Da Kavafis a Seferis: Filippo Maria Pontani, artigiano della parola

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: la poesia Quanto più puoi di Kavafis)

Ci sono storie che sembrano acquistare un senso in luoghi lontani da quelli in cui una semplice evocazione biografica li collocherebbe. La storia di Filippo Maria Pontani, filologo, traduttore, poeta, maestro tra i principali del nostro Novecento, sembra prendere luce in un triangolo umano che si sviluppa sulle rive meridionali del Mediterraneo, in una città oggi sepolta da colate di cemento e dimenticanza. È una storia alessandrina. Si snoda attraverso biblioteche, scuole, teatri, bar, numeri, poesia, amore e Grecia. Una Grecia eterna, metastorica, radicata nel mito e sparsa attraverso ogni angolo del mondo fino alla contemporaneità più lontana dalle origini e che pure ritrova unità ogni volta che una specie di destino finisce per mettere assieme uomini carichi di passato e di futuro.

Su “Una formazione musicale” di Raimondo Iemma

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Raimondo Iemma, nato nel 1982, torinese, ha scritto un piccolo e curioso libro di poesie – il secondo suo, se si esclude la plaquette del 2005 Ultime questioni aperte (Edizioni della Meridiana). Si intitola Una formazione musicale e lo ha pubblicato il circolo culturale “Le voci della luna” dopo aver assegnato all’autore il XIX premio internazionale di poesia “Renato Giorgi”.

Tra un’ampollosa prefazione di Ivan Fedeli e un’importante quanto breve presentazione, in quarta di copertina, di Elio Pecora, Iemma registra lo stato della sua ricerca a sei anni dalla prima raccolta organica, che fu luglio nella collana “Festival” di Lampi di Stampa.

Come quel libro, anche questo esordisce coi piedi ben piantati in terra. Camminando. La seconda poesia di luglio è intitolata «Un giro che mi piace fare» e si muove tra i quartieri San Paolo e Cenisia di Torino.

La Grecia nelle ballate di Katzantzakis

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica.

“Teach me to dance”. Negli ultimi mesi, alcuni osservatori della crisi che ha colpito la Grecia hanno citato questa frase per spingere la cosiddetta troika (FMI, BCE, UE) a una conoscenza più approfondita del popolo greco. Siamo alle battute finali del film diretto da Michalis Cacoyannis che nel 1965 conquistò tre Oscar: Zorba il greco. L’impresa che il protagonista, uomo dalla vitalità irrefrenabile, ha tentato di realizzare per il suo padrone e amico inglese, si è appena conclusa in una vera e propria catastrofe, e tuttavia Alan Bates, l’inglese, non tradisce la delusione, si passa una mano sul vestito bianco e domanda a Zorba, uno strepitoso Anthony Quinn, di insegnargli a ballare. Risuonano le note del famoso sirtaki composto da Mikis Theodorakis. La catastrofe della produttività viene seppellita in un attimo dallo spirito trasfigurante e quasi nietzscheano in cui s’incarna Zorba, l’uomo della danza, l’uomo greco per eccellenza. Probabilmente, agli esponenti della troika, potrebbe bastare anche la proiezione di quei tre minuti di film. Ma gli editori italiani hanno intuito che le semplificazioni non bastano e dunque è piuttosto l’intera opera di Nikos Katzantzakis a meritare un posto sugli scaffali delle nostre librerie. Così di questo eccezionale autore, forse il più rappresentativo fra i narratori greci del Novecento, sono ricomparsi i tre libri più importanti.

Il Paese Reale

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di Christian Raimo e Jumpinshark

E se insistessi su tuo figlio a scuola?
Ma assomigliate piu voi a quel regime (tra l’altro,
ex fascista, ora vota m5s), voi che utilizzate tecniche
da istituto luce,
noto alla cronaca per aver bruciato i libri di Corrado Augias,
non rappresenta il MoVimento 5 Stelle e utilizza
senza alcuna autorizzazione il simbolo del M5S,
sei passata dal papà fascista (tra l’altro,
ex fascista, ora vota m5s) ad Augias
che ci dipinge come neofascisti,
7,5 miliardi che pagheremo noi tutti,
tu e la tua famiglia comprese.

Musica, poesia e DNA – il caso Christian Bok

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Il primo suono del Ventunesimo secolo è stata la voce del Dna. Nel 2001, una manciata di mesi dopo che Craig Venter annunciò di essere riuscito a terminare la lettura del genoma umano, usciva Kid A, album dei Radiohead, potente manifesto di musica pop e insieme coltissima, la cui traccia eponima ospitava una specie di […]

Venezia, la città e il suo sogno poetico

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Questo pezzo è uscito su La Voce di Venezia.

di Andreina Corso

I sogni talvolta vivono bruschi risvegli, immedicabili, o forse incurabili, come la denominata Fondamenta amata da Josif Brodskij, che dalle Zattere si affaccia e si rispecchia sul Canale della Giudecca senza vanità, sapendo che è dall’invisibile che si riescono a decifrare i linguaggi, perché il colore dell’acqua, la luce, il respiro, sono le parole di una laguna ossidata dall’odore della nebbia e illuminata dalle luci dell’alba.

E c’è ancora lei, la nebbia, quando un uomo si ferma davanti alla lapide seminascosta dalle fronde degli alberi del giardino che ha ospitato Brodskij nelle sue numerose visite invernali “nelle gelide sere di dicembre”.

L’iscrizione rivela l’anno di nascita e di morte dello scrittore di San Pietroburgo – 1940 – 1996, che ha scelto di essere sepolto a Venezia, un poeta che ha saputo riconoscere e narrare l’anima nascosta della città che ha tanto amato. Un’esistenza colpita nella sua umanità e costretta all’esilio (l’America fu la sua patria adottiva), per aver dato voce all’esigenza di libertà, attraverso le parole e la dignità della poesia.

Addio Amiri Baraka

Qualche ora fa è morto Everett LeRoi Jones aka Amiri Baraka, poeta icona, studioso del movimento nero, scrittore di teatro, attivista politico rivoluzionario, collaboratore dei più grandi musicisti del Novecento, uomo incredibile. Lo ricordiamo con la sua voce e con quella che forse è la sua poesia più nota.

Qualcuno ha fatto saltare l’America
(traduzione di Raffaella Marzano)

Loro dicono che si tratta di un qualche terrorista, qualche
barbaro
Un Rab,
in Afghanistan
Non erano i nostri terroristi americani,
il Klan o gli Skinheads
O quelli che fanno saltare le chiese dei negri
O che ci reincarnano nel braccio della morte

Nina Cassian: poesie tra viscere e disincanto

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Questo articolo è uscito su Alias, l’inserto culturale del manifesto.

Di Nina Cassian, finora, i lettori italiani conoscevano a malapena il nome. A parte sporadiche apparizioni nelle antologie di poesia romena, il suo unico volume pubblicato nella nostra lingua, Inverno, uscì nel lontano 1960, peraltro in una traduzione oggi irrimediabilmente invecchiata. Ecco perché la splendida antologia curata per Adelphi da Ottavio Fatica, C’è modo e modo di sparire. Poesie 1945-2007 (traduzione di Anita Natascia Bernacchia e Ottavio Fatica, pp. 301, € 25,00), rappresenta un’autentica rivelazione da annoverarsi senz’altro tra gli eventi editoriali più rilevanti di quest’anno.

“Le facce di qui”. Un reportage in versi dalla provincia di Torino.

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Gli indifesi non si difendono, impara.
Per esempio, il freddo di questo gennaio,
in questo posto lontano da casa,
in questi paesi dove per qualche ora
tutti mi amano (mi danno del cibo e del vino,
mi chiedono il perché di chi sono)
– in questi giorni di luce ridicola
in cui più di ogni altri
ce l’avrei di una casa il bisogno,
con ritratti di famiglia e promesse
ripetute alla nausea – questo inverno plurale,
circolare, straniero, io l’ho accolto
come un principio fraterno,
l’ho lasciato depositare per bene
sulla pelle, e poi sulle dita, negli incavi
di mani e di piedi, gli ho lasciato intaccare gli strati profondi
fino alla cortina dell’ossa, l’ho fatto fermare lì dove voleva,
dove c’era più spazio.
Io accetto tutto.

Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?

santi

di Christian Raimo

Ora media

Sarà semplicemente il fatto
che stando ferma ingrasso,
che mi fa pesare l’ingombro delle cose
oltre le cose; non so più neanche
quanti chili negli ultimi tre mesi:
il primo anno, dicono,
sia quasi fisiologico.
Semplicemente il fatto
che da quando non son io
che vivo in me, ma il fibrillare,
Dio invadente e onnipotente,
il flusso dell’elettrico nei nervi,
ed eccomi che recito sui salmi,
scartando ogni possibile consonanza a tono,
stirando una voce già sguaiata, che pare
stia provando il karaoke
per un hit demente dell’estate.