Addio Amiri Baraka

Qualche ora fa è morto Everett LeRoi Jones aka Amiri Baraka, poeta icona, studioso del movimento nero, scrittore di teatro, attivista politico rivoluzionario, collaboratore dei più grandi musicisti del Novecento, uomo incredibile. Lo ricordiamo con la sua voce e con quella che forse è la sua poesia più nota.

Qualcuno ha fatto saltare l’America
(traduzione di Raffaella Marzano)

Loro dicono che si tratta di un qualche terrorista, qualche
barbaro
Un Rab,
in Afghanistan
Non erano i nostri terroristi americani,
il Klan o gli Skinheads
O quelli che fanno saltare le chiese dei negri
O che ci reincarnano nel braccio della morte

Nina Cassian: poesie tra viscere e disincanto

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Questo articolo è uscito su Alias, l’inserto culturale del manifesto.

Di Nina Cassian, finora, i lettori italiani conoscevano a malapena il nome. A parte sporadiche apparizioni nelle antologie di poesia romena, il suo unico volume pubblicato nella nostra lingua, Inverno, uscì nel lontano 1960, peraltro in una traduzione oggi irrimediabilmente invecchiata. Ecco perché la splendida antologia curata per Adelphi da Ottavio Fatica, C’è modo e modo di sparire. Poesie 1945-2007 (traduzione di Anita Natascia Bernacchia e Ottavio Fatica, pp. 301, € 25,00), rappresenta un’autentica rivelazione da annoverarsi senz’altro tra gli eventi editoriali più rilevanti di quest’anno.

“Le facce di qui”. Un reportage in versi dalla provincia di Torino.

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Gli indifesi non si difendono, impara.
Per esempio, il freddo di questo gennaio,
in questo posto lontano da casa,
in questi paesi dove per qualche ora
tutti mi amano (mi danno del cibo e del vino,
mi chiedono il perché di chi sono)
– in questi giorni di luce ridicola
in cui più di ogni altri
ce l’avrei di una casa il bisogno,
con ritratti di famiglia e promesse
ripetute alla nausea – questo inverno plurale,
circolare, straniero, io l’ho accolto
come un principio fraterno,
l’ho lasciato depositare per bene
sulla pelle, e poi sulle dita, negli incavi
di mani e di piedi, gli ho lasciato intaccare gli strati profondi
fino alla cortina dell’ossa, l’ho fatto fermare lì dove voleva,
dove c’era più spazio.
Io accetto tutto.

Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?

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di Christian Raimo

Ora media

Sarà semplicemente il fatto
che stando ferma ingrasso,
che mi fa pesare l’ingombro delle cose
oltre le cose; non so più neanche
quanti chili negli ultimi tre mesi:
il primo anno, dicono,
sia quasi fisiologico.
Semplicemente il fatto
che da quando non son io
che vivo in me, ma il fibrillare,
Dio invadente e onnipotente,
il flusso dell’elettrico nei nervi,
ed eccomi che recito sui salmi,
scartando ogni possibile consonanza a tono,
stirando una voce già sguaiata, che pare
stia provando il karaoke
per un hit demente dell’estate.

Evitare se stessi

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«D’un pianto solo mio non piango più» scriveva in una bellissima poesia Giuseppe Ungaretti a un certo punto della sua carriera. Non si capisce però bene cosa si intenda con solo mio; perché se è vero che piangersi addosso, ripiegarsi lamentosamente verso se stessi, alla lunga può suscitare noia o comunque monotonia – perfino sterilità – è altrettanto vero che concentrarsi sulla propria, non dico identità, ma sulla singola complessa e complicata autobiografia, nell’arte, può essere la via maestra per solcare strade mai attraversate, per avventurarsi in percorsi inesplorati e, in modi autentici, cognitivi. La famigerata scrittura di sé può mostrarsi quale specchio di un periodo storico, di una generazione, specchio deformante, certo, ma proprio per questo rivelatore di quanto accade.

Ricordando Alvaro Mutis

mutis

Il 22 settembre è morto lo scrittore e poeta colombiano Alvaro Mutis. Lo ricordiamo con un articolo di Andrea Bajani uscito sul Sole 24 Ore ringraziando l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Andrea Bajani

Gli ospedali li aveva passati in rassegna in maniera meticolosa, e dentro uno di questi Alvaro Mutis è andato a morire. A Città del Messico – una settimana fa – a 90 anni compiuti. Si intitolava Reseña de los Hospitales de Ultramar, quell’incursione ospedaliera, ed era composta di undici testi in prosa che Mutis aveva pubblicato nel 1955 sulla prestigiosa rivista colombiana Mito. Li avrebbe poi ripubblicati più tardi in volume, e li avrebbe intitolati Memoria de los Hospitales de Ultramar.  Degli ospedali, diceva, lo affascinavano i confini, lo stare stretti tra due fuori: tra la vita e la vita, se il ricovero avrebbe portato la cura, oppure tra la vita e la morte, se il tempo avesse chiuso la porta. L’ospedale è comunque un passaggio, diceva. Da lì si va verso la salute o verso la fine. È il terreno, gli piaceva dire, in cui la speranza resta sospesa, si alza dal tavolo e lascia le carte al destino. E per Mutis non c’era niente di più ricattatorio della speranza, che dava dipendenza, era la carota sbandierata di fronte al somaro per fargli apprezzare la vita.

Perché l’unica possibile poesia

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di Christian Raimo Amore mio padrone, per chi sono queste quattro case perquisite ed una pecora ululante ed un questore che ti dice che “non è demagogia”, che “anche lui è un essere umano”? E allora chiedo: com’è fatto quest’umano, come è fatto? Ha forse un’ernia di un chilo sopra il cazzo? È un ex […]

The goldlandbergs by Emanuel Gat

The Goldlandbergs Emanuel gat Dance

L’altroieri è iniziato a Roma uno dei più importanti appuntamenti che esistono ancora in questa città culturalmente desertificata, il Romaeuropafestival: un festival di teatro e arti varie. Proveremo a fare delle specie di recensioni in versi degli spettacoli. Questa è la prima, sul balletto “Goldlandbergs” del coreografo israeliano Emanuel Gat. di Christian Raimo Ho avuto […]

Autofocus

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di Christian Raimo Parliamo del novantasei. Io ero uno studente fuoricorso di pedagogia, e alle mattine mentre i miei si dissolvevano nel mondo del lavoro, mia sorella una bimba che va a scuola (scriveva “chiuso per furie” sulla porta della classe e poi sbraitava in coro), – solo in casa – mi svegliava una voce […]

L’americana a Roma. Le lettere di Carol Gaiser

GianColombo

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine.)

“La prima volta che sono andata in Italia è stato nell’estate dei primi anni Sessanta. Venivo direttamente dall’America degli anni Cinquanta dove il sesso era ancora un tabù. E ricordo che rimasi inorridita nel vedere questi ragazzi italiani convinti che noi americane fossimo ragazze facili. La verità era che le italiane erano molto più facili di noi”. Parlare con Carol Gaiser è come viaggiare nello spazio e nel tempo. Poetessa e reporter americana, ha un’eleganza nel raccontare luoghi e persone che rimanda alla grande letteratura.