cui traccia eponima ospitava una specie di […]

Venezia, la città e il suo sogno poetico

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Questo pezzo è uscito su La Voce di Venezia.

di Andreina Corso

I sogni talvolta vivono bruschi risvegli, immedicabili, o forse incurabili, come la denominata Fondamenta amata da Josif Brodskij, che dalle Zattere si affaccia e si rispecchia sul Canale della Giudecca senza vanità, sapendo che è dall’invisibile che si riescono a decifrare i linguaggi, perché il colore dell’acqua, la luce, il respiro, sono le parole di una laguna ossidata dall’odore della nebbia e illuminata dalle luci dell’alba.

E c’è ancora lei, la nebbia, quando un uomo si ferma davanti alla lapide seminascosta dalle fronde degli alberi del giardino che ha ospitato Brodskij nelle sue numerose visite invernali “nelle gelide sere di dicembre”.

L’iscrizione rivela l’anno di nascita e di morte dello scrittore di San Pietroburgo – 1940 – 1996, che ha scelto di essere sepolto a Venezia, un poeta che ha saputo riconoscere e narrare l’anima nascosta della città che ha tanto amato. Un’esistenza colpita nella sua umanità e costretta all’esilio (l’America fu la sua patria adottiva), per aver dato voce all’esigenza di libertà, attraverso le parole e la dignità della poesia.