Prima che ci fossi

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di Christian Raimo Andare laggiu’, nell’Italia degli anni ’70, (…i capelli stopposi che non mettono il balsamo, quelle facce che non usano creme sul viso…), tra le scritte sui muri, VIVA MAO, VIA DAL VIETNAM, (tutte perfettamente in stampatello, da bimbi), tra i megafoni che irruvidiscono le voci, o tra le macchine che agli incroci […]

Ricordando Carver

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Venticinque anni fa moriva Raymond Carver. Vogliamo ricordarlo pubblicando una poesia tratta dalla raccolta Orientarsi con le stelle.

di Raymond Carver

Sempre alla ricerca del meglio

Ora che sarai fuori per cinque giorni,
fumerò tutte le sigarette che vorrò,
dove vorrò. Farò i biscotti e me li mangerò
con marmellata e grasso di pancetta. Poltrirò. Mi concederò
di tutto. Passeggerò sulla spiaggia se ne avrò
voglia. E ne ho voglia, da solo

Il minuto di silenzio

StefanoGraziani Mare

Cade quasi ogni anno, ormai. Puntuale nel suo completo nero.

Durante il liceo ne vissi solamente uno: nel parcheggio di un parco cittadino un ragazzo di vent’anni aveva sparato alla sua ex e poi si era suicidato. La professoressa di storia e filosofia pretese il minuto di silenzio, anche se il Comune non lo aveva imposto agli istituti scolastici. Lo gestimmo da soli, in classe. Lo ricordo, ma non ricordo cosa pensai durante quel minuto. Credo niente. Sapevo già che non bisogna uccidere; che bisogna rispettare le scelte degli altri anche quando ci feriscono; che bisogna riuscire a sopportare questi dolori senza renderli immensi. «Che l’amore non è possesso», come disse l’ingegnere con la faccia da Romano Prodi che ci insegnava religione. Lo presi come un minuto di raccoglimento laico in ricordo di due persone che non avevo conosciuto.

La mancata correzione tra fratelli

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di Christian Raimo

Mi spingerò oltre, lo sai.
Stesa, farmacologizzata, ma non puoi dire ora
che non è capitato.
La pelle sono le piastrelle in balcone
(L’erba non spacca nulla ma prova
a bruciarne il passato. Il fiato ti manca:
come la volta che sentito piangere tuo padre
dal muro oltre la stanza, e non ti sei più alzato.)

Piccioni e misticismo. Due poesie rare di Roberto Amato

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Questo pezzo è uscito su GenerAzione. (Immagine: Jackson Pollock.)

Nel 2003, a cinquant’anni suonati, Roberto Amato vinse il premio Viareggio-Répaci per la poesia. Fu con Le cucine celesti, edito da Diabasis di Reggio Emilia, per cui uscì tre anni dopo anche L’agenzia di viaggi, finalista al premio Baghetta con Patrizia Cavalli e Valentino Ronchi (vincitore del premio: un rifornimento di pane per un anno. Quando si dice che la poesia non dà il pane…). L’agenzia di viaggi fu un altro libro memorabile, mozzafiato, forse il più immediato tra i cinque fin qui pubblicati (sei, se si conta anche Gli sposi, del 2005, una strenna natalizia uscita sempre per Diabasis, tanto raro quanto mirabile – per capire il gioco di rapporti fate un tentativo di ricerca…). La qualità non è mai venuta meno, lungo il percorso bibliografico del poeta, eppure le luci su di lui si sono pian piano abbassate, si è parlato sempre meno di questo autore così lontano dai suoi “simili”, così eccentrico pur nella sua linearità, così poco letto nonostante la sua lingua tanto piana e chiara.

Le parole tra gli uomini – Intervista a Luca Baldoni

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Il testo introduttivo, qui leggermente rimaneggiato, è uscito come recensione sul numero 177 di Blowup (febbraio 2013). L’intervista con Luca Baldoni, in forma molto ridotta, è uscita sul numero 113 di Rolling Stone Italia (marzo 2013). (Immagine: Sandro Penna e Pier Paolo Pasolini.)

È uscita a gennaio, per un piccolo editore romano, la prima antologia di poesia gay italiana dal Novecento al contemporaneo. Un lavoro (anche nel senso di fatica, fisica e mentale, per non dire sociale) che riempie un vuoto grande. Proprio in uno dei paesi in cui il cammino dei diritti (in generale e in particolare) procede a rilento, se non a gambero, tra interminabili distinguo, tra pagliuzze spaccate in quattro e travi ignorate, tra cecità volute e pudori abnormi (e anche con una pervicacia ghettizzante – in entrambi i versi – tutta peculiare). Proprio in un paese, poi, che ha abdicato quasi in toto, negli ultimi lunghi anni, alla propria capacità di esporsi alla poesia, alla propria attenzione per un’enorme modalità dello sguardo. Complice un’editoria povera di visuale ma ricca di abilità nel trincerarsi sempre più spesso dietro il mero dato numerico, ultimo e definitivo alibi di ogni piccola e grande mancanza di coraggio, o anche solo di attualità. Ecco perché questo, seppur non privo di limiti, è un lavoro “grande”.

Elio Pagliarani, la poesia che agisce

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(Fonte immagine: Dino Ignani.)

di Maria Lo Conti

Sono gli anni Sessanta e in via Vittorio Veneto, a Roma, una libreria Einaudi ospita un evento – forse la presentazione della ristampa dei Novissimi o forse un incontro sul Gruppo 63 – che si trasforma subito in una singolare baldoria. C’è un’atmosfera scalmanata e rissosa, tutti attaccano tutti, il pubblico schiamazza, il gruppo di giovani autori invece di presentarsi compostamente inveisce contro l’anemica inerzia della letteratura italiana. La situazione si fa sempre più tesa finché a un tratto uno degli autori si alza, si avvicina a una delle pareti su cui erano esposte le gigantografie di alcune poesie e comincia a leggere ad alta voce – una voce roca e imponente – Oggetti e argomenti per una disperazione, e nella sala cala finalmente il silenzio.

Compagno. Da “cum-panis”, colui con cui si spezza insieme il pane.

ROSTA (TO): BEPPE GRILLO A SOSTEGNO DEL CANDIDATO SINDACO DIMITRI DE VITA

E ora che come farò la rivoluzione, che tutti i posti sono occupati? (Dovunque indossano splendidi occhiali da sole: persino mia madre somiglia a Poncharello o a Buscetta, mentre io ho una stanghetta che si allenta, un nistagmo progressivo nella visione binoculare, un senso di resa che… guarda… tremo… di notte il bruxismo mi uccide […]

Banche

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Banca, uno

Ricorre tre volte al purtroppo Paola,
o dottoressa Pavanello, com’è
scritto sull’eyeliner rabbioso
e sulle mani che scoperchiano
la fotocopiatrice, mentre mi parla
con riserbo dell’assicurazione:
c’è una clausola sulla vita
che chiamano, qua, denaro
protetto, perché è quanto, dopo tutto,
interessa, e bisogna pensarci
(tranquillità al futuro di chi ami),
tra gli scongiuri bisogna pensarci,
o rassegnarsi, se si è soli (vero,
Paola?), a un’altra giornata storta,

Per Giovanna Bemporad

giovanna_bemporad

Ieri è morta Giovanna Bemporad, giovane amica di Pasolini e grande poeta e traduttrice. Per ricordarla pubblichiamo la prefazione di Andrea Cirolla a Esercizi vecchi e nuovi, prima edizione definitiva delle sue poesie (Archivio Dedalus Edizioni, Milano 2010).

11 marzo 2010. Sto nel silenzio della casa. Oltre la finestra guardo una nuova notte, cerco le sue forme nel buio, trovo riparo nella quiete. Quando distolgo gli occhi è per ricevere una chiamata. Al telefono è Vincenzo Pezzella. Saluta, si presenta, non maschera il suo entusiasmo; nel giro di qualche frase arriva la notizia: finalmente si farà il libro.

Come si è risolta, così anche si apriva – al telefono – l’avventura di questa nuova edizione degli Esercizi. Fu durante la nostra prima telefonata infatti, che Giovanna Bemporad mi rivelò l’intenzione di riproporre il libro al pubblico. Era stata inizialmente un’idea degli amici, e la proposta di qualche piccolo editore. Del resto così accadde anche per le due precedenti edizioni, pubblicate a una trentina d’anni di distanza l’una dall’altra – all’incirca lo stesso tempo, quasi fosse un destino, che ha separato la più recente delle due (Garzanti, 1980) da questa terza e definitiva.